Le previsioni di Confindustria per ripartire dopo l’emergenza (con l’aiuto dell’Europa)


Articolo
Giulia Palocci
Credit: Blackcat

E’ “un’economia colpita al cuore” quella italiana come descritta da Confindustria. Nel 2020 il prodotto interno lordo scenderà di ben 6 punti percentuali. Sempre che la fase acuta dell’emergenza in primis sanitaria, ma poi anche economica e sociale che stiamo vivendo si prolunghi, al massimo, fino a maggio. Questo e altri dati sono contenuti nel rapporto del centro studi dell’associazione degli industriali guidato da Stefano Manzocchi,dal titolo “Le previsioni per l’Italia. Quali condizioni per la tenuta ed il rilancio dell’economia?“.

Sono numeri, quelli resi noti dall’associazione degli industriali italiani, che certo non tranquillizzano. A preoccupare di più è la (de)crescita del nostro prodotto interno lordo che solo nei primi due trimestri di quest’anno si stima farà registrare un calo cumulativo del 10%, di molto superiore a quello avvenuto nel 2009. E’ uno shock imprevedibile per l’economia italiana, soprattutto se si considerano i suoi effetti sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda: “Al progressivo blocco, temporaneo ma prolungato, di molte attività economiche sul territorio nazionale, si è associato un crollo della domanda di beni e servizi, sia dall’interno che dall’esterno“. Nello specifico, pure le famiglie “risentiranno delle conseguenze dell’impossibilità di realizzare acquisti fuori casa, a esclusione di alimentari e prodotti farmaceutici. Il totale della spesa privata risulterà decisamente inferiore rispetto a quello dell’anno scorso“, facendo registrare un calo di quasi il 7%. E ancora, “al suo interno si determinerà una sostanziale ricomposizione del paniere, a sfavore di vari capitoli di spesa, quali l’abbigliamento, i trasporti, i servizi ricreativi e di cultura, i servizi ricettivi e di ristorazione“.

E’ chiaro che, da questo punto di vista, le prospettive economiche sono gravemente compromesse. A complicare il quadro c’è pure l’incertezza sui tempi di riapertura di tutte le attività manifatturiere. Secondo le stime del rapporto, l’ipotesi è che solo entro la fine del mese di giugno il 100% delle imprese riaprirà finalmente i battenti mentre “ogni settimana in più di blocco normativo delle attività produttive, secondo i parametri attuali, potrebbe costare una percentuale ulteriore di Pil dell’ordine di almeno lo 0,75%“. Ma la componente più colpita, secondo Confindustria, resta quella degli investimenti delle imprese, previsti in calo di oltre il 10%. Un crollo provocato dall’aumento dell’incertezza, dalla riduzione del credito e dalla chiusura di molte attività che rendono proibitivo per un’impresa realizzare nuovi progetti.

La caduta della produzione industriale mette in grave pericolo anche l’export, settore per il quale gli analisti di Confindustria prevedono uno scenario pieno di ombre: è attesa una riduzione che supera di molto la media mondiale. Si parla di percentuali che si aggirano intorno al -5% nel 2020, per poi tornare a crescere l’anno prossimo fino al 3,6. Il rischio, si legge nel rapporto, è che “un blocco dell’attività più lungo e diffuso a livello internazionale potrebbe portare a un crollo del commercio mondiale comparabile a quello del 2009“, con “concorrenti esteri che potrebbero approfittare delle attuali difficoltà della manifattura italiana per sottrarre quote di mercato“. La priorità, ancora una volta, è preservare il tessuto produttivo del nostro Paese. Un bacino non solo di imprese, ma pure di persone. E’ necessario evitare che questa fase si trasformi in una profonda recessione che rischia da un lato di distruggere il potenziale delle nostre imprese e dall’altro di provocare “un aumento drammatico della disoccupazione e un crollo del benessere sociale“. Sempre considerando la fine della fase acuta dell’emergenza a fine maggio, lo studio prevede un rialzo del tasso di disoccupazione nel 2020, che arriverà all’11,2%, per poi scendere sotto al 10 solamente nel 2021. Ecco perché “bisogna agire immediatamente” attraverso il sostegno alla liquidità delle imprese e “l’attivazione massiccia e repentina di strumenti di integrazione al reddito da lavoro“.

Il tutto con il supporto dell’Europa da cui, dopo l’intervento della Banca centrale, la sospensione di alcune clausole del Patto di Stabilità e le misure sugli aiuti di Stato, ci si aspetta qualcosa in più: l’introduzione di titoli europei, fin troppo rimandata. “Gli Eurobond diventano un elemento essenziale“, ha dichiarato durante la presentazione del rapporto il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Che ha poi continuato: “Potranno essere emessi con fini chiari e garantiti direttamente dalle infrastrutture che ogni singolo Stato realizzerà con queste risorse. E’ nell’interesse di tutti gli Stati membri e dell’Europa cominciare ad agire in una direzione univoca“. Come aumentano pure le aspettative nei confronti dell’Italia.

Nonostante gli sforzi compiuti dal governo fino a oggi, il centro studi ha espresso alcune perplessità sulla quantità di denaro stanziata, ritenendola insufficiente soprattutto se si considerano le risorse messe sul piatto dai nostri vicini europei (e non solo). Si punta tutto sul decreto di aprile, dunque: “Se le nuove misure in cantiere fossero analoghe a quelle del primo intervento e finanziate interamente con risorse europee, si potrebbe avere un minor calo del Pil in Italia nel 2020 per circa 0,5 punti rispetto allo scenario di base“. Evitando pure le ripercussioni sul debito pubblico

Ufficio stampa e Comunicazione dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Nata a Roma nel 1992, Giulia Palocci si è laureata con il voto di 110 e lode in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’università Luiss Guido Carli con una tesi sul contrasto al finanziamento del terrorismo nei Paesi del Sud-est asiatico.

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