Gli effetti dell’emergenza coronavirus sull’industria cinematografica italiana

Articolo
Giulia Tani
cinematografica

Chiudono i cinema, si fermano i set. Le precauzioni messe in atto per limitare la diffusione del coronavirus hanno paralizzato l’intera filiera dell’industria cinematografica, produttori, distributori ed esercenti. Al momento sono 70 le pellicole la cui uscita nelle sale cinematografiche è stata rinviata, ma il numero è destinato ad aumentare al protrarsi del lockdown. Nel frattempo, almeno 40 produzioni sono state sospese, tra film italiani e internazionali, serie televisive e pubblicità. Chiuse le sale doppiaggio, anche la post produzione procede con difficoltà.

L’emergenza ha colpito gravemente un settore in cui erano già in atto profonde rivoluzioni. Dopo una lunga stagnazione, si cominciavano a vedere gli effetti positivi non solo della politica di incentivazione nazionale (e in particolar modo del tax credit e della legge Franceschini del 2016), ma anche degli importanti investimenti effettuati dai colossi dell’on demand. I dati del 2018 riportati dal Sole 24 Ore mostrano che Roma è rimasta leader del settore in Italia, coinvolgendo nelle “attività di produzione cinematografica, di video e di programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore” 956 imprese (il 30% del totale nazionale) e 26.100 addetti (il 50% del totale), con una crescita rispettivamente del 9 e del 23% rispetto ai dieci anni precedenti. Per ciò che concerne la distribuzione, nel 2019 al botteghino si sono registrati oltre 635,4 milioni di euro (14,4% in più rispetto all’anno precedente), per circa 97,6 milioni di spettatori (13,6% in più). Le produzioni italiane hanno incassato 134,9 milioni di euro con circa 21 milioni di spettatori, anche questi in crescita.

Il coronavirus ha rimesso tutto in discussione. Le produzioni sono sospese dall’inizio di marzo, data l’impossibilità di rispettare le limitazioni agli assembramenti e al contatto fisico sui set cinematografici. Ciò ha comportato per i produttori maggiore incertezza circa il recupero degli investimenti già sostenuti. Cresce poi il rischio di sovrapposizioni tra le riprese già previste in autunno e quelle rinviate di mesi per via del lockdown. Molti progetti saranno probabilmente scartati. Soprattutto, migliaia di lavoratori dello spettacolo – operatori, elettricisti, costumisti, scenografi, le tante maestranze che collaborano su un set – saranno lasciati a casa per mesi senza alcuna (o quasi) tutela, aggravando una situazione di precarietà spesso già esistente.

Per far fronte a questo scenario, il decreto Cura Italia (ne abbiamo parlato qui) ha previsto indennità straordinarie per i lavoratori del settore cinematografico. È stato inoltre stanziato un fondo di emergenza di 130 milioni di euro da distribuire alle filiere dello spettacolo, del cinema e dell’audiovisivo secondo appositi decreti del ministero dei Beni culturali. Sono sospesi per cinema e teatri i versamenti tributari, contributivi, assistenziali, e i premi per assicurazione obbligatoria. Sono previsti infine rimborsi mediante voucher per i biglietti di spettacoli annullati a seguito dell’emergenza.

Veniamo ora alla distribuzione. I 3.850 cinema del Paese sono stati chiusi l’8 marzo e non conosciamo ancora i tempi e le modalità di riapertura. Ad oggi, sono 70 i film la cui uscita in sala è stata bloccata, ma il numero aumenterà certamente. Secondo il capo dei distributori italiani Luigi Lonigro, le pellicole avranno destini diversi. Alcune, come quella dal titolo “Volevo Nascondermi” con Elio Germano, premiato alla Berlinale, o le commedie di Carlo Verdone e Massimiliano Bruno torneranno nelle sale cinematografiche appena queste saranno riaperte. Le uscite dei blockbuster internazionali (come il nuovo capitolo di James Bond o della saga di Fast & Furious) saranno invece riallineate in base alla nuova pianificazione negli Stati Uniti e nel resto del mondo. Quando i cinema riapriranno, tuttavia, non ci sarà spazio per tutti. Secondo Lonigro, il 40% dei titoli minori italiani e internazionali bloccati potrebbe essere distribuito direttamente in televisione o su piattaforme streaming (Netflix, Chili, Timvision, Raiplay e così via).

Il presidente dell’associazione cinematografica italiana ANICA Francesco Rutelli ha dichiarato che un progetto per modificare le norme sulla distribuzione è in fase di elaborazione. Vi collaborano non solo distributori ed esercenti, ma anche Netflix e gli altri servizi di streaming. Ad essi potrebbe essere chiesto di pagare un prezzo più elevato per trasmettere i film che erano destinati al cinema, compensando in parte i gestori di sala per la perdita dei ricavi. Il ministero dei Beni culturali dovrebbe poi intervenire per modificare la norma che prevede vantaggi e agevolazioni esclusive per le produzioni di interesse nazionale che escono al cinema. L’obiettivo sarebbe ridurre (se non addirittura rimuovere) la finestra di 105 giorni dall’uscita in sala al passaggio sulle piattaforme.

La pandemia potrebbe aver portato alla luce e accelerato rivoluzioni già in atto nel settore cinematografico. Pensiamo in particolare alla tendenza a favorire l’uso del digitale e a snellire i set in fase di produzione, al ruolo centrale guadagnato dalle piattaforme di streaming, alla trasformazione delle proiezioni in sala in attività di lusso destinate soltanto a film spettacolari o d’autore. A prescindere dagli stravolgimenti correnti e futuri, in ogni caso, il cinema conserverà la sua indispensabile funzione di intrattenimento, arricchimento culturale e aggregazione. Non è ancora arrivato il momento di far scorrere i titoli di coda.

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