L’importanza dei tamponi tra protezione della popolazione e ripartenza economica

Articolo
Eleonora Mazzoni
Tamponi

Il ministro della Salute, Roberto Speranza, lo scorso 30 aprile ha firmato il decreto ministeriale con cui vengono definiti i criteri relativi alle attività di monitoraggio del rischio sanitario (di cui all’allegato 10 del dpcm del 26 aprile 2020) per l’evoluzione della situazione epidemiologica. Il decreto contiene 21 indicatori, tra cui alcuni opzionali, che le regioni dovranno fornire per monitorare l’evoluzione dell’epidemia e gli algoritmi per valutare probabilità e impatto del rischio sanitario. Allo stato attuale dell’epidemia, infatti, il consolidamento della nuova fase, caratterizzata da iniziative di allentamento del lockdown e dalla loro eventuale progressiva estensione, può avvenire sono se si garantisce uno stretto monitoraggio dell’andamento della trasmissione del virus sul territorio nazionale, assicurando allo stesso tempo l’identificazione e la gestione dei contatti, il monitoraggio dei quarantenati, un’adeguata e tempestiva esecuzione dei tamponi per l’accertamento diagnostico dei casi, il raccordo tra assistenza primaria e quella in regime di ricovero, nonché la costante e tempestiva alimentazione dei flussi informativi necessari, da realizzarsi attraverso l’inserimento dei dati nei sistemi informativi routinari o realizzati ad hoc per l’emergenza in corso.

Secondo il decreto, quest’attività comprenderà indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio, indicatori di processo sulla capacità di accertamento diagnostico, indagine e gestione dei contatti e indicatori di risultato relativi a stabilità di trasmissione e tenuta dei servizi sanitari. La fase di transizione dell’epidemia di Covid-19 si propone infatti di proteggere la popolazione, con particolare attenzione per le fasce di popolazione vulnerabile, e di mantenere un numero di casi di infezione limitato e comunque entro valori che li rendano gestibili da parte dei servizi sanitari regionali. In generale i criteri da valutare sono il mantenimento di un numero di nuovi casi di infezione da SARS-CoV-2 stabile ovvero un aumento limitato del numero di casi nel tempo e nello spazio, che possa essere indagato in modo adeguato e contenibile con misure di controllo locali e il mantenimento o riduzione del numero di casi di trasmissione in strutture che ospitano popolazioni vulnerabili (cluster in ospedali, RSA, altre strutture assistenziali, case di riposo ecc.) e assenza di segnali di sovraccarico dei servizi sanitari. Dovrà essere la combinazione di questi parametri a permette al governo di identificare le criticità regionali e di rivalutare specifiche misure di contenimento durante questa fase dell’epidemia. Si capisce dunque come molto dipenda dalla capacità di test e diagnosi da parte delle singole regioni che a oggi rivela ancora profonde differenze ed influenza il numero dei nuovi casi pertanto soggetto a possibili distorsioni.

La Fondazione GIMBE ha condotto un’analisi indipendente sui dati della Protezione Civile che dal 19 aprile, oltre al numero totale dei tamponi, riporta per ciascuna regione il numero dei “casi testati” definiti come il “totale dei soggetti sottoposti al test”. Come si legge nel comunicato stampa, mentre i “casi testati” identificano i cosiddetti “tamponi diagnostici”, la differenza tra “tamponi totali” e “casi testati” corrisponde, invece, ai cosiddetti “tamponi di controllo”, effettuati, cioè, sullo stesso soggetto per confermare la guarigione virologica o per altre necessità di ripetere il test. La capacità di test di una regione rilevante dunque ai fini dell’identificazione dei casi positivi è dunque rappresentata dai tamponi diagnostici, esclusi quindi quelli effettuati per controllo sullo stesso soggetto precedentemente risultato positivo. Secondo la Fondazione, dall’inizio dell’epidemia sono stati effettuati in Italia 2.310.929 tamponi di cui il 67,1% “diagnostici” e il 32,9% “di controllo”. Nell’analisi si è proceduto a suddividere le regioni secondo le 5 classi di propensione all’esecuzione dei tamponi di una recente analisi della Fondazione Hume, in relazione al numero di tamponi per 100.000 abitanti al giorno che risulta inversamente correlato alla mortalità, e poiché il dato sui “casi testati” è stato oggetto di ricalcolo da parte di alcune regioni fino al 21 aprile, il periodo di osservazione va dal 22 aprile al 6 maggio.

I risultati degli ultimi 14 giorni confermano che il numero di tamponi per 100.000 abitanti al giorno è ancora esiguo rispetto alla massiccia attività di testing necessaria nella fase 2 con notevoli variabilità regionali per quanto riguarda sia la propensione all’esecuzione dei tamponi stessi, sia rispetto alla percentuale di quelli “diagnostici”. In media a livello nazionale vengono eseguiti 88 tamponi totali ogni 100.000 abitanti al giorno ma al di sotto della media regionale (<60) si collocano Sardegna, Calabria, Campania, Sicilia e Puglia.

Nella fascia che comprende la media nazionale (60-99) si trovano invece Lombardia, Marche, Basilicata, Toscana, Molise, Abruzzo, Lazio, mentre nettamente al di sopra della media nazionale (100-250) Piemonte, Emilia-Romagna, Umbria, Liguria, Provincia autonoma di Trento, Valle D’Aosta, Provincia autonoma di Bolzano, Veneto, Friuli-Venezia Giulia. Le regioni dovranno essere chiamate a implementare l’estensione mirata dei tamponi diagnostici, e si ritiene opportuno inserire tra gli indicatori di monitoraggio della fase 2 uno standard minimo per quanto riguarda il numero tamponi diagnostici per 100.000 abitanti da effettuare al giorno. Oltre a rendere omogenea la capacità di controllo dell’epidemia da parte delle diverse regioni questo consentirebbe di procedere attraverso interventi mirati di contenimento, procedendo alle progressive misure di allentamento del lockdown in modo altrettanto mirato, piuttosto che generalizzato, supportando così anche una ripresa graduale delle attività economiche.

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