Ricostruzione e tempi serrati. Così la Germania si prepara a guidare l’Ue

Articolo
Mattia Ceracchi
Ue

Tra meno di sessanta giorni la Germania assumerà la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea e avrà quindi il sostanziale compito di dettare i tempi e tirare le fila, per sei mesi, del processo legislativo europeo. Se fino a due mesi fa il programma del semestre ipotizzato a Berlino aveva al centro l’avanzamento legislativo delle due iniziative bandiera della nuova Commissione (il Green Deal e l’agenda digitale) e la definizione dei due principali dossier rimasti in sospeso negli ultimi mesi (il Quadro finanziario pluriennale e la relazione futura tra Ue e Regno Unito), oggi è ben chiaro a tutti che i sei mesi a guida tedesca dovranno innanzitutto concentrarsi sulla strategia di uscita dalla crisi sanitaria e sul piano di rilancio dell’economia europea. E che quindi i vecchi dossier debbano passare in secondo piano e le priorità dell’esecutivo von der Leyen vadano rilette alla luce della nuova fase.

LA PRESIDENZA DI TURNO DEL CONSIGLIO DELL’UE

La presidenza del Consiglio è esercitata a turno, ogni sei mesi, dagli Stati membri dell’Ue fin dai trattati di Roma del 1957. Come spiega il sito ufficiale del Consiglio, la presidenza di turno contribuisce a garantire la continuità dei lavori istituzionali dell’Unione e a far avanzare la legislazione europea, coordinando e gestendo le riunioni a tutti i livelli in ambito consiliare (dai gruppi preparatori ai vertici ministeriali). Secondo un sistema introdotto dal trattato di Lisbona nel 2009, gli Stati membri che esercitano la presidenza collaborano strettamente a gruppi di tre, secondo un ordine prestabilito. Il “trio di presidenza” fissa perciò gli obiettivi di medio termine ed elabora le linee guida che dovranno guidare l’azione del Consiglio nell’arco di diciotto mesi. Sulla base di tali linee guida, ciascuno dei tre Paesi formula un proprio programma semestrale più dettagliato.

Il trio di presidenza attuale è formato da Romania, Finlandia e Croazia (che detiene la presidenza del Consiglio). Da luglio a dicembre 2020 toccherà alla Germania, che avrà dunque anche l’onore di aprire il trio di presidenza costituito da Portogallo e Slovenia.

LA NUOVA FASE

A chiarire l’inversione di rotta di Berlino rispetto ai programmi elaborati fin qui è stata proprio Angela Merkel, che due settimane fa ha fatto capire chiaramente che l’agenda del semestre di presidenza tedesca del Consiglio sarà dominata dal contrasto alla pandemia e alle sue ricadute economiche, prendendo una strada diversa rispetto a quella immaginata nei mesi precedenti. Nel suo tradizionale (e breve) videomessaggio del sabato, Merkel ha sottolineato la necessità di premere per una maggiore integrazione europea, citando tra l’altro, a titolo di esempio, l’imposta sulle transazioni finanziarie, uno dei possibili dossier su cui sperimentare una cooperazione rafforzata e giungere a un accordo dopo anni di dibattiti inconcludenti.

D’altronde, già a inizio aprile, l’ambasciatore tedesco presso l’Ue Michael Clauß aveva messo in guardia il proprio governo delle grosse conseguenze che la crisi in corso avrebbe potuto avere sul semestre di presidenza della Germania, avvertendo che il successo della guida tedesca si misurerà essenzialmente sulla capacità che l’Unione avrà di uscire dall’emergenza sanitaria e dalla crisi economica e preservare in sintesi la stessa integrazione europea.

TRE LIVELLI DI PRIORITÀ

La Germania non intende rendere pubbliche prima di giugno le priorità ufficiali della presidenza, ed è comunque comprensibile che Berlino ufficializzerà la propria agenda solo dopo che la Commissione europea avrà aggiornato il proprio programma di lavoro per il 2020 e ridefinito così, alla luce della crisi in atto, le iniziative da adottare quest’anno. Una mossa che l’esecutivo europeo ha annunciato nelle scorse settimane e che dovrebbe concretizzare nei prossimi giorni.

La Germania – riferisce Politico – ha comunque riformulato il proprio programma individuando tre diversi livelli di priorità. Al primo posto figura ovviamente la strategia di uscita dalla crisi sanitaria e il piano di rilancio dell’economia dell’Unione. Presupponendo che per l’inizio di luglio la maggioranza delle misure di contenimento sociale tuttora in vigore in gran parte degli Stati membri sia effettivamente venuta meno, uno dei primi e più importanti compiti della presidenza tedesca, come evidenziato anche in un editoriale sul settimanale Welt am Sonntag di metà aprile dal ministro degli Esteri Heiko Maas, sarà quello di coordinare l’allentamento delle limitazioni al mercato interno, seguendo gli orientamenti che verranno predisposti a breve dalla Commissione. Ed evitare ad esempio che il ripristino della libera circolazione delle persone avvenga in modo disordinato e sulla base di accordi bilaterali tra paesi. Sul fronte economico, i sei mesi di guida tedesca saranno ovviamente cruciali per la definizione del piano di ripresa (Recovery Plan) e degli strumenti finanziari per sostenerlo, che la Commissione si appresta a proporre a breve agli Stati membri. Appare improbabile che un accordo sul fondo per la ripresa (Recovery Fund) possa arrivare entro giugno, come pure auspicato dai paesi del Sud Europa: spetterà a quel punto soprattutto al governo di Angela Merkel tirare le fila del negoziato, rivestendo quel ruolo di mediatore tra i Paesi rigoristi e il blocco mediterraneo che dall’inizio della crisi molti auspicano essere della Germania.

La seconda categoria di priorità comprende i dossier rimasti in sospeso negli ultimi mesi e oramai non più rinviabili. In primis, chiaramente, il bilancio europeo di lungo termine, bloccato in sede di Consiglio da quasi due anni e di cui la Commissione si prepara a presentare una nuova versione rafforzata, come parte della risposta europea alla crisi economica: un negoziato storicamente complesso a cui si sommano stavolta problematiche nuove (come noto, la revisione del Qfp prevedrà l’istituzione del Recovery Fund) che la Germania dovrà chiudere forzatamente entro la fine dell’anno, per evitare di rimandare l’entrata in funzione dei programmi del ciclo finanziario 2021-27. L’altro dossier in sospeso riguarda la futura relazione tra Ue e Regno Unito: anche in questo caso, la resa dei conti rischia di arrivare in autunno, dato che il periodo di transizione di Brexit terminerà a fine anno e che il Regno Unito appare al momento contrario alla possibilità di chiedere una proroga (il governo di Boris Johnson ha tempo per farlo fino al 30 giugno).

Il terzo gruppo di priorità comprende sostanzialmente le iniziative cardine previste inizialmente dalla Commissione von der Leyen: tra queste, in particolare il Green Deal europeo, l’agenda digitale e la nuova strategia industriale. Erano questi i dossier sui quali era orientata a lasciare il segno la presidenza tedesca prima dello scoppio della crisi del Covid-19, soprattutto con l’obiettivo di sostenere il primo, importante avanzamento della legislazione proposta dalla Commissione entrante. Se le priorità climatiche e quelle digitali andranno per forza di cose rilette alla luce della crisi ed è probabile che sui vari dossier la Germania si limiti ad apportare i primi ritocchi lasciando poi il pallino alle presidenze successive, una corsia preferenziale potrebbe essere dedicata alla nuova strategia farmaceutica, che la Commissione ha messo in calendario per fine luglio. Ma anche ad altri temi di politica sanitaria (il piano contro il cancro e la digitalizzazione del sistema sanitario, iniziative peraltro già in cantiere, e il rafforzamento dell’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie).

I PROBLEMI LOGISTICI

Ai tempi del Covid-19, ogni programma scritto sulla carta deve poi fare i conti con difficoltà di attuazione pratica. Al momento, solo il 10% delle riunioni preparatorie normalmente previste in sede di Consiglio si sta svolgendo regolarmente – riporta Politico – ovviamente a causa delle misure di contenimento sociale e delle varie restrizioni alla mobilità. La presidenza tedesca potrebbe teoricamente aumentare tale percentuale, arrivando a tenere fino a un terzo delle riunioni consiliari normalmente previste: si tratterebbe comunque di una forte limitazione all’attività legislativa europea.

L’ostacolo principale non sono tanto le operazioni di voto – oramai la procedura a distanza è prevista dalle deroghe al regolamento del Consiglio e ampiamente rodata – quanto lo svolgimento delle negoziazioni: le riunioni in videoconferenza non consentono confronti bilaterali tra le delegazioni e brevi scambi tra funzionari di diversi Paesi e in generale fanno venir meno tutto l’armamentario negoziale, utilizzabile pienamente solo nelle riunioni di persona. A Berlino dovranno fare i conti anche con questo.

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