Export, la chiave per ridare fiato alle imprese italiane

Articolo
Michele Masulli
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Il sistema produttivo italiano prova a riavviare il suo motore principale: l’export, che conta più del 30% del prodotto interno lordo e fa del Belpaese la seconda economia esportatrice d’Europa dopo la Germania. Missione non scontata, considerato il calo della domanda che segna parte importante del mondo e i principali mercati di sbocco dell’export italiano, dai maggiori Paesi europei agli Stati Uniti fino all’Asia orientale. Saranno gli scambi globali nel loro complesso, già provati dalla guerra dei dazi, a registrare un declino vistoso nell’anno in corso (il Wto pronostica -13%) e sarebbe difficile pensare diversamente visto che l’economia mondiale si prepara ad affrontare la recessione più grave della sua storia recente.

Le previsioni sul commercio estero italiano, altresì, dopo un decennio di espansione segnano un calo. Prometeia stima esportazioni mancate nel biennio 2020-2021 per 58 miliardi di euro. A essere maggiormente danneggiati sarebbero i comparti che producono beni non essenziali, ma perdite rilevanti si evidenziano per tutti i vettori principali dell’export nazionale. L’automotive (che si conferma tra i settori più in difficoltà) e gli elettrodomestici dovrebbero perdere il 21,5% in valore, i materiali da costruzione il 18,3%, la meccanica il 15,9%, la moda il 15,7%. Il solo comparto a crescere sarebbe la farmaceutica, non solo e non tanto in virtù della sostenuta domanda medica e sanitaria: già negli anni precedenti il settore pharma italiano si era segnalato per investimenti attivati e dinamismo sullo scenario internazionale.

Nel 2021 potrebbe innestarsi una dinamica di parziale recupero, ma per Prometeia, ad eccezione di alcuni comparti (come l’alimentare), bisognerà aspettare il biennio 2022-2024 per portare a zero le perdite. Più fiduciose le elaborazioni di Sace, che, se per il 2020 prevedono una riduzione nella forbice -5/-10%, immaginano possibile una forte ripresa già a partire dal quarto trimestre dell’anno in corso. Il calo delle commesse, d’altra parte, parla chiaro. Il Centro Studi Confindustria stima per l’industria un crollo degli ordini del 45% per il mese di aprile rispetto al mese di marzo (-42% su base annua), quando, rispetto al mese di febbraio, si era già registrata una riduzione del 24% (-53% annuo).

Ciononostante, l’irrobustimento dell’export mantiene valore strategico, sia per poter essere in grado di approfittare rapidamente di una ripresa della domanda che probabilmente avrà tempi sfasati da mercato a mercato, sia per non perdere quote faticosamente conquistate negli anni grazie a saper fare, innovazione, vicinanza ai clienti. Già Anfia, l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica, al fermo dell’automotive italiano, aveva domandato misure analoghe di dimensione europea, per evitare che la filiera italiana potesse perdere ordinativi a vantaggio dei competitor europei. A fine aprile, inoltre, erano intervenuti tre ministri – Paola De Micheli, Stefano Patuanelli e Roberto Speranza – per chiedere alla titolare del dicastero dell’Interno Luciana Lamorgese di dare una lettura estensiva del criterio di rilevanza strategica nazionale alla base della possibilità di poter continuare le attività nel periodo di lockdown, in modo da includere le “attività produttive orientate in modo prevalente alle esportazioni, il cui prolungamento della sospensione rischierebbe di far perdere al nostro Paese quote di mercato (e da ciò deriva la rilevanza strategica)”.

Tuttavia, la promozione della penetrazione del sistema produttivo italiano nei mercati esteri rappresenta un filo rosso, non scontato, dei provvedimenti assunti dal Governo per contrastare l’emergenza. Si pensi all’articolo 72 del decreto Cura Italia “Misure per l’internazionalizzazione del sistema Paese”, che costituisce presso il Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale un “Fondo per la promozione integrata”, con dotazione iniziale di 150 milioni di euro, suddivisi tra un piano straordinario di comunicazione a sostegno delle esportazioni, con particolare riferimento ai settori più colpiti dall’emergenza COVID, ed iniziative varie di promozione del sistema Paese. Oppure si consideri ancora il decreto Liquidità, che ha varato un potenziamento del sostegno pubblico all’export nazionale attraverso Sace. Nello specifico, si è introdotto un sistema di coassicurazione in base al quale gli impegni derivanti dall’attività assicurativa di SACE, per i rischi non di mercato, sono assunti dallo Stato per il 90% e dalla stessa società per il restante 10. In questo modo si immagina di liberare fino a ulteriori 200 miliardi di risorse da destinare al rafforzamento delle esportazioni.

Gli interventi per l’internazionalizzazione, pertanto, tra le misure emergenziali, sono tra quelli che più si caratterizzano per la capacità di delineare una prospettiva strategica per il sistema produttivo italiano.

Ricopre attualmente il ruolo di Direttore dell’area Energia presso l’Istituto per la Competitività (I-Com), dove è stato Research Fellow a partire dal 2017. Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia applicata presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa principalmente di scenari energetici e politiche di sviluppo sostenibile, oltre che di politiche industriali e internazionalizzazione di impresa.

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