Sharing economy, così la pandemia ha colpito la condivisione

Articolo
Giulia Tani

È crisi nera per la sharing economy: non solo le paure e le restrizioni legate alla pandemia da coronavirus hanno limitato notevolmente gli spostamenti a livello globale, ma quella stessa condivisione di spazi e beni tra persone, che costituisce la ragione d’essere del settore, è oggi messa in discussione per motivi di sicurezza.

Per sharing economy, o economia della condivisione, si intende un modello di business fondato su transazioni peer-to-peer di breve termine. Attraverso apposite piattaforme digitali, asset temporaneamente inutilizzati (come una macchina, una bicicletta, un letto in più o persino una scrivania) sono affittati a un ampio pubblico a tassi vantaggiosi. Se è vero che le comunità umane hanno messo in condivisione per millenni i propri beni, l’avvento di Internet e l’uso dei big data hanno notevolmente agevolato il contatto tra proprietari e potenziali clienti, trasformando la condivisione in un vero e proprio modello di business, con vantaggi evidenti anche in termini di sostenibilità e sfruttamento del ciclo di vita dei beni.

Il primo esempio di sharing economy nell’era della rivoluzione digitale è stato Ebay, sito di vendita e aste online fondato nel 1995. In seguito, il termine è passato a indicare una vasta gamma di attività economiche innovative, dall’offerta di servizi on demand (come ad esempio un passaggio in auto) alle consegne a domicilio, dalla condivisione di spazi abitativi mediante affitti a breve termine alla sharing mobility (non solo car sharing e bike sharing, ma anche car pooling e condivisione di mezzi della micromobilità come monopattini elettrici). Malgrado permangano incertezze a livello regolatorio, analisi recenti prevedevano una crescita del settore da 15 miliardi di dollari nel 2014 a 335 miliardi entro il 2025, soprattutto grazie al successo di colossi quali il servizio di condivisione di alloggi Airbnb e la piattaforma per il trasporto privato Uber.

Queste stesse compagnie si trovano oggi travolte dall’emergenza coronavirus. Solo qualche mese fa la piattaforma Airbnb veniva valutata circa 31 miliardi di dollari con l’imminente sbarco in Borsa. Questa settimana, invece, l’amministratore delegato Brian Chesky ha annunciato che taglierà un quarto della sua forza lavoro, circa 1.900 dei suoi 7.500 dipendenti. Una misura drastica ma prevedibile alla luce del crollo della domanda che ha investito l’azienda. Solo in Italia, l’intera filiera del turismo è stata paralizzata dall’emergenza sanitaria (ne abbiamo parlato qui). Secondo il Corriere della Sera, si stima una riduzione di quasi 20 miliardi di euro nella spesa turistica in entrata dall’estero, cui va aggiunta la perdita di altri 46 miliardi provenienti dai visitatori interni. A essere colpita maggiormente è proprio la ricettività alberghiera ed extra-alberghiera. La società di analisi di affitti online AirDNA stima un calo delle prenotazioni pari all’85% solo nei mesi di marzo e aprile.

Ma l’emergenza sanitaria ha contagiato tutti i settori della sharing economy. La condivisione stessa di beni e spazi personali, su cui il modello si fonda, è diventata un potenziale veicolo di diffusione del virus, con inevitabili ricadute economiche su tutte le piattaforme di sharing. Basti pensare al caso di Uber, che questa settimana ha annunciato che lascerà a casa 3.700 dipendenti, il 14% della propria forza lavoro. Ma le perdite ricadranno anche su tutte quelle migliaia di persone che da queste piattaforme ricavano introiti stabili (come gli “host” di Airbnb o i “driver” di Uber).

La crisi corrente induce a riflettere sulla sostenibilità della sharing economy in tempo di pandemia. Sarà cruciale, in questo senso, intercettare i cambiamenti nelle preferenze e nelle abitudini dei consumatori. Certamente aumenterà la domanda di sicurezza e di elevati standard di igiene. È inoltre possibile che, nei prossimi mesi, i consumatori recuperino fiducia e scelgano più spesso di noleggiare una bicicletta o affittare una casa vacanza piuttosto che usufruire di mezzi pubblici e alberghi affollati. Piattaforme di sharing come Airbnb si stanno preparando a fronteggiare questa possibilità codificando nuove e più stringenti misure di pulizia. La speranza, come in molti altri settori, è di poter ripartire al più presto.