Imprese, il ruolo di Cdp per la ripartenza economica dell’Italia

Articolo
Michele Masulli
imprese

L’emergenza in corso minaccia di causare un deterioramento consistente della base produttiva italiana, già provata dalla Grande recessione del 2008 (soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia), e la perdita di imprese strategiche per il Sistema Paese. Per rispondere a questa crisi, il governo ha varato misure straordinarie a partire dai decreti Cura Italia e Liquidità. Si pensi agli interventi nell’ambito dell’accesso al credito, del supporto alla liquidità, dell’internazionalizzazione e della continuità aziendale, oltre che di sospensione dei versamenti fiscali e contributivi. Oppure si consideri il rafforzamento dei poteri speciali dell’esecutivo nei settori di rilevanza strategica e degli obblighi di trasparenza in materia finanziaria, cioè l’estensione della disciplina del cosiddetto golden power (qui la nostra video-intervista sul tema al professor Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale).

Tuttavia, gli strumenti a tutela del tessuto produttivo nazionale non si fermano. Il decreto Rilancio affronta il tema del rafforzamento della capitalizzazione societaria – punto debole del capitalismo italiano – emerso chiaramente negli ultimi decenni vista l’incapacità di promuovere un sistema di grandi imprese in grado di competere con adeguate dimensioni nello scenario europeo. Una criticità, questa, che rischia di aggravarsi a causa della crisi in atto. A questo fine, il governo ha attribuito nuovi compiti a Cassa Depositi e Prestiti, strumento sempre più versatile delle politiche per l’industria dell’esecutivo, dalla partecipazione nei settori strategici alla promozione di investimenti di medio-lungo periodo agli interventi in situazioni emergenziali, come pure è già stato durante l’epidemia da coronavirus: si pensi, ad esempio, al lancio sul mercato dei capitali nel mese di aprile di un Social Bond finalizzato a sostenere le imprese e le pubbliche amministrazioni colpite dalla crisi (l’emissione, destinata principalmente ai cosiddetti Socially responsible investors, è stata proposta al mercato in due tranche, a 3 e a 7 anni, per un ammontare complessivo di 1 miliardo di euro).

In particolare, il decreto Rilancio autorizza Cdp a costituire il cosiddetto Patrimonio Rilancio, un patrimonio autonomo e separato da quello di Cdp SpA, a cui sono apportati beni e rapporti giuridici dal ministero dell’Economia e delle Finanze. In via preferenziale, il Patrimonio Rilancio effettuerà la sottoscrizione di prestiti obbligazionari convertibili, la partecipazione ad aumenti di capitale, l’acquisto di azioni quotate sul mercato secondario in caso di operazioni strategiche. Nell’individuazione degli interventi saranno considerati l’incidenza dell’impresa, con riferimento allo sviluppo tecnologico, alle infrastrutture critiche e di interesse nazionale, alle filiere produttive strategiche, alla sostenibilità ambientale, alle rete logistica e dei rifornimenti e ai livelli occupazionali e del mercato del lavoro. Sono autorizzati, inoltre, interventi relativi a operazioni di ristrutturazione di società che, nonostante temporanei squilibri patrimoniali o finanziari, siano caratterizzate da adeguate prospettive di redditività. Gli interventi del Patrimonio Rilancio avranno come oggetto società per azioni, comprese quelle costituite in forma cooperativa, con sede legale in Italia, che non operano nel settore bancario, finanziario o assicurativo e che presentano un fatturato annuo superiore a cinquanta milioni di euro.

Per irrobustire la patrimonializzazione delle imprese tra i 5 e i 50 milioni di euro di fatturato, invece, il decreto Rilancio prevede che, per l’anno 2020, dall’IRPEF si detragga un importo pari al 30% della somma investita dal contribuente nel capitale sociale di una o più imprese danneggiate dall’epidemia. Una misura che si applica a tutte quelle realtà che autocertifichino di aver subito una diminuzione del fatturato nel periodo compreso tra il 1° marzo e il 30 aprile 2020 di oltre il 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Similmente si stabilisce che per lo stesso anno non concorrerà alla formazione del reddito dei soggetti passivi IRES il 30% della somma investita nel capitale sociale di imprese danneggiate.

La funzione di Cdp non è un inedito sullo scenario continentale. Il governo tedesco ha rafforzato il ruolo di Kfw (istituto omologo di Cdp), non solo ampliando il fondo di fornitura di liquidità a breve termine per le imprese, ma anche stanziando 100 miliardi di euro per l’acquisizione diretta di azioni di grandi società, al fine di rafforzarne la posizione patrimoniale. In diversi Paesi europei si vanno definendo strumenti subordinati, ibridi o equity di sostegno alle imprese. Le operazioni di ricapitalizzazione dovranno misurarsi con il nuovo Quadro temporaneo, emendato dalla Commissione europea rispetto alla versione originaria del 19 marzo, che impone parametri per “evitare indebite distorsioni della concorrenza nel mercato unico”. Si tratta di condizioni sulla necessità, adeguatezza e dimensioni dell’intervento, sull’entrata, uscita e remunerazione dell’ingresso dello Stato nel capitale societario e sulla governance dell’impresa nella fase di sostegno statale. Per lo stesso periodo vigono divieti di sovvenzioni incrociate di imprese integrate e limiti all’acquisizione di società dello stesso settore.

Sono stringenti, inoltre, i criteri stabiliti affinché lo Stato possa ritenere una remunerazione dell’investimento ritenuta appropriata dalla direzione generale Concorrenza della Commissione Ue. Vengono fissati parametri specifici per il prezzo di riacquisto della quota pubblica da parte delle imprese: il prezzo di buyback dovrà essere quello superiore tra il prezzo di mercato e il valore nominale dell’investimento pubblico iniziale maggiorato di un interesse annuale. Quest’ultimo dovrà essere del 2% più alto rispetto a quello previsto dal Temporary Framework per la remunerazione degli strumenti ibridi di capitale. Pertanto, per le piccole e medie imprese sarà di 225 punti base il primo anno e crescerà gradualmente fino a 600 punti base per il sesto e settimo anno di partecipazione pubblica e a 800 per l’ottavo anno e i successivi.

Tassi più elevati vengono previsti per le grandi imprese: dai 250 punti base del primo anno fino ai 950 con il passare degli anni. In alternativa, lo Stato può vendere in qualsiasi momento la propria partecipazione azionaria a prezzi di mercato ad acquirenti diversi dal beneficiario attraverso una consultazione pubblica non discriminatoria e con la possibilità di garantire agli azionisti esistenti diritti prioritari di acquisto al prezzo derivante dalla consultazione. Non manca un meccanismo di sanzione: se lo Stato, dopo cinque anni, non sarà riuscito a liquidare almeno il 40% della propria quota, la partecipazione pubblica dovrà essere aumentata del 10%. Lo stesso accadrebbe dopo ulteriori due anni nel momento in cui lo Stato non avesse venduto tutta la propria partecipazione. Nel caso le società fossero quotate, le due penalità scatterebbero in maniera anticipata, al quarto e al sesto anno.

Queste misure sanzionatorie, che nell’intenzione del legislatore dovrebbero motivare il beneficiario dell’aiuto statale a riacquistare le quote, possono essere sostituite da meccanismi alternativi, nel momento in cui comportino un risultato analogo in termini di incentivi all’uscita dello Stato dalla partecipazione e di remunerazione del capitale pubblico. Parallelamente al potenziamento del ruolo di Cdp e delle suo controllate (si pensi alle funzioni attribuite a Sace dal decreto Liquidità) si rafforzano anche i poteri di controllo delle istituzioni. Di questa settimana è l’elezione del presidente della Commissione bicamerale di vigilanza su Cassa Depositi e Prestiti e quindi l’avvio dell’operatività della Commissione.

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