Petrolio, la quiete dopo la tempesta?

Articolo
Michele Masulli
Credit: da Pixabay/drpepperscott230

Sembra avvicinarsi la quiete sui mercati del petrolio. Sono passati due mesi da quando la guerra tra Arabia Saudita e Russia, combinatasi con il drastico calo della domanda a causa del Covid-19, ha portato a un crollo dei prezzi senza precedenti. I fattori che contribuiscono a rasserenare i mercati sono diversi e riguardano, in particolare, la riattivazione della domanda e una restrizione consistente dell’offerta. In particolare, l’economia cinese sta ripartendo e con essa la domanda di greggio delle raffinerie del gigante asiatico. Bloomberg riferisce che il consumo di petrolio della Cina si attesta già a 13 milioni di barili al giorno. In pratica prossimo ai livelli pre-crisi (700.000 barili sotto i volumi di dicembre 2019).

Arabia Saudita e Russia hanno posto fine alle ostilità e, dopo l’accordo di Pasqua, dall’inizio di maggio stanno implementando rigorosamente i tagli alla produzione, in una sorta di “whatever it takes” volto a stabilizzare i mercati del petrolio. Si stima che entro giugno l’OPEC ridurrà l’offerta a 24 milioni di barili giorno, oltre 6 milioni sotto rispetto ai livelli di aprile, nonostante qualche ritardo nell’attuazione dell’intesa da parte dell’Iraq, secondo produttore della stessa Opec. La Russia dovrebbe contenere l’output di 800.000 barili giorno rispetto allo scorso anno mentre anche Norvegia, Canada e gli altri maggiori produttori stanno collaborando alla diminuzione della produzione. Soprattutto gli Stati Uniti il cui attivismo è stato fondamentale per il raggiungimento di un’intesa tra i Paesi produttori, si stanno facendo carico di parte della riduzione dell’offerta. Negli Usa, dove non c’è un governo autocratico a poter serrare d’imperio i rubinetti ed è la selezione del mercato unita ai provvedimenti delle agenzie di regolazione (si pensi al ruolo svolto dalla Railroad Commission of Texas) a definire i livelli di produzione, tante imprese dello shale stanno smantellando gli impianti e chiudendo i pozzi. Si stima che, rispetto a febbraio, la produzione statunitense si sia contratta di 900.000 barili giorno (con un calo del 7%) e che, entro la fine, almeno ulteriori 2 milioni di barili giorno saranno tagliati.

Pertanto, i prezzi sono in ripresa. Il WTI, il benchmark per il mercato americano, che il mese scorso aveva fatto registrare prezzi negativi, ora si attesta sui 32 dollari al barile. Un valore che, se non risolve i problemi dell’industria dello scisto, sicuramente amplia la quota di imprese che possono portare avanti i propri piani di investimento. Il Brent, inoltre, si posiziona sui 35 dollari al barile. Tuttavia, si tratta di numeri che si aggirano intorno alla metà rispetto a quelli di inizio anno. Né è ipotizzabile immaginare un recupero dei prezzi pre-crisi entro la fine dell’anno, visto il ritmo graduale di riavvio delle attività economiche e l’esigenza di smaltire l’eccesso di offerta e le scorte accumulate (240 milioni di barili solo a bordo delle navi cisterna).

Per l’industria del petrolio sarà rilevante comprendere se il rimbalzo dei prezzi proseguirà di pari passo con la fuoriuscita dalla crisi economica. Nel complesso, le elaborazioni di scenario prevedono un periodo di ripresa molto lungo per il settore: IHS Markit stima che la domanda globale di petrolio tornerà ai livelli del 2019 solo nel 2023. La ridotta redditività dell’industria, inoltre, deprimerà gli investimenti delle imprese del comparto. Si prevede che, per un prezzo del Brent compreso tra i 25 e 45 dollari al barile, non sarebbe economico estrarre tra il 28 e il 35% delle disponibilità di petrolio e gas del Mare del Nord. In ogni caso si tratterà di una crisi trasformativa per l’industria energetica globale, dalla ristrutturazione a cui già oggi è soggetto il mercato dello shale statunitense alla conversione di parte degli investimenti nelle fonti rinnovabili e nelle tecnologie dell’energia pulita.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna con una tesi sulla mobilità intergenerazionale dei redditi. Successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre.

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