Recovery Fund e debito europeo. Così Germania e Francia indicano la via

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Mattia Ceracchi
Credit: da Pixabay/Capri23auto

La svolta decisiva nella risposta economica europea alla crisi del Covid-19, un rilevante passo in avanti sulla strada di una maggiore integrazione e solidarietà europea e, potenzialmente, un momento storico verso l’unificazione fiscale e politica del Vecchio Continente. L’iniziativa presentata da Angela Merkel ed Emmanuel Macron lo scorso 18 maggio, che delinea le misure di breve, medio e lungo termine per rispondere alle conseguenze economiche della crisi pandemica e sostenere la ripresa nei prossimi anni, può prevedere diversi livelli di lettura, che tuttavia non possono, però, prescindere dal considerare una novità di portata storica: il venir meno per la prima volta dell’opposizione della Germania alla creazione di debito comune europeo su vasta scala, da utilizzare per finanziare spese comuni trasferendo denaro ai singoli Paesi secondo le necessità dettate dalla crisi.

IL RECOVERY FUND SECONDO GERMANIA E FRANCIA

La seconda e più importante proposta dell’iniziativa di Francia e Germania mette nero su bianco le caratteristiche principali del cosiddetto Recovery Fund, il fondo che dovrà preparare e sostenere la ripresa economica europea, la cui istituzione era stata decisa nel Consiglio europeo del 23 aprile scorso.

Berlino e Parigi propongono la creazione di un fondo per la ripresa da 500 miliardi di euro, “ambizioso, temporaneo e mirato“, da istituirsi nell’ambito del Quadro finanziario pluriennale 2021-27 prevedendo di concentrare la grande maggioranza dei finanziamenti nei primi anni del Qfp. Data la natura eccezionale della sfida a cui la pandemia di Covid-19 sta sottoponendo l’economia europea, Francia e Germania auspicano l’istituzione del fondo per la ripresa consentendo alla Commissione – qui il doppio carattere innovativo della proposta – di prendere il denaro in prestito sui mercati finanziari per conto dell’Unione e di distribuirlo agli Stati membri tramite trasferimenti a fondo perduto (grants).

Parigi e Berlino propongono dunque – in linea con il piano a cui la Commissione sta lavorando da settimane – che il Recovery Fund sia inserito all’interno del bilancio europeo di lungo termine. Il fondo dovrà finanziare i settori e le regioni più colpiti dalla crisi “secondo le priorità europee e sulla base dei programmi di finanziamento dell’Unione” e avrà pertanto l’obiettivo di rafforzare “la resilienza, la convergenza e la competitività” delle economie europee e aumentare gli investimenti per favorire la transizione verde e la trasformazione digitale consolidando le capacità di ricerca e innovazione del vecchio continente. Il Recovery Fund, si legge nel documento franco-tedesco, dovrà essere indirizzato a raccogliere le sfide della crisi pandemica e delle sue conseguenze, dovrà avere una scadenza chiaramente specificata e prevedere un piano di rimborso vincolante negli anni a venire.

Parigi e Berlino ricordano che il fondo integrerà i provvedimenti di sostegno all’economia già predisposti a livello nazionale e il pacchetto di misure da 540 miliardi approvato dal Consiglio europeo, e “si baserà su un chiaro impegno degli Stati membri a seguire politiche economiche sane e un’ambiziosa agenda di riforme“. Francia e Germania premono per un accordo rapido sul Qfp – precisando che i negoziati dei prossimi mesi si baseranno sui progressi raggiunti fino a febbraio scorso – e intendono impegnarsi affinché il fondo per la ripresa possa essere attivato “quanto prima“.

L’HAMILTONIAN MOMENT EUROPEO?

La gran parte degli osservatori è concorde nel ritenere la proposta franco-tedesca sul Recovery Fund un passo in avanti sulla strada di una maggiore integrazione europea e, al tempo stesso, è prudente nel considerarla di per sé la svolta decisiva verso l’unificazione fiscale e politica del Vecchio Continente.

Secondo l’economista tedesco Henrik Enderlein, la proposta di Parigi e Berlino potrebbe aver segnato l’Hamiltonian moment dell’Unione europea: il riferimento è al compromesso che Alexander Hamilton, segretario al tesoro degli Stati Uniti, contribuì a raggiungere nel 1790, facendo accettare agli Stati americani una nuova capitale nazionale in cambio dell’assunzione da parte del governo federale dei debiti di guerra dei singoli stati. Nonostante la proposta franco-tedesca di Recovery Fund non sia priva di punti deboli (primo fra tutti, le dimensioni limitate del fondo), ciò che più conta, scrive Enderlein, è che Berlino e Parigi si siano trovati d’accordo sul fatto che di fronte a una crisi l’Unione possa emettere debito su larga scala: debito “puramente europeo” utilizzato per finanziare spese comuni e trasferire denaro ai singoli Stati secondo le necessità dettate dalla crisi. Questa è politica fiscale europea e non c’è giudice nazionale che possa fermarla: Germania e Francia ribadiscono così che l’Ue può avere una propria identità federale e non limitarsi ad essere un raggruppamento di singoli stati nazionali.

La mossa di Parigi e Berlino non è esattamente un Hamiltonian moment invece, secondo l’Editorial Board del Financial Times: la proposta franco-tedesca non propone infatti un sistema permanente di completa mutualizzazione del debito e non specifica come il denaro preso in prestito dalla Commissione sui mercati finanziari sarà rimborsato. Ciononostante, l’iniziativa rappresenta un enorme avanzamento nella ricerca della solidarietà (the quest for solidarity) tra i Paesi dell’Unione, inviando un segnale inequivocabile sul fatto che l’asse franco-tedesco sia in grado di far valere il proprio peso politico in favore di misure innovative e straordinarie volte ad aiutare i Paesi più vulnerabili per il bene dell’unità europea.

L’iniziativa franco-tedesca è soprattutto il milestone moment di Angela Merkel, ha scritto tra gli altri Paul Taylor su Politico: la storia non offre spesso una seconda possibilità, scrive Taylor, e “attraversando il Rubicone del prestito comune“, Merkel si è assunta un enorme rischio in casa propria, sfidando i sommi sacerdoti dell’ortodossia fiscale e monetaria a Francoforte e Karlsruhe. Ma si è assicurata un posto nel pantheon degli statisti tedeschi del dopoguerra, realizzando finalmente, come i suoi predecessori, che un’Europa vitale e stabile, basata su un’economia sociale di mercato, è il supremo interesse nazionale della Germania.

I PROSSIMI MESI

Seppur la proposta franco-tedesca rappresenti senz’altro la svolta decisiva nella risposta europea alla crisi del Covid-19, la definizione del Recovery Fund dovrà seguire i tempi e le regole del tradizionale processo decisionale europeo. La prossima mossa toccherà alla Commissione, che dovrà recepire l’iniziativa di Berlino e Parigi, tirare le file dei colloqui intercorsi con le capitali nazionali nelle settimane scorse e mettere nero su bianco il 27 maggio la nuova proposta di bilancio comune e di fondo per la ripresa.

La presidente Ursula Von der Leyen ha accolto con favore l’iniziativa franco-tedesca: il suo vice Valdis Dombrovskis si è però affrettato a precisare che la proposta della Commissione non sarà un semplice copia-e-incolla di quella di Merkel e Macron. La proposta è stata salutata con favore da Italia e Spagna – sia Giuseppe Conte che Pedro Sanchez hanno definito la mossa “un primo passo nella giusta direzione” – ma è duramente contrastata dai paesi cosiddetti frugali (Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia), che hanno immediatamente ribadito la propria opposizione al piano e in particolare al meccanismo che Berlino e Parigi suggeriscono per la distribuzione dei finanziamenti (i grants, sovvenzioni a fondo perduto). Dal 27 maggio in poi le posizioni dei singoli Stati inizieranno a confrontarsi ufficialmente. Spetterà al presidente del Consiglio europeo Charles Michel il compito di mettere tutti d’accordo, letteralmente: per approvare il bilancio europeo ed il fondo della ripresa al suo interno è infatti necessario il voto unanime del Consiglio. Scrivere una nuova pagina di storia europea richiede il consenso di tutti gli Stati membri. Nessuno escluso.

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