Una nuova politica industriale per l’Italia (e l’Europa)

Articolo
Michele Masulli
industriale
Credit: Pixabay/MichaelGaida

La richiesta di FCA Italy della garanzia di SACE su un prestito da 6,3 miliardi di euro, accordato da Intesa San Paolo, ha aperto un’ampia discussione pubblica. I temi non solo sono noti (i rapporti Stato-impresa, il ruolo e i confini dell’azione delle istituzioni, i doveri delle imprese nei confronti della collettività), ma trovano periodicamente posto nel dibattito secondo la conosciuta metafora del pendolo. Nelle fasi di crisi si sposta verso lo Stato, quando si manifesta in maniera pressante l’urgenza di un intervento pubblico a tutela di imprese e banche sull’orlo del baratro, mentre, nella parte ascendente del ciclo economico, il pendolo vira verso il mercato, sospinto dall’esigenza di liberare lo spirito di libera intrapresa, voglioso di cogliere i venti favorevoli della ripresa.

La disputa che ha attraversato rappresentanti delle istituzioni, addetti ai lavori e opinionisti si innesta su un terreno fertile poiché, dall’estensione del Golden Power alla costituzione del Patrimonio Rilancio conferito a Cdp per avviare operazioni di ricapitalizzazione, sono diversi i tasselli che fanno prefigurare una funzione più assertiva dello Stato italiano nel sistema economico. Tuttavia, questa discussione non si limita ai confini del nostro Paese. Il pendolo oscilla anche oltre le Alpi, dove la crisi morde in modo risoluto. Dominique Strauss-Kahn, più volte ministro in Francia e direttore generale del Fondo monetario internazionale, ha recentemente ricordato al Corriere della Sera la frase che Mervyn King, già governatore della Banca d’Inghilterra, pronunciò ai tempi della crisi dei mutui subprime e degli imponenti piani di salvataggio delle banche: “Le banche sono mondiali quando vivono e nazionali quando muoiono”.

Rispetto alla Grande recessione del 2008 e alla successiva crisi dei debiti sovrani, quando si è realizzato un massiccio e in larga parte incondizionato trasferimento di risorse pubbliche a operatori privati “too big to fail”, oggi sembra che il ricorso senza precedenti a politiche fiscali e monetarie espansive venga accompagnato da una funzione più decisa di indirizzo e di intervento dello Stato, tale da far pensare a una tendenza che va oltre l’emergenza e si afferma nel medio periodo. Si tratta di un orientamento necessario e sarà estremamente utile se spogliato da suggestioni ormai infondate. Agitare lo spettro di uno Stato che sceglie i vincitori e salva i perdenti e di un’industria pubblica che produce dai sistemi di difesa ai pomodori pelati appare da un lato come una nostalgia superata, dall’altro come un’arma spuntata. Ѐ la stessa normativa europea a porre limiti stringenti ad ambizioni di questo tipo. Si pensi in ultimo al conflitto Merkel-Vestager per il salvataggio di Lufthansa.

Non è tanto e solo l’allargamento del perimetro d’azione dello Stato a dover essere oggetto di discussione, né tantomeno l’estensione delle partecipazioni dirette del pubblico, ma l’innovazione della sua funzione nel sistema economico. Non è il “se” al centro del quesito sul ruolo delle istituzioni nel sistema produttivo, ma il “come”. Lungi dall’essere una limitazione della funzione del pubblico, questo implica un salto di qualità per lo Stato: da una vocazione alla mera gestione a una capacità di indirizzo agile ed efficace dei processi economici. In questo senso, è necessario innanzitutto che le istituzioni definiscano grandi obiettivi nazionali a cui orientare i propri strumenti di politica industriale.

E quindi, per ritornare alla questione FCA, non è rilevante soltanto chiedere impegni sugli investimenti produttivi e sul fronte occupazionale alla multinazionale del settore, ma altresì definire se l’automotive rappresenta una filiera cardine per il Paese, su cui investire con continuità per la crescita dell’Italia e, se sì, come. Ѐ la continuità l’ingrediente che spesso manca alle politiche pubbliche e che, in questo caso, diventa dirimente, poiché il settore industriale si muove per piani pluriennali, finanche decennali.

Lo stesso disegno strategico andrebbe applicato alla filiera della siderurgia (vedi la questione dell’Ilva) o allo sviluppo infrastrutturale e dei trasporti del Paese (vedi la richiesta di garanzia Sace da parte di Atlantia o la ricapitalizzazione da 3 miliardi di euro di Alitalia). Per il ministero dell’Economia e delle Finanze, e più in generale per le istituzioni, si tratta pertanto non solo di condurre scrupolosamente le istruttorie sulle richieste del settore privato e chiedere specifici obblighi di interesse pubblico, ma di delineare traguardi di sistema verso cui accompagnare l’industria nazionale. Alcuni di questi sono chiari. Pensiamo alla crescita dimensionale delle aziende, all’approccio al mercato dei capitali per tante piccole e medie imprese e all’innovazione di un tessuto produttivo eccessivamente frammentato e inadeguato alla competizione su ampia scala. Similmente, c’è l’esigenza per l’Italia di promuovere la formazione di campioni nazionali, non necessariamente di proprietà pubblica (già oggi, su 6 imprese italiane che compaiono nella classifica Global 500 di Fortune 3 sono partecipate), e di fare in modo che società italiane contribuiscano alla costruzione di campioni europei (si pensi alla vicenda Airbus, a cui l’Italia non ha preso parte). Una grande sfida per la politica industriale dei Paesi del Vecchio continente e un volano utile affinché l’Italia sappia pensarsi non solo come terreno di conquista da parte di capitali esteri, ma come soggetto in grado di promuovere una propria proiezione all’estero.

Il rafforzamento della politica industriale europea diventa ancora più importante poiché, come segnalato dall’emergenza Covid-19, potrebbe palesarsi l’esigenza di accorciare le catene globali del valore. E se un reshoring della filiera nei confini nazionali è impossibile da pensare per ogni Paese al mondo, la regionalizzazione delle catene del valore è un obiettivo maggiormente praticabile, verso il quale l’Est asiatico e il Nord America si stanno già avviando, e che rischia di vedere l’Unione europea nuovamente in ritardo.

L’Ue è fondamentale anche per disegnare un quadro di reciprocità che permetta agli Stati che ne fanno parte di misurarsi alla pari con i competitori cinesi e statunitensi. Nella nuova Strategia industriale europea sono presenti elementi che vanno in questo senso. Vedremo anche se il Parlamento europeo, con il rapporto sulla politica industriale di cui è relatore l’italiano Carlo Calenda, saprà produrre un avanzamento. Nel complesso, ciò che torna ad avere rilievo nell’emergenza in corso è la nazionalità dell’impresa, intesa come localizzazione della sede, degli impianti di produzione, dei centri di ricerca e sviluppo e provenienza dei dirigenti e dei capitali: in pratica tutto ciò che determina il centro di gravità di un’impresa, la cui collocazione rimane fondamentale per la creazione di occupazione e ricchezza, l’influenza di un Paese nel mondo e la sua indipendenza strategica.

A tal proposito, non si può omettere che il 20% dei diritti di voto di Volkswagen, il maggiore gruppo automobilistico al mondo, è detenuto dallo Stato della Bassa Sassonia, così come il 12% di PSA è in mano allo Stato francese, che esprimerà anche il 6% del gruppo FCA-PSA, con buona pace delle inquietudini nostrane per le incursioni statali nei grandi gruppi industriali. Allo stesso modo non si può dimenticare che a gestire la presenza pubblica francese nell’industria non è Caisse des Dépôts et Consignations, istituto omologo di Cdp, ma l’apposita Agence des Participations d’Etat.

Tuttavia, affinché l’Italia possa dotarsi di una strategia industriale di lungo periodo, favorire l’innovazione e gli investimenti per la competitività, creare un ambiente regolatorio accogliente per le opportunità di impresa e rafforzare e rinnovare in modo efficace il ruolo dello Stato, c’è bisogno di competenze adeguate, di cui la nostra pubblica amministrazione sembra non poter disporre in misura opportuna. Se non si provvederà a dotarla di intelligenze, conoscenze e strumenti idonei, il rischio è che l’azione pubblica si limiti a un interventismo erogatorio e di sussistenza e che il rapporto Stato-imprese si faccia poco trasparente.

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