Turismo, le città d’arte dopo la pandemia

Articolo
Giulia Tani
Credit: Pixabay/Photosforyou

Crollano i flussi dei turisti internazionali in visita nelle nostre città d’arte. Le fotografie di Roma, Firenze e Venezia – scattate dai droni in volo durante la pandemia – hanno mostrato piazze vuote e vie silenziose. L’assenza dei turisti, che a milioni arrivano ogni anno per visitare il nostro patrimonio culturale, mette in luce anche lo spopolamento delle città d’arte, in atto già da diverso tempo. E se la stima delle perdite subite quest’anno dal settore turistico è drammatica, secondo alcuni la crisi corrente può offrire l’occasione per realizzare un modello di turismo più sostenibile e sensibile alle esigenze del territorio e dei suoi abitanti.

Il turismo, che alcuni definiscono il “petrolio d’Italia”, costituisce una risorsa economica primaria del nostro Paese: al settore è imputabile il 13,2% del Pil, per un giro d’affari di oltre 232,2 miliardi di euro secondo l’Agenzia nazionale del turismo (Enit). L’Italia è prima in Europa per numero di occupati nel settore (4,2 milioni) e si piazza al terzo posto (dopo Francia e Spagna) quanto a spese sostenute dai visitatori (48.148 milioni di euro, il 12% della spesa totale nell’Unione europea). La Banca d’Italia registra da ormai un decennio un costante aumento dell’avanzo della bilancia dei pagamenti turistica (0,9% del Pil nel 2018, rispetto allo 0,8% nel 2017). Tra i principali Paesi di provenienza dei turisti, troviamo innanzitutto quelli di lingua tedesca (Germania, Austria e Svizzera rappresentano il 25% dei visitatori internazionali) ma è in crescita anche il numero di quelli provenienti dalla Russia, dagli Usa, dal Canada e dalla Cina.

Tra le destinazioni favorite, spiccano le grandi città d’arte. La prima è Roma, che nel 2018 ha registrato 29 milioni di presenze di clienti negli esercizi ricettivi. Seguono Venezia e Milano (12,1 milioni) e poi Firenze (10,6 milioni). A questi numeri dobbiamo aggiungere i tanti turisti giornalieri che arrivano in autobus, treno o automobile dai comuni vicini e quelli che pernottano in locazioni non censite. A Venezia, ad esempio, si contano dai 27 ai 30 milioni di visitatori l’anno in totale. Una fiumana che invade le anguste vie dei centri storici, disposta a spendere in media più di 100 euro al giorno. Una fonte di introiti finora stabile, anche in tempi di crisi economica, che ha però finito per cambiare il volto delle nostre città d’arte. Ovunque proliferano gli affitti turistici: a Firenze gli appartamenti proposti da Airbnb sono passati da 3.000 nel 2014 a 11.000 nel 2018, a Venezia sono quasi una casa su quattro. Con gli abitanti, se ne sono andate anche le attività commerciali di prossimità, cedendo il posto alle attività a uso turistico (ristorazione, alloggi, negozi di souvenir e così via).

Venezia, in particolare, è considerata il caso emblematico di overtourism: una meta snaturata dalla pressione dei visitatori e trasformata in un grande albergo diffuso, un fondale di teatro dietro al quale la città viva langue. Negli ultimi anni, tuttavia, il turismo di massa ha interessato tutte le città d’arte, e il dibattito sul tema si è fatto più acceso. In molti hanno ribadito la necessità di gestire i flussi di visitatori in maniera efficace e sostenibile, anche in un’ottica di riduzione dell’impatto ambientale. Ci si aspettava di dover affrontare numeri in costante crescita, come conseguenza anche dell’aumento dei voli low cost e delle possibilità offerte dalla sharing economy.

Poi, la pandemia. Le nostre città d’arte si sono all’improvviso svuotate. Secondo l’Enit, nei primi quattro mesi del 2020 il traffico aeroportuale internazionale verso l’Italia è diminuito del 64,8%. Sono calate anche le prenotazioni per l’estate (-81,4%), ancor più che in Francia e in Spagna. Il turismo domestico punta ora ad attrarre quella fetta di italiani, pari al 40%, che di norma trascorre le vacanze all’estero. Si stima tuttavia che nel 2020 l’Italia perderà 31 milioni di visitatori, con una conseguente riduzione di 108 milioni di pernottamenti. Tali perdite investiranno soprattutto le mete con maggiore vocazione internazionale, tra cui in primis Venezia (-47,3% di visitatori), Firenze (-45,6%) e Roma (-42,5%).

La conseguenza immediata sarà il crollo del gettito dell’imposta di soggiorno, che soltanto a Roma ha raggiunto i 130 milioni nel 2019. Il sindaco di Firenze Dario Nardella ha dichiarato sulle pagine del Corriere della Sera che le mancate entrate creeranno un buco di 49 milioni di euro nei conti del comune e ha paragonato la situazione corrente a quella della tragica alluvione del 1966. Non da meno Venezia, reduce da un più recente allagamento (novembre 2019), che si trova ad affrontare anche il problema del calo delle entrate dei trasporti pubblici, essenziali per gli abitanti delle isole. Per compensare i comuni italiani del mancato incasso dell’imposta di soggiorno, il decreto Rilancio ha stanziato 100 milioni di euro. Le conseguenze del crollo nel numero dei visitatori, tuttavia, sono ampie e interessano non solo alberghi e ristoranti, ma anche tutte quelle attività economiche indirettamente legate al turismo (quali ad esempio l’artigianato).

Venezia, Firenze e Roma si trovano oggi a pagare lo scotto di aver sviluppato una dipendenza eccessiva da un unico settore, trascurando di adottare una strategia economica lungimirante e diversificata. “La città che muore di turismo, la morte del turismo che uccide la città,” ha scritto Ottavio Di Brizzi in un recente articolo su Huffpost a proposito del capoluogo veneto. L’odierna pandemia ha messo prepotentemente in luce questo paradosso. Secondo alcuni esperti, potrebbe anche accelerare una trasformazione già in atto verso un modello di turismo più sostenibile, tale da non alterare l’ambiente sociale, naturale e artistico del luogo di destinazione né da ostacolare lo sviluppo di altre attività economiche. Sarà cruciale, in questo senso, fornire incentivi per la ripopolazione dei centri storici da parte di cittadini e imprese con adeguate agevolazioni fiscali e un investimento consistente nei servizi pubblici. Senza tralasciare la vocazione turistica del nostro Paese ma anzi, incoraggiando un turismo di qualità, più lento e consapevole, diffuso sull’intero territorio.

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