Istat, le prospettive dell’Italia per il post-pandemia

Articolo
Giorgia Pelagalli
Istat

Il prodotto interno lordo italiano è destinato a contrarsi dell’8,3% nel 2020. Il dato emerge dal rapporto dal titolo “Prospettive per l’economia italiana nel 2020-2021” condotto dall’Istat, che ha però ipotizzato pure un rimbalzo delle dinamiche di crescita, che potrebbe attestarsi al 4,6% nel 2021.

Alla base dello studio dell’Istat ci sono elementi di varia natura come l’entità della caduta delle dinamiche produttive, che dovrebbe essere più ampia nel secondo trimestre del 2020, e una ripresa del ritmo nella terza e quarta parte dell’anno. A condizione, naturalmente, dell’assenza di una ripresa dei contagi in autunno. L’indagine, inoltre, ha considerato l’efficacia delle misure di sostegno annunciate nei decreti emanati dal governo e il proseguimento di una politica monetaria accomodante capace di stabilizzare il sistema finanziario. La ricerca, che ha lo scopo di provare a quantificare gli effetti della crisi senza precedenti che stiamo vivendo, è stata condotta attraverso una revisione degli indicatori economici tradizionali. Se si considera che non si è potuto far affidamento né sulla regolarità e né sulla persistenza dei fenomeni come in passato, è chiaro che l’elaborazione di queste stime da parte dell’Istat sia soggetta a possibili revisioni future.

La crisi generata dal coronavirus è arrivata in un periodo di stagnazione per l’economia italiana. Si consideri, ad esempio, che l’ultimo semestre del 2019 è stato caratterizzato da una congiuntura negativa (-0,2% del Pil), in cui gli indici di fiducia di imprese e famiglie erano rispettivamente stabili, o in modesta decrescita, e gli unici segnali positivi venivano dalla produzione industriale e dal commercio internazionale a inizio 2020. Tuttavia, le misure per contenere il contagio attuate in tutto il mondo da fine febbraio hanno determinato effetti negativi per il quadro economico internazionale, in primis attraverso il crollo del commercio globale. A tal proposito, si pensi che le previsioni dell’Unione europea per il 2020 sulle importazioni di beni e servizi hanno evidenziato un calo dell’11%. Il lockdown, dunque, ha portato la domanda estera a contribuire negativamente (-0,8%) alle dinamiche del prodotto interno lordo nazionale durante il primo trimestre del 2020. E ancora, le previsioni non sono positive: il calo interesserà sia le esportazioni (-13,9%) sia le importazioni (14,4%), che dovrebbero poi aumentare nel 2021 di circa l’8%.

Una tendenza, questa, che non ha interessato solo l’Italia. Secondo le stime diffuse dalla Banca centrale europea, si prevede una decrescita del Pil dell’intera area euro del -7,7% per il 2020, seguito da una spinta al rialzo del +6,3% solo nel 2021. Per quanto riguarda le ipotesi sul futuro del nostro Paese (-8,3% nel 2020 e +4,6% nel 2021), le diverse componenti incideranno in modo differente: è la domanda interna al netto delle scorte a pesare di più (-7,2%). Ma pure una flessione della spesa di famiglie di istituzioni sociali private (ISP) del -8,7% e degli investimenti (-12,5%) e dalla crescita dell’1,6% dei costi delle amministrazioni pubbliche.

Nonostante il blocco della produzione imposto dal lockdown abbia fatto sentire i suoi effetti su tutto il sistema economico, alcuni degli indicatori disponibili hanno mostrato per il mese di maggio i primi segni di ripresa, anche grazie al graduale processo di riapertura delle attività. In particolare, lascia ben sperare l’inversione di tendenza dei consumi di energia elettrica, che dopo il calo registrato in aprile, è tornata di nuovo a crescere il mese scorso. Anche le analisi sul clima di fiducia non hanno portato a segnali positivi: da un lato ci sono le imprese, reduci dalle difficoltà affrontate negli ultimi mesi mentre dall’altro le famiglie, preoccupate per le future prospettive occupazionali.

In particolare, le conseguenze delle misure di contenimento hanno determinato una contrazione significativa delle vendite al dettaglio nel mese di aprile con una riduzione del volume di affari che si aggira intorno all’11,4%. Si tratta di un dato che racchiude dinamiche molto differenti tra loro, specie se si considerano le variazioni delle transazioni per beni non alimentari (-24,5%) e alimentari (-0,4). Parallelamente è stata registrata un’espansione del commercio elettronico con un aumento del valore delle vendite del 27,1% rispetto al 2019.

Infine, l’indagine dell’Istat si concentra anche sulle dinamiche che hanno interessato in questi mesi il mercato del lavoro. Soltanto nel mese di aprile l’occupazione è diminuita dell’1,2% con 274.000 unità in meno. Contemporaneamente è avvenuta una ricomposizione drastica della forza lavoro. A fronte di un calo della disoccupazione, che è scesa di 1,7 punti percentuali, l’Istat ha registrato un grave aumento dell’inattività: sono circa 500.000 le persone che hanno smesso di cercare un impiego nel primo quadrimestre dell’anno rispetto al 2019. Un fenomeno che riguarda principalmente le donne, per cui il tasso di inattività è aumentato del 2,3%, le persone con un’età compresa tra i 35 e i 49 anni (+10,4%) e quelle tra i 25 e i 34 (+8,8%). Ma cosa aspettarsi, dunque, per il futuro? Secondo l’analisi condotta dall’istituto di statistica, nel 2020 assisteremo a una contrazione delle unità lavorative annue del -9,3%, seguita poi da una ripresa del +4,1% durante l’anno successivo. Si tratta di un’evoluzione graduale che dovrebbe passare sia per un aumento della disoccupazione sia per un aumento congiunto dell’occupazione e dell’inattività.

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