Flessibilità, innovazione e formazione. La ricetta di Ramazza (Assolavoro) per far ripartire l’occupazione

Articolo
Giulia Palocci
occupazione
Alessandro Ramazza, presidente Assolavoro

Tempi bui per l’occupazione in Italia: il coronavirus e il conseguente lockdown produttivo hanno causato un autentico terremoto nel mercato del lavoro (non solo) del nostro Paese. A partire dall’aumento del numero di persone che, scoraggiate, hanno smesso di cercare attivamente un impiego. Ma quale sarà l’impatto della crisi nel medio e nel lungo termine? E quali lezioni dovremmo imparare? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Ramazza, presidente di Assolavoro, l’associazione che riunisce tutte le agenzie per il lavoro presenti sul territorio italiano.

Presidente Ramazza, quali dinamiche avete osservato in questi mesi di lockdown?

Alcuni settori sono rimasti fermi, altri addirittura sono collassati. Mi riferisco prima di tutto al turismo, in cui alberghi, ristoranti e catering – per fare qualche esempio – sono sostanzialmente rimasti bloccati. Ma ci sono pure tutte le strutture commerciali con i loro addetti, fatta eccezione soltanto per la grande distribuzione alimentare che è rimasta aperta durante il lockdown. Questi sono i comparti che hanno sofferto di più.

Ci sono, a suo avviso, settori che invece hanno continuato a ricercare personale durante la fase più dura dell’emergenza?

Sì, primo fra tutti il sanitario, in particolare per quanto riguarda gli infermieri. Ma anche il settore delle pulizie, quelli della manutenzione e sanificazione e la grande distribuzione organizzata. Senza dimenticare il comparto della logistica: è vero che ci sono stati un calo nell’industria manifatturiera e la chiusura di molti esercizi commerciali, ma allo stesso tempo abbiamo assistito a un ampliamento delle vendite online. In mezzo ci sono i settori ritenuti essenziali, come quello della trasformazione agroalimentare, che hanno mantenuto – o addirittura in alcuni casi accresciuto – la propria attività e quindi l’occupazione. Tutti gli altri sostanzialmente si sono bloccati.

Quali sono state le principali difficoltà riscontrate nell’ultimo periodo?

Oltre a un calo fortissimo di ore lavorate prossimo al 50%, le imprese hanno concluso senza rinnovarli i contratti a tempo determinato, sia quelli diretti che quelli in somministrazione. Da un lato, quindi, cessazione di contratti, dall’altro lavoratori che sono andati in trattamento sostitutivo, cioè in cassa integrazione. Siamo riusciti a sostenere queste persone in maniera efficace con il Fondo di solidarietà bilaterale, facendo percepire ai lavoratori le indennità sostitutive per le ore non lavorate nella busta paga ordinaria. Rispetto ai tanti lavoratori che non hanno ricevuto in tempo, o comunque con grandi ritardi, l’indennità, i nostri l’hanno avuta tutti regolarmente.

I dati diffusi la scorsa settimana dall’Istat sono allarmanti, soprattutto se pensiamo al numero di inattivi in Italia, che solo nel mese di aprile sono stati 746.000 in più. Come li interpreta?

C’è una nota dell’Ocse a riguardo, secondo cui il tasso di disoccupazione è aumentato in Europa, con l’unica eccezione dell’Italia. Perché nel nostro Paese quando c’è una situazione di difficoltà il numero delle persone che cerca attivamente lavoro si riduce. E’ il paradosso della disoccupazione: quando il tasso di occupazione cresce vuol dire che ci sono più opportunità lavorative, ma al tempo stesso aumenta anche quello di disoccupazione perché è maggiore il numero di coloro che cerca attivamente lavoro. Durante il lockdown il numero di questi ultimi si è ridotto drasticamente, il tasso di disoccupazione è calato e loro sono finiti negli inattivi.

A suo avviso, quale lezione dovremmo trarre da queste dinamiche?

E’ una situazione che dovrebbe far riflettere molto sul piano politico. In generale c’è un grande rischio: se le persone sono lontane per un lungo periodo di tempo dal mercato del lavoro, in futuro incontreranno enormi difficoltà per il loro reinserimento. Da queste considerazioni bisognerebbe trarre molte conclusioni come, ad esempio, proporre formazione e momenti di orientamento durante il periodo di cassa integrazione per permettere a queste persone di avere una nuova occupazione e per valorizzare le politiche attive del lavoro. Tutte cose che in questi mesi non sono state fatte.

C’è una categoria che la preoccupa particolarmente?

Sicuramente i giovani. Molte previsioni ci dicono che l’occupazione potrebbe calare ulteriormente da qui alla fine dell’anno. Se così fosse, sarà difficile per loro iniziare il proprio percorso professionale. Occorrono politiche energiche in grado di valorizzare il lavoro e favorire la formazione dei ragazzi.

Come sarà il mercato del lavoro del futuro?

Senza una grande operazione il nostro Paese rischia il declino. Dobbiamo favorire l’innovazione e le infrastrutture, altrimenti sarà impossibile avere figure più qualificate, domanda più qualificata e, in particolare, inserire i giovani laureati. Con una svolta coerente con il Green Deal europeo e con il rapporto della task force di Vittorio Colao, potrebbero cambiare davvero le cose: ci sarà la necessità di figure professionali nuove legate al tema della sostenibilità, della circolarità dell’economia, alla pervasività della digitalizzazione, alla robotizzazione del settore industriale e così via. A questo bisognerà aggiungere una valorizzazione di tutto il settore sanitario, biomedicale e delle biotecnologie.

Come Assolavoro avete elaborato otto proposte per la ripartenza. Può spiegarci quali sono le vostre priorità?

In termini urgenti c’è bisogno di novità normative, nel senso che occorre che le imprese abbiano a disposizione agilità e flessibilità, anche con riferimento ai rapporti di lavoro. Oggi abbiamo vincoli molto pesanti come le causali, che sono state sospese solo fino ad agosto e che invece, secondo noi, dovrebbero esserlo almeno fino alla fine del 2021. Un altro punto è sicuramente la necessità di una grande svolta in termini di digitalizzazione del Paese e di formazione diffusa, non solo per i lavoratori ma anche per le famiglie. Questo aspetto si collega a un altro tema per noi fondamentale: gli effetti che deriveranno dall’esperienza dello smart working, che cambierà sicuramente il modo di lavorare in molti settori. Infine, l’innovazione e la riqualificazione della pubblica amministrazione, con percorsi di formazione rivolti sia ai dipendenti sia a coloro che entreranno come nuovi assunti.

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