Innovation Scoreboard, l’Italia resta indietro in Europa (ma qualche buona notizia c’è)

Articolo
Mattia Ceracchi
Foto di Michal Jarmoluk da Pixabay

La Commissione europea ha pubblicato il 23 giugno lo European Innovation Scoreboard per il 2020, la classifica che fotografa le performance in ricerca e innovazione dei Paesi Ue. I risultati sono sostanzialmente in linea con quelli degli anni scorsi: l’Unione nel suo complesso rafforza la propria capacità d’innovazione rispetto all’inizio del decennio, ma continua a perdere posizioni rispetto ai maggiori concorrenti globali. I Paesi dell’Europa orientale (baltici in testa) accelerano la loro crescita e iniziano a ridurre il divario interno europeo in R&I, mentre l’Italia – seppur presentando un andamento positivo nel corso del decennio – conferma tutte le debolezze strutturali in materia di ricerca e innovazione ampiamente note da anni. Ulteriore materiale di riflessione, sia a livello nazionale che europeo, in vista della definizione del Recovery Plan proposto dalla Commissione a fine maggio.

COS’È LO EUROPEAN INNOVATION SCOREBOARD?

Promosso dalla Commissione europea, lo European Innovation Scoreboard (EIS) fornisce ogni anno una valutazione comparativa della performance di ricerca e innovazione negli Stati membri dell’Ue, negli altri Paesi europei e in quelli vicini, offrendo così una panoramica dei punti forti e delle carenze dei sistemi nazionali di R&I, dell’andamento dei progressi ottenuti nel corso degli anni e – questo l’obiettivo ultimo che la classifica si propone – dei settori su cui focalizzare l’intervento pubblico per incrementare la capacità d’innovazione.

Lo Scoreboard è elaborato tenendo conto di 27 indicatori di performance, distinguendo dieci aree specifiche di innovazione in quattro macro-categorie (contesto generale, investimenti, attività di innovazione e impatti). Si va dagli indicatori classici, come il numero dei laureati in età compresa tra i 25 e i 34 anni e la percentuale degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo in rapporto al prodotto interno lordo, ad altri più puntuali, quale il numero delle imprese che erogano formazione professionale per sviluppare o aggiornare le competenze digitali dei propri dipendenti. L’indice copre i Paesi dell’area europea, ma confronta anche, seppur sulla base di un numero più limitato di indicatori, le prestazioni dell’Ue con quelle dei più rilevanti concorrenti dell’innovazione globale (Australia, Brasile, Canada, Cina, India, Giappone, Federazione russa, Sudafrica, Corea del Sud e Stati Uniti).

COSA DICE LO EUROPEAN INNOVATION SCOREBOARD 2020

Lo Scoreboard del 2020 non presenta grosse sorprese e conferma nel complesso le tendenze degli ultimi anni. Il gruppo di testa è composto dagli scandinavi (nell’ordine, Svezia, Finlandia e Danimarca), dai Paesi Bassi e dal Lussemburgo, “leader dell’innovazione”, che ottengono risultati significativamente superiori alla media europea. Del secondo gruppo, quello degli innovatori forti, che mostrano prestazioni in materia d’innovazione superiori o vicine alla media Ue, fanno parte Austria, Belgio, Francia e Germania, oltre a tre Paesi della periferia europea (Estonia, Irlanda e Portogallo). Segue il gruppo degli “innovatori moderati”, che raccoglie gli Stati con risultati inferiori alla media europea: il blocco euro-mediterraneo praticamente al completo (Croazia, Cipro, Grecia, Italia, Malta, Slovenia, Spagna), Visegrad (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria) e le altre due repubbliche baltiche (Lettonia e Lituania). Chiudono la classifica Bulgaria e Romania, che presentano una performance d’innovazione inferiore al 50% della media Ue.

Dalla classifica emerge chiaramente che i Paesi che ottengono una buona performance complessiva mostrano prestazioni eccellenti anche nella maggior parte delle aree specifiche di innovazione. Non mancano tuttavia sorprese positive, che vedono alcuni innovatori forti e moderati eccellere in singole aree. Non desta particolare stupore il fatto che il Lussemburgo, seguito da Danimarca, Paesi Bassi e Svezia, continui a guidare la classifica per quanto riguarda la capacità di attrazione dei sistemi di ricerca (massima apertura alla cooperazione con partner stranieri, ottime opportunità di collegamento internazionale per i propri ricercatori, eccellente qualità dei risultati di ricerca). Può essere invece significativo che il Portogallo sia in testa per l’innovazione nelle piccole e medie imprese, grazie, tra le altre cose, all’elevato numero di piccole e medie imprese che sviluppano prodotti e processi innovativi e che introducono innovazioni organizzative e di marketing. Notevoli anche le prime posizioni di Austria e Belgio per quanto concerne i collegamenti e le collaborazioni all’interno dell’ecosistema dell’innovazione, grazie all’alta propensione delle imprese di questi Paesi alla collaborazione con altri partner pubblici e privati e all’elevato tasso di cofinanziamento privato per le attività della ricerca pubblica.

Osservando più nel dettaglio l’andamento della classifica nel corso degli anni, emerge come l’Unione abbia complessivamente rafforzato la propria performance in termini d’innovazione. Per l’Ue nel suo complesso, infatti, l’indice misura un miglioramento di 8,9 punti percentuali tra il 2012 e il 2019. Sono 24 i gli Stati membri che fanno registrare progressi rispetto a sette anni fa, Slovenia e Romania gli unici Paesi che arretrano significativamente, mentre la Germania resta sostanzialmente in linea con la performance del 2012. Notevole l’andamento di Lituania, Malta, Lettonia, Portogallo e Grecia, che raggiungono un incremento di oltre 20 punti percentuali rispetto all’inizio del decennio, un dato significativo se letto alla luce dell’obiettivo di riduzione del divario di ricerca e innovazione interno all’Ue, uno degli indirizzi più ribaditi delle politiche europee di R&I degli ultimi anni. Rispetto ai singoli indicatori, i miglioramenti più rilevanti per l’Ue nel suo complesso si registrano nella penetrazione della banda larga e nella categoria degli investimenti, in particolare per quanto riguarda la spesa per l’innovazione non legata alla R&S e gli investimenti in capitale di rischio.

Confrontando la performance europea con quella dei maggiori concorrenti globali, si nota come l’Unione continui a mantenere un vantaggio in termini di prestazioni sia rispetto alle economie emergenti (Brasile, Sudafrica, India), sia rispetto a Stati Uniti e Cina (fatto 100 il valore europeo, il punteggio americano e cinese raggiunge rispettivamente i 96 e i 92 punti). La Corea del Sud si conferma il paese più innovativo, con una performance superiore del 34% rispetto al punteggio dell’Ue nel 2019 (seguono Canada, Australia e Giappone). Ma la fotografia della performance 2020 raccolta solo una parte della storia, dato che la tendenza del decennio vede l’Unione perdere posizioni sia rispetto ai paesi di testa che nei confronti degli inseguitori: dal 2012 Corea del Sud, Australia e Giappone hanno aumentato il loro vantaggio di rendimento rispetto all’Ue, mentre il divario tra l’Unione e gli Stati Uniti, la Cina, il Brasile, la Russia e il Sudafrica è andato ad assottigliarsi. Rispetto all’inizio degli anni dieci, è la Cina il Paese ad aver avuto il maggiore incremento della capacità d’innovazione (+17,3%), con un tasso di crescita oltre cinque volte maggiore di quello dell’Ue nello stesso periodo (+3%, va ricordato che la comparazione tra i concorrenti globali prende in esame un numero di indicatori ridotti rispetto allo Scoreboard complessivo che valuta i singoli paesi europei). E seppur distanti dall’accelerazione cinese, anche Giappone (+8%), Russia (+6,7%), Stati Uniti (+4,9%), Brasile (+4,7%), Australia (+3,5%) e Sudafrica (+4,6%) hanno registrato dal 2012 un tasso di incremento di prestazioni superiore a quello dell’Unione.

LA PERFORMANCE DELL’ITALIA

L’Italia si colloca al diciottesimo posto della classifica, nel gruppone degli innovatori moderati, con 83 punti (100 è il valore medio europeo nel 2019). Le notizie positive arrivano dall’andamento nel corso del decennio; la performance italiana in materia di R&I è migliorata dell’11,8% rispetto al 2012 (un tasso lievemente superiore all’incremento della media europea). Prendendo come riferimento il valore medio dell’Ue nel 2012 (100), si nota come i miglioramenti si siano concentrati soprattutto negli ultimi due anni, grazie anche a una revisione del paniere degli indicatori: l’Italia registra un punteggio di 90 nel 2019, in aumento di 10 punti rispetto a due anni fa (80), mentre i valori tra il 2012 e il 2017 erano oscillanti tra i 77 e gli 80 punti.

L’Italia va molto bene nell’innovazione delle piccole e medie imprese (oltre 30 punti sopra la media Ue) e si difende degnamente negli ambiti del patrimonio intellettuale (l’area misura, tra le altre cose, il numero di domande di marchi e brevetti) e della capacità di attrazione del sistema di ricerca (grazie soprattutto all’elevato numero delle pubblicazioni più citate), dov’è sostanzialmente in linea con la media europea. Per il resto, la performance italiana ripresenta tutte le debolezze strutturali e ampiamente note da anni: siamo indietro per spesa pubblica in ricerca e sviluppo (61 punti, fatta 100 la media europea) e relativi investimenti privati (58), per numero di imprese che attivano collaborazioni con altri partner pubblici e privati (56), per numero di nuovi dottorandi (66), per il tasso di cofinanziamento privato per le attività della ricerca pubblica (67, ma in significativo incremento rispetto ai valori di inizio decennio). Disastroso, infine, il valore relativo al numero dei laureati: con solo il 25,3% di persone in età compresa tra i 25 e i 34 anni che hanno completato l’università, l’Italia si piazza penultima davanti solamente alla Romania.

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