Università, calo degli iscritti e decrescita economica. I giovani e il peso del coronavirus

Articolo
Giorgia Pelagalli
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Si stima una perdita di 10.000 matricole nelle università italiane per il prossimo anno. La pandemia globale ha già segnato le nostre quotidianità nel 2020 e ci si attende che i suoi effetti non scompaiano nell’immediato, ma che, anzi, rivoluzionino le dinamiche economiche e sociali anche in futuro. Le stime della Banca Mondiale suggeriscono per l’anno in corso una flessione del prodotto interno lordo mondiale del 5,2%, valore che, secondo l’Istat, potrebbe arrivare fino all’8,3% nel caso dell’Italia. Uno scenario post-lockdown in recessione insomma, a cui il mondo accademico non riesce a sottrarsi.

In una nota di Luca Bianchi e Gaetano Vecchione, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez) ipotizza un calo delle immatricolazioni per l’anno accademico 2020/2021 pari a circa a 3.200 studenti al Centro-Nord e a 6.300 nel Mezzogiorno come conseguenza della crisi da coronavirus. Le analisi sono state condotte partendo da quanto accaduto dopo il 2008. A seguito della crisi finanziaria, che ha causato nel 2009 una contrazione del Pil italiano del 5,3%, il tasso di passaggio scuola-università è crollato tra il 2008 e il 2013 del 8,3% nel Mezzogiorno e del 1,6 al Centro Nord. Sebbene si sia verificata tra il 2013 e il 2019 una ripresa graduale di queste dinamiche, il Sud Italia contava alla fine di questo periodo ancora 12.000 immatricolati in meno rispetto al 2008, mentre nel resto del Paese i neo-universitari registravano un aumento di 30.000 unità rispetto ai valori pre-crisi.

La prospettiva di un impoverimento delle famiglie fa scattare l’allarme proprio per il Mezzogiorno, dal momento che si prevede che a ciò seguirà una significativa contrazione delle spese destinate agli studi universitari. Due ulteriori elementi sottolineano la criticità della situazione: da una parte il fatto che vengono conteggiati tra gli studenti meridionali anche coloro che si immatricolano nelle università del Centro-Nord e dall’altra la situazione che vede il 43% degli studenti del Mezzogiorno provenire da famiglie a basso reddito, ovvero proprio quei nuclei che più sono esposti al rischio di rinuncia al percorso universitario. Il pericolo è che il divario che divide il Paese tra Nord e Sud si inasprisca maggiormente anziché procedere verso la convergenza.

Peraltro, anche se si guarda al contesto europeo, la posizione dell’Italia è sconfortante. Secondo i dati Eurostat, la performance del nostro Paesein materia di istruzione universitaria è tra le peggiori del Vecchio Continente. Infatti, nel nostro Paese solo il 27,6% nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni ha completato gli studi di istruzione terziaria, una percentuale che ci colloca non solo ben al di sotto della media dell’Unione europea del 41,6% ma addirittura in penultima posizione. Peggio fa solo la Romania.

La riduzione delle risorse a disposizione delle famiglie per il finanziamento dell’istruzione universitaria unita a un diffuso senso di sfiducia sulla riapertura degli atenei in autunno potrebbe generare una classe di lavoratori meno istruiti. Gli effetti dell’abbassamento del livello di scolarizzazione sulla crescita economica potrebbero essere estremamente negativi. L’investimento sulle persone e, in particolare sulla loro formazione, costituisce uno dei driver principali dello sviluppo economico e sociale di un Paese, non solo in termini di competitività e produttività del lavoro, ma anche per la spinta alla riduzione della povertà e il parallelo miglioramento della qualità della vita dei cittadini.

Proprio a sottolineare il ruolo guida che l’istruzione potrebbe giocare per il futuro del Paese, in particolare in una fase post-emergenziale come quella che stiamo vivendo, il rapporto Svimez suggerisce alcune azioni politiche. Tra queste troviamo la proposta di estendere la no-tax area da 13.000 a 20.000 in tutto il Paese, la previsione di una borsa di studio statale (vincolata al raggiungimento degli obiettivi accademici previsti dal piano di studio) per il 2020, la valorizzazione dei poli di ricerca, il sostegno delle infrastrutture digitali e il coinvolgimento di ulteriori livelli istituzionali nel dibattito.

In assenza di un impegno concreto per contrastare queste tendenze, è probabile dunque, che saranno proprio i giovani a pagare le conseguenze più aspre della crisi da coronavirus. La cosiddetta “generazione lockdown” si troverà ad affrontare, con la contrazione delle dinamiche economiche, sia un più difficile accesso all’istruzione universitaria e specializzante, sia un mercato del lavoro ostile e in flessione, che rischia di escluderli e relegarli ai margini.

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