Comunità rinnovabili, i dati e le proposte di Legambiente

Articolo
Giulia Tani

Per comunità rinnovabili si intendono gruppi di individui o imprese che producono autonomamente energia da fonti rinnovabili e la scambiano tra loro, accedendo solo in via residuale alle grandi reti di distribuzione e trasmissione. Potrebbe essere il caso, ad esempio, di un gruppo di condomini che installano pannelli fotovoltaici sul tetto della propria abitazione, o di imprenditori operanti nella stessa zona che investono congiuntamente in un impianto. L’energia rinnovabile così generata può essere direttamente utilizzata (autoconsumo), immessa nella rete, oppure accumulata in apposite batterie per essere impiegata in un momento successivo. I cittadini si fanno dunque prosumer, al contempo produttori e utenti, capaci di gestire autonomamente i propri consumi riducendo gli sprechi per la rete di distribuzione, con vantaggi immediati sia in termini di prezzo che di emissioni inquinanti.

Il decreto Milleproroghe approvato lo scorso febbraio ha inserito il concetto di comunità rinnovabile nel quadro normativo italiano, consentendo la condivisione di energia prodotta da impianti rinnovabili per una potenza complessiva inferiore ai 200 kW. Esperienze di condivisione e autoproduzione di energia da fonti rinnovabili, tuttavia, erano presenti già da diversi anni in Italia. Lo testimonia anche il recente rapporto LegambienteComunità rinnovabili 2020”, (qui il video della presentazione).

Secondo lo studio, sono 7.776 i comuni italiani dove è installato almeno un impianto fotovoltaico, 7.223 per il solare termico, 1.489 per il mini idroelettrico, 1.049 per l’eolico, 3.616 per le bioenergie e 594 per la geotermia. Le installazioni ammontano a un totale di 778.000 impianti fotovoltaici, 3.539 idroelettrici, 4.805 eolici, 2.808 a bioenergie, 15.365 geotermici, oltre a 4,4 milioni di metri quadri di impianti solari termici e più di 66.000 impianti a bioenergie termici. A vantare il numero maggiore di impianti rinnovabili (soprattutto idroelettrici) è la Lombardia (8,3 GW di potenza installata) mentre la Puglia si distingue tra le regioni italiane per il numero maggiore di installazioni solari ed eoliche (rispettivamente pari a 2,5 e 2,6 GW).

Con la delibera di Arera e il decreto attuativo del ministero dello Sviluppo economico che seguiranno all’approvazione del Milleproroghe, sarà possibile realizzare le prime comunità energetiche in Italia. Il nostro Paese non arriva impreparato a questo appuntamento: come riporta Legambiente, sono 32 i progetti di autoproduzione e condivisione di energia rinnovabile già attivi o in partenza, distribuiti su tutto il territorio nazionale. Alcuni di essi sono progetti storici in continua evoluzione come, ad esempio, le cooperative per la produzione e distribuzione di energia idroelettrica E-Werk Prad in Trentino-Alto Adige e SECAB in Friuli-Venezia Giulia. Altre, invece, sono iniziative recenti, come il progetto Green Energy Community (GECO), che coinvolge 7.500 abitanti nella periferia di Bologna e una zona commerciale di 200.000 metri quadri.

Secondo Legambiente, il nostro Paese si è incamminato lungo la giusta via verso la transizione energetica prevista dal Green Deal europeo: in soli dieci anni, sono stati installati più di un milione di impianti elettrici e termici in 7.911 comuni (il numero di partenza era 356). Tali impianti hanno contribuito a incrementare la produzione energetica di quasi 50 TWh. La quota di energia rinnovabile sul totale dei consumi elettrici è passata dal 15 al 36%, e quella sui consumi complessivi dal 7 al 19. Un indubbio progresso, giudicato tuttavia troppo lento per rispettare gli ambiziosi impegni dei prossimi anni nella lotta ai cambiamenti climatici. La media annuale di installazioni dal 2015 a oggi è stata di appena 459 MW di solare e 390 MW di eolico: di questo passo, gli obiettivi al 2030 stabiliti dal Piano nazionale integrato per l’Energia e il Clima (Pniec) sarebbero raggiunti con 20 anni di ritardo.

Per scongiurare tale rischio, Legambiente ha individuato alcune priorità che dovrebbero indirizzare la risposta del policy-maker alla crisi ambientale, economica e sociale che ci troviamo oggi a vivere. Tali priorità, aventi come fulcro lo sviluppo delle comunità energetiche per rilanciare gli investimenti nelle fonti rinnovabili e la crescita dei territori, spaziano dalla semplificazione e definizione di linee guida per le procedure di autorizzazione per gli impianti rinnovabili alla promozione di progetti di agrivoltaico, dall’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili al recepimento tempestivo della direttiva europea 2018/2001 sulle comunità energetiche.

È necessario un drastico cambio di passo da parte delle istituzioni al fine di recuperare i ritardi negli investimenti per lo sviluppo sostenibile del nostro Paese e realizzare i target europei verso la decarbonizzazione energetica. La sfida che si pone ai cittadini, tuttavia, è altrettanto ambiziosa: scardinare il paradigma vigente e creare un nuovo modello di partecipazione dal basso, in cui ciascun individuo sia attivamente responsabile della produzione e del consumo di energia.

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