Gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. Il punto verso il 2030

Articolo
Michele Masulli
Credit: Pixabay

Dieci anni ci separano dal 2030, anno in cui viene fissata la scadenza per il conseguimento dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals – SDGs) fissati dall’Agenda delle Nazioni Unite, che informano le politiche pubbliche a più livelli verso target di inclusione, sostenibilità, diffusione della conoscenza. È quanto mai opportuno, quindi, verificare se gli Stati si stanno muovendo verso gli scopi prefissati e, se sì, a quale ritmo.

Il monitoraggio sull’andamento degli indicatori che compongono gli obiettivi dell’Agenda 2030 viene condotto a più livelli: nazionale, regionale, globale e tematico. Tra i rapporti più autorevoli a tal proposito c’è sicuramente quello annuale condotto da Eurostat. L’edizione 2020 di “Sustainable development in the European Union. Monitoring report on progress towards the SDGs in an EU context”, giunto alla quarta edizione, riscontra i progressi più significativi negli obiettivi 16, 1 e 3, rispettivamente quelli che si occupano di “Pace, giustizia e istituzioni solide”, “Sconfiggere la povertà” e “Salute e benessere”. Al contrario, i Paesi europei si starebbero allontanando dagli obiettivi prefissati per la “Parità di genere” e i progressi faticherebbero a vedersi per l’obiettivo 13, ossia la “Lotta contro il cambiamento climatico”. A segnare il trend di miglioramento più consistente nel corso degli ultimi 15 anni, pertanto, è il target numero 16: omicidi o aggressioni nell’Ue sono diminuiti, così come la percezione della presenza della criminalità. La spesa pubblica nei tribunali è aumentata e anche la percezione dell’indipendenza del sistema giudiziario. In più, secondo l’Eurostat, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee – Commissione, Parlamento e Banca centrale – sarebbe cresciuta notevolmente dal 2014.

Subito dopo, per avanzamenti negli indicatori che lo compongono, troviamo l’obiettivo 3. In questo ambito, emerge che un minor numero di persone deve affrontare problemi legati alle proprie case, quali il sovraffollamento, le cattive condizioni abitative, la mancanza di servizi sanitari o l’incapacità di riscaldare adeguatamente l’abitazione. In più, meno persone segnalano bisogni di cure mediche non soddisfatti. Nel rapporto si sottolinea poi che il numero di persone che soffrono di grave deprivazione materiale ha continuato a diminuire. Tuttavia, aumenta il numero di quelle a rischio di povertà. I miglioramenti in questo ambito sono stati finora troppo modesti perché l’Ue potesse raggiungere l’obiettivo di escludere almeno 20 milioni di persone dall’area di rischio indigenza entro il 2020.

Il terzo target su cui gli Stati europei sono riusciti a fare meglio negli ultimi cinque anni riguarda la salute e il benessere. Lo studio evidenzia una riduzione della mortalità per cause sia prevenibili che curabili. I decessi per HIV, tubercolosi ed epatite, ad esempio, sono costantemente scesi negli ultimi cinque anni e meno persone sono morte in incidenti sul lavoro o in viaggio. I cittadini dell’Ue sembrano, inoltre, abbandonare sempre più fattori di rischio legati allo stile di vita, come il fumo. Si segnalano pure miglioramenti significativi nell’accesso all’assistenza sanitaria.

Tutto ciò ha contribuito ad aumentare ancora di più l’aspettativa di vita nell’Ue e i miglioramenti della salute percepita dai cittadini europei. Al contrario, nel campo della parità di genere i Paesi membri sembrano aver fatto passi indietro. Se da un lato il salario orario delle donne si sta lentamente avvicinando a quello maschile e la loro presenza nei parlamenti nazionali e nelle posizioni dirigenziali delle maggiori società quotate vanno crescendo in misura considerevole, dall’altro aumentano le disparità di genere nel settore dell’istruzione e nel mercato del lavoro. Molte più donne rimangono ancora economicamente inattive rispetto agli uomini a causa delle responsabilità di cura. Inoltre, si va ampliando il divario occupazionale di genere sia nel complesso della forza lavoro (da 20 a 64 anni) sia per i neolaureati (da 20 a 34 anni).

Per quanto riguarda l’istruzione, stiamo assistendo a un capovolgimento del gap: gli uomini sono più soggetti ad abbandonare precocemente gli studi e si laureano in percentuali minori. Progressi insufficienti si notano pure in un ambito in cui le istituzioni stanno investendo molto: il contrasto al cambiamento climatico. Mentre secondo stime provvisorie, l’Ue ha conseguito l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra del 20% entro il 2020, una leggera crescita delle emissioni tra il 2014 e il 2017 ha posto i Paesi dell’Unione fuori dal sentiero di riduzione delle emissioni del 40% entro il 2030. È una valutazione, questa, che tuttavia non tiene conto degli ulteriori impegni che gli Stati membri stanno assumendo sul fronte del cambiamento climatico nell’ambito dei Piani nazionali integrati per l’energia e il clima. Sta di fatto che l’Unione sta soffrendo gli effetti del climate change: la temperatura è di 1,6°C, maggiore rispetto a quella dei livelli pre-industriali e quindi sopra la soglia di guardia delineata dall’International Panel on Climate Change, con un aumento di 0,2°C rispetto a dieci anni prima. Similmente cresce l’acidità degli oceani e la frequenza di eventi estremi ambientali.

Oltre ai cinque obiettivi sopra discussi, ne ritroviamo altri dieci dagli avanzamenti più moderati: dalla lotta alla fame alla riduzione delle diseguaglianze, passando per la promozione dell’istruzione di qualità e della sostenibilità delle città. Per due obiettivi, relativi alla gestione sostenibile dell’acqua e delle risorse marine, la carenza di dati per gli ultimi 5 anni non ha consentito di monitorare l’andamento degli indicatori. Il rapporto 2021 ci dirà qual è stato l’impatto della crisi Covid-19 sul raggiungimento degli obiettivi globali di sviluppo sostenibile.

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