Intelligenza artificiale, l’audizione di Stefano da Empoli al Senato

Articolo
Giulia Palocci
intelligenza artificiale

E’ stata pubblicata lo scorso 2 luglio dal ministero dello Sviluppo economico la Strategia italiana per l’intelligenza artificiale elaborata dal gruppo di esperti di cui ha fatto parte anche il presidente dell’Istituto per la Competitività (I-Com) Stefano da Empoli. Un lavoro iniziato circa un anno e mezzo fa che ha visto trenta personalità tra economisti, accademici e manager impegnati nella redazione di ben 82 raccomandazioni che tengono conto delle peculiarità del Sistema Italia e conciliano la competitività internazionale con lo sviluppo sostenibile nel rispetto delle Linee guida etiche della Commissione europea (qui un nostro articolo sulla strategia).

Sempre sul tema il Senato ha anche dato il via a un’indagine conoscitiva. Tra gli esperti auditi – oltre al professor Giuseppe Attardi del Dipartimento di Informatica dell’Università di Pisa, alla professoressa Rita Cucchiara, direttore del Laboratorio nazionale di Artificial Intelligence and Intelligent Systems del CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica) e al professor Giorgio Metta, direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia – anche il presidente I-Com da Empoli, che lo scorso giovedì 23 luglio è intervenuto presso le commissioni riunite Lavori pubblici e comunicazioni e Industria, commercio e turismo. I lavori sono stati coordinati dal presidente dell’ottava commissione di Palazzo Madama Mauro Coltorti.

QUI IL VIDEO INTEGRALE DELL’AUDIZIONE DI STEFANO DA EMPOLI AL SENATO

L’intelligenza artificiale è una tecnologia general purpose, trasversale a tutti i settori e a tutte le organizzazioni, siano esse aziende o amministrazioni pubbliche“, ha specificato da Empoli durante l’apertura del suo intervento. Il punto di partenza, secondo il presidente I-Com, è tecnologico, ma tutte le implicazioni – inevitabilmente – sono poi di stampo economico. Una fra tutte è il rapporto tra gli esseri umani e i robot: “Quello che emerge in maniera piuttosto evidente è che più che di sostituzione di lavori, si debba parlare di sostituzione di funzioni. Mettendo insieme i punti di forza dell’uomo e delle macchine si può ottenere un risultato migliore“. A parte alcuni mestieri le cui mansioni possono essere svolte da meccanismi automatizzati, nella maggior parte dei casi questi assumeranno un ruolo ausiliario, aiutando le persone a svolgere in modo più performante il proprio lavoro. Ciò che serve è una giusta dose di ottimismo “che però deve essere corroborato da alcune condizioni“, ha sottolineato il presidente I-Com. Che ha poi continuato: “In primis occorre lavorare sulle competenze e sulle conoscenze dei lavoratori di oggi e di quelli futuri“.

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Ma a che punto è l’Europa nella corsa globale all’intelligenza artificiale? “Certamente ha numerose carte da giocare. Voglio essere ottimista. Abbiamo grandi potenzialità, che al momento però faticano a essere scaricate a terra“, ha dichiarato di fronte ai membri delle commissioni ottava e decima del Senato. Da Empoli ha poi spiegato che “l’Unione europea è tra le zone geografiche con il maggior numero di player attivi in questo campo (ben il 25%), appena dietro agli Stati Uniti (26%) e subito prima della Cina (24%)“. Tuttavia, nella pratica i risultati ottenuti non sono ancora all’altezza della sfida. Richiamando l’Artificial Intelligence Index Report 2019 condotto dall’Università di Stanford, il presidente dell’Istituto per la Competitività ha ricordato che “nel 2018 gli investimenti privati in intelligenza artificiale dei Paesi europei sono stati nettamente inferiori a quelli di Stati Uniti e Cina“. Nello specifico, le società statunitensi hanno investito 18,7 miliardi di dollari, quelle cinesi 14,35 mentre quelle dei cinque principali Stati europei non sono state in grado di raggiungere il livello degli investimenti nel Regno Unito (1,255 miliardi contro 1,27 miliardi di dollari), superando di poco solo Israele (1,044 miliardi). Purtroppo lo stesso si può dire degli investimenti pubblici.

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Anche in Italia si fa strada l’intelligenza artificiale, tanto che il mercato – tra software, hardware e servizi – nel 2019 ha raggiunto il valore di 200 milioni di euro, di cui il 78% commissionato da imprese italiane e il 22% come export. In base all’indice realizzato da I-Com nel 2019 sul grado di preparazione all’intelligenza artificiale dei Paesi europei, “l’Italia non si posiziona male“, ha specificato da Empoli. Che poi ha spiegato: “Siamo al tredicesimo posto. Si tratta di un risultato di cui, è vero, non dobbiamo essere orgogliosi, ma va considerato come l’effetto di una media tra cose che vanno particolarmente bene – a volte meglio di quanto in realtà ci aspettassimo – e altre su cui siamo oggettivamente molto indietro, proprio come le competenze“.

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L’invito del presidente da Empoli è dunque a “investire di più e farlo meglio“. Ma alla politica ha suggerito anche tre spunti di riflessione: in primo luogo, sarebbe necessario “pensare all’adozione delle tecnologie di intelligenza artificiale almeno quanto al loro sviluppo“. In questo modo sarà più facile garantire alle imprese, soprattutto alle più piccole, l’accesso alle migliori soluzioni innovative a basso costo. Un obiettivo, quest’ultimo, irraggiungibile se non si pensa a puntare sulle competenze. “Da questo punto di vista si può fare sicuramente di più“, ha ribadito il presidente dell’istituto: “Benissimo i Digital Innovation Hub, ma a mio avviso dovremmo essere più ambiziosi sotto questo profilo. Soprattutto i Paesi più grandi e con un tessuto produttivo composto da piccole e medie imprese, come l’Italia, dovrebbero prevederne più di uno, garantendone così un’adeguata ramificazione territoriale“. Infine, l’ultimo elemento si riferisce al quadro regolamentare, che secondo da Empoli deve avere alcune caratteristiche fondamentali: “Deve essere chiaro e non creare eccessiva diversificazione tra i prodotti dotati di intelligenza artificiale e non – con una maggiore attenzione verso i primi – e si devono evitare rischi di iper-regolazione, che finirebbe per penalizzare proprio le start-up e le piccole e medie imprese innovative europee che vorrebbero sviluppare questo tipo di tecnologie“.

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Qui la presentazione:

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