Scuola, l’impatto del Covid secondo l’Ocse e le lacune dell’Italia

Articolo
Michele Masulli
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Nel mezzo della discussione pubblica su tempi e condizioni della riapertura della scuola, è arrivato il rapporto annuale dell’Ocse dal titolo “Education at a glance“, un fondamentale punto di riferimento internazionale per le politiche dell’istruzione. Quest’anno l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, al tradizionale monitoraggio dei principali indicatori e delle maggiori tendenze che attraversano i sistemi di istruzione dei Paesi che la compongono, ha accompagnato un focus sull’impatto che la pandemia da Covid-19 ha avuto sulle scuole e sulle università. E ha chiamato, inoltre, le istituzioni a fronteggiare inedite sfide: dall’esigenza di nuovi finanziamenti alla prosecuzione dell’insegnamento nel periodo di lockdown, dalla preparazione digitale dei docenti alla dimensione delle classi, dal rischio di perdere tempo prezioso dedicato alla formazione alle problematiche legate alla mobilità degli studenti internazionali, sono numerosi i temi che i policy maker e tutti gli attori del mondo dell’istruzione sono chiamati ad affrontare.

Diversi Paesi hanno introdotto misure per fronteggiare l’emergenza nel breve termine: la fornitura di dispositivi digitali per la didattica a distanza, il supporto finanziario per scuole e studenti, i fondi per dispositivi di protezione individuale e la pulizia degli ambienti. Sarà, tuttavia, necessario uno sforzo economico proiettato sul medio-lungo periodo. Negli Stati Ocse la quota di risorse dedicata all’istruzione rispetto alla spesa pubblica complessiva varia dal 7% della Grecia al 17% del Cile. L’Italia si posiziona in fondo alla classifica, subito prima della Grecia, con una percentuale che non raggiunge neppure l’8%. Ciononostante, il governo italiano, nella comparazione internazionale offerta dall’OCSE, figura tra gli Stati che più si sono attivati per rispondere alle esigenze del sistema scolastico emerse dall’inizio della diffusione della pandemia.

Tutti i Paesi monitorati dall’Ocse hanno imposto la chiusura delle scuole nel periodo di lockdown. Per alcuni si è trattato di poco più di un mese mentre per la maggior parte (ben 24) di un numero di settimane compreso tra 12 e 16. Il primato, in questo caso, è dell’Italia, che per 18 settimane ha tenuto serrati i cancelli degli istituti scolastici. Se guardiamo, invece, al contesto mondiale, il nostro Paese è secondo solo alla Cina.

Si tratta di un dato, però, che potrebbe avere ripercussioni sulle prospettive future dell’economia. Gli economisti Hanushek e Woessman hanno calcolato che la perdita di un terzo dell’anno scolastico causerebbe una carenza di competenze e un calo della produttività in grado di ridurre il Prodotto interno lordo dell’1,5% in media per il resto del secolo. Pertanto, l’Italia sarebbe tra i gli Stati più esposti a questo rischio.

Inoltre, il nostro Paese nella prima fase della pandemia non si mostrava certamente all’avanguardia per diffusione delle tecnologie ICT nel settore dell’istruzione. Se guardiamo, ad esempio, alla percentuale di insegnanti della scuola media che richiedevano agli studenti l’utilizzo di strumenti digitali per il lavoro di classe, rispetto a una media degli Stati Ocse superiore al 50%, l’Italia si è fermata attorno al 48. Un numero, questo, su cui probabilmente ha inciso l’età media della classe docente italiana, che è particolarmente elevata: soltanto l’1% degli insegnanti ha meno di 30 anni. Al contrario, invece, ci posizioniamo poco sopra il dato medio dell’Ocse se consideriamo la percentuale di professori della scuola media che è stata coinvolta in corsi di formazione professionale.

Nei giorni in cui è particolarmente caldo il dibattito sugli spazi necessari per garantire una riapertura delle scuole in sicurezza, è utile guardare alla dimensione delle classi italiane. In media, nel nostro Paese le aule sono composte da 20 alunni (poco meno per le elementari, poco più per le medie). Si tratta di un valore inferiore alla media Ocse e a gran parte degli Stati che fanno parte dell’organizzazione. Non sembrano essere le “classi pollaio”, quindi, il problema del sistema di istruzione italiano e dovrebbe essere relativamente più semplice riorganizzare gli spazi per assicurare una ripresa delle attività didattiche in piena sicurezza.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna con una tesi sulla mobilità intergenerazionale dei redditi. Successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre.

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