Ricerca e sviluppo, l’impatto del Covid sugli investimenti di istituzioni e imprese

Articolo
Michele Masulli
Strategy for data
Credit: Pixabay

Già qualche settimana fa avevamo segnalato in un nostro articolo il rischio di una contrazione dei finanziamenti per l’innovazione, in particolare da parte delle imprese, causa Covid-19: la crisi economica morde alle caviglie di tante aziende, che si trovano costrette a sacrificare parte dei fondi un tempo dedicati alla ricerca e allo sviluppo. Ora è arrivato anche l’allarme dell’Istat che, con la pubblicazione “Ricerca e Sviluppo in Italia – Anni 2018-2020”, ha confermato questi timori.

Le previsioni fornite da imprese e istituzioni per il 2020 all’Istituto nazionale di statistica indicano un calo significativo della spesa in ricerca e sviluppo intra-muros. La riduzione tocca soprattutto le aziende, che avrebbero ridotto i loro investimenti del 4,7% rispetto al 2019 e del 2,9% rispetto al 2018. Al contrario, sarebbe cresciuta del 3% la spesa da parte delle istituzioni pubbliche e rimarrebbe stabile quella del settore non profit. Si tratta di un calo che probabilmente pregiudica la corsa dell’Italia verso il conseguimento degli obiettivi europei, che già ci vedono arrancare.

Rispetto all’obiettivo generale della Strategia Europa 2020, orientata a sostenere la crescita degli investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo fino a una quota del 3% rispetto al Prodotto interno lordo, l’Italia ha fissato come target il raggiungimento di una spesa pari all’1,53% entro l’anno. Più in dettaglio, come specificato anche nelle linee guida del Piano nazionale Next Generation EU, il governo italiano si è posto l’obiettivo di innalzare questa percentuale al 2% entro il 2027 (anno in cui si concluderà il programma) per eguagliare la media dei Paesi Ue. Ma c’è di più. L’auspicio è di riuscire poi a continuare ad accrescere questa voce di spesa per avvicinarsi il più possibile ai livelli della Germania, che ad oggi destina alla ricerca e allo sviluppo ben il 3% del suo Prodotto interno lordo.

La crisi provocata dalla diffusione del Covid-19, quindi, ha interrotto un biennio di crescita degli investimenti pubblici e privati in questo campo. Nel 2018 la spesa complessiva in R&S intra-muros, ossia quella dedicata a questo capitolo da parte di imprese, istituzioni pubbliche, istituzioni private non profit e università, ammontava a 25,2 miliardi di euro, che costituivano l’1,43% del Pil. Rispetto al 2017, l’Istat segnala un aumento di spesa del 6%, con una conseguente crescita in termini di incidenza sul Prodotto interno lordo di 0,06 punti percentuali. Nel 2019 i dati preliminari riportano una crescita ulteriore della spesa complessiva nel settore. Nello specifico, sarebbe aumentata del 7,6% per il non profit, del 4,3 per le istituzioni pubbliche e dell’1,9 per le imprese. In quest’ultimo caso, la riduzione è tanto più significativa se si considera che è proprio il settore privato il maggiore finanziatore della ricerca e dello sviluppo in Italia. Nel 2018, su un totale di 25,2 miliardi di euro, 15,9 provenivano dalle aziende, in pratica lo 0,9% del Pil e il 63% della spesa complessiva.

Ad aumentare, in particolare, è la spesa da parte delle piccole e medie imprese: i finanziamenti sono cresciuti del 15,8% nelle realtà con meno di 50 addetti e del 9,3% nelle medie (50-249 addetti). Pertanto, nonostante metà della spesa del settore privato continui a essere sostenuta dalle grandi imprese (con 500 addetti e oltre), il loro apporto si è ridotto dell’1,3%. Quello delle aziende piccole, invece, è salito dal 16 al 17,3%.

Emergono differenze nelle fonti di finanziamento rispetto alla dimensione dell’impresa. Se l’autofinanziamento rimane in ogni caso il canale principale, al crescere della dimensione aumenta pure il contributo di finanziatori esteri, che supera il 16% nelle realtà con più di 500 dipendenti.

I due terzi della spesa in ricerca e sviluppo provengono dal comparto manifatturiero. Il settore della produzione di macchinari contribuisce da solo per circa 2 miliardi di euro, pari al 12,4% alla spesa complessiva. Di seguito, troviamo la produzione di autoveicoli con 1,6 miliardi e la produzione di altri mezzi di trasporto con circa 1,5 miliardi. Tuttavia, i tassi più alti di crescita di questa voce di spesa sono quelli presentati dai settori di produzione Made in Italy, quali l’industria del legno (+21,7%), l’industria tessile (+18,5%), il settore alimentare (+12,4%) e l’industria degli articoli in pelle (+12,2%). E’ scesa, invece, dello 0,8%, la partecipazione delle università, che concorrono per il 22,8% alla spesa complessiva.

Emerge, infine, una forte concentrazione territoriale dei finanziamenti per l’innovazione: poco più di un terzo degli investimenti proviene dal Nord-ovest, mentre il Sud e le Isole costituiscono insieme una quota pari al 14,6%. Il 68% della spesa totale, dunque, risponde a cinque regioni: Lombardia (20,6%), Lazio (13,7%), Emilia Romagna (13,0%), Piemonte (11,8%) e Veneto (9,0%).

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna con una tesi sulla mobilità intergenerazionale dei redditi. Successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre.

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