Le conseguenze del pacchetto Next Generation Eu in Italia. Lo studio e gli scenari di Cdp

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Maria Vittoria Di Sangro
g20
Credit: Pixabay

Cassa Depositi e Prestiti ha pubblicato un brief sui possibili effetti dell’utilizzo del pacchetto Next Generation Eu sull’economia italiana curato dal capo economista del gruppo di via Goito, Andrea Montanino, e da Gianfranco Di Vaio, Angela Cipollone e Silvia Gatteschi. In particolare sono state effettuate diverse simulazioni di impatto su alcune delle principali variabili macroeconomiche (prodotto interno lordo, rapporto debito pubblico/Pil e occupazione) in tre diversi scenari epidemiologici. Le simulazioni sono basate sul Global Economic Model dell’Oxford Economics.

I tre scenari presi in considerazione variano per severità della crisi pandemica: il primo, quello pessimistico, prevede che una seconda ondata di contagi porterà a un nuovo lockdown tra l’ultimo trimestre del 2020 e il primo del 2021, simile a quello sperimentato nella prima parte di quest’anno. In base al secondo contesto, ossia il quadro di base, ci sarà un ritorno graduale alla normalità “pre-crisi”, che prevede un progressivo allentamento delle restrizioni tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021. Infine, il terzo caso studio, chiamato ottimistico, prevede un’ampia disponibilità di vaccini, terapie e reti di tracciabilità, con un ritorno più rapido alla normalità senza danni permanenti dovuti alla crisi. Secondo l’Oxford Economics, lo scenario ottimistico risulta il meno probabile tra i tre (viste le tempistiche per la sperimentazione dei vaccini) mentre il quadro di base e quello pessimistico sembrano ugualmente realistici.

Nel caso in cui si verificasse il quadro ottimistico o quello di base, il prodotto interno lordo mondiale e quello italiano conoscerebbero un forte rimbalzo nel 2021 e tornerebbero nel brevissimo termine ai livelli pre-pandemia. Se, al contrario, si verificasse lo scenario pessimistico, la ricchezza mondiale si riporterebbe al livello del 2019 solo nel 2022, mentre quella italiana raggiungerebbe il livello pre-Covid solamente nel 2023.

Secondo lo studio, e come confermano gli importi contenuti nella Nadef (Nota di aggiornamento al documento di economia e finanze) 2020, l’Italia potrebbe ricevere dal Next Generation Eu circa 205 miliardi di euro, di cui 77 miliardi di sovvenzioni, 126 di prestiti e 2 di garanzie. Quale potrebbe essere quindi l’impatto dell’utilizzo di questi fondi?

Sull’andamento del prodotto interno lordo, dalle stime emerge che, grazie ai sussidi, tra il 2021 e il 2023 il tasso di crescita medio del Pil reale italiano sarebbe più elevato fino a un punto percentuale all’anno rispetto a quello che si realizzerebbe in assenza dei fondi europei. Nel dettaglio, grazie a questo maggior ritmo di crescita, il Pil nel 2023 sarebbe più alto di circa il 2,8% nel caso del quadro base e di quello pessimistico rispetto a quello stimato stimato in assenza di fondi. Nel quadro ottimistico, invece, sarebbe più elevato del 2,5%. Lo studio, inoltre, sottolinea che nell’ipotesi in cui si verificasse lo scenario pessimistico, l’utilizzo dei fondi europei garantirebbe un tasso di crescita del prodotto interno lordo positivo, evitando una seconda recessione e le sue ripercussioni sull’economia anche oltre il periodo in analisi. In assenza di tali risorse, nel 2021 manifesterebbe una contrazione dello 0,1% rispetto al 2020, toccando il livello più basso registrato a partire dal 1997.

Inoltre, l’indagine stima un aumento notevole del rapporto debito pubblico/Pil, proporzionale alla gravità dello scenario che si verificherà. In questo contesto, gli investimenti veicolati tramite Next Generation Eu potrebbero portare notevoli benefici grazie ai seguenti aspetti: una maggiore crescita economica, le sovvenzioni non si aggiungerebbero al debito pubblico dei Paesi beneficiari, tra cui l’Italia, e, infine, i Paesi ad alto debito pubblico (come il nostro) pagherebbero tassi di interesse più contenuti rispetto a quelli che pagherebbero se facessero ricorso al mercato. Nel dettaglio, nel quadro ottimistico viene stimato un rapporto debito pubblico/Pil più basso di 3,9 punti percentuale rispetto a quello che si realizzerebbe in assenza di fondi. Tale riduzione salirebbe a 5,5 punti percentuale nel quadro di base e in quello pessimistico.

In ultimo, il rapporto analizza le dinamiche occupazionali. Grazie agli investimenti finanziati tramite Next Generation Eu, il numero di occupati nel 2023 sarebbe più elevato di quanto si osserverebbe senza fondi europei di almeno 154.000 unità. Salirebbe, dunque, a 174.000 qualora si verificasse il quadro pessimistico. In quest’ultimo caso, i fondi accelererebbero il recupero del livello di occupazione pre-pandemico, senza tuttavia raggiungerlo. Invece, nello scenario ottimistico, tale livello di occupazione sarebbe raggiunto nel 2022 anche senza l’utilizzo dei fondi. Nel quadro di base, invece, il livello occupazionale del 2019 verrebbe recuperato entro il 2023 solamente grazie all’impiego dei fondi europei.

Razionalmente si presume che lo stimolo maggiore avverrebbe nei primi anni di implementazione del programma e andrebbe attenuandosi nel tempo. Dunque, affinché si realizzino impatti duraturi sull’andamento del prodotto interno lordo e delle altre variabili macroeconomiche, è ragionevole ipotizzare che i maggiori investimenti attivati dai fondi europei andrebbero accompagnati da riforme strutturali in grado di incidere sul tasso di crescita dell’economia nel lungo periodo. La vera sfida potrebbe essere dopo il 2023.

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