I prossimi passi dell’Italia (e dell’Europa) per lo sviluppo dell’idrogeno

Articolo
Michele Masulli
Credit: Pixabay

L’idrogeno rappresenta il vettore energetico su cui più si stanno concentrando le attenzioni di esperti, operatori e policy-makers a tutti i livelli. Anche l’Italia non vuole essere da meno rispetto a questa sfida e per questo il ministero dello Sviluppo economico ha diffuso le Linee guida per la strategia nazionale sull’idrogeno. Un primo disegno dell’ambizione e degli obiettivi del nostro Paese in materia, che dà il via a una consultazione pubblica volta a individuare i settori in cui si ritiene che l’idrogeno possa diventare competitivo in tempi brevi e le aree d’intervento che meglio si adattano a sviluppare il suo utilizzo.

Il documento del ministero snocciola alcuni target da conseguire entro il 2030: il 2% di penetrazione dell’idrogeno nella domanda energetica finale e circa 5 gigawatt (GW) di capacità di elettrolisi. In questo modo si eviterebbe di emettere fino a 8 Mton di CO2 e si metterebbero in campo fino a 10 miliardi di euro di investimenti. Una somma, dunque, in grado di attivare fino a 27 miliardi di Pil aggiuntivo e creare un massimo di 200.000 posti di lavoro temporanei e 10.000 fissi.

Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC), che verrà aggiornato nel 2022 sulla base dei contenuti della strategia a lungo termine per una completa decarbonizzazione nel 2050, definisce il ruolo dell’idrogeno nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione e ne identifica l’impiego in diversi settori energetici. Ad esempio, il comparto dei trasporti (con un obiettivo di penetrazione di carburanti rinnovabili nei trasporti pari all’1%) e la gestione dell’overgeneration elettrica, con il ricorso a soluzioni di stoccaggio basate sull’idrogeno come il power-to-gas. Il governo immagina per il prossimo decennio l’applicazione dell’idrogeno nel settore dei trasporti – soprattutto con riferimento ai mezzi pesanti, alle ferrovie e all’industria – e in particolare in quei campi in cui è già utilizzato come materia prima, come la chimica e la raffinazione petrolifera. Le cosiddette hydrogen valleys, ossia ecosistemi che contemplano sia la produzione che il consumo di idrogeno, forniranno aree per la sua diffusione entro il 2030, ampliando la gamma di settori di applicazione. Allo stesso tempo, la miscelazione dell’idrogeno nell’infrastruttura del gas può essere impiegata per stimolare la crescita dell’intero mercato. Infine, sono previsti progetti pilota su piccola scala anche in altri comparti, come il trasporto pubblico locale, la metanazione biologica e i siti di siderurgia secondaria.

La programmazione italiana si inserisce pienamente nel percorso europeo di policy. A maggio 2020 la Commissione europea aveva lanciato una “EU Hydrogen Strategy Roadmap” che ha condotto a luglio all’adozione della strategia per l’idrogeno per un’Europa climate-neutral. Ad oggi, l’idrogeno rappresenta meno dell’1% dei consumi energetici Ue. Si tratta quasi esclusivamente di “idrogeno grigio”, cioè prodotto a partire da fonti fossili. Per questo motivo, la sua produzione rilascia annualmente nell’Unione tra le 70 e le 100 tonnellate di CO2.

La strategia si propone di incrementare il ruolo dell’idrogeno nell’energy mix del Vecchio continente dalla quota marginale odierna al 13-14% entro il 2050. Si stima altresì che gli investimenti in idrogeno rinnovabile nell’Ue possano attestarsi per quella data tra i 180 e i 470 miliardi di euro e che quelli in idrogeno fossile a basse emissioni di carbonio sarebbero compresi tra i 3 e i 18 miliardi.

Dalla costruzione di una filiera tutta europea scaturirebbero vantaggi occupazionali non trascurabili: viste le possibilità di impiego di questa fonte di energia in una molteplicità di settori, si prevede che, in misura diretta e indiretta, possano essere impiegate fino a 1 milione di persone.

Il piano si articola in 3 fasi, che prevedono un investimento progressivo nella capacità di produzione di idrogeno rinnovabile. Tra il 2021 e il 2024 si attende l’installazione di almeno 6 gigawatt di elettrolizzatori nell’Ue e la produzione fino a 1 milione di tonnellate di idrogeno rinnovabile. Tra il 2025 e il 2030 si immagina l’installazione di almeno 40 GW di elettrolizzatori (più altri 40 nei Paesi vicini dell’Est Europa) e la produzione fino a 10 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile. In conclusione, tra il 2030 e il 2050 si prevede che l’idrogeno verde (che oggi non risulta competitivo per costo – richiede tra 2,5 e i 5,5 €/Kg contro 2€/Kg dell’idrogeno blu e 1,5€/Kg dell’idrogeno grigio) raggiunga la maturità e sia impiegato su larga scala per raggiungere i settori hard-to-abate.

La strategia europea per l’idrogeno è stata accompagnata subito da due atti simili promossi da Germania e Francia nell’ambito dei rispettivi piani di rilancio dell’economia dalla crisi Covid-19. A giugno scorso il governo tedesco ha lanciato un proprio piano che destina 9 miliardi di euro allo sviluppo dell’idrogeno rinnovabile, con l’ambizione di installare una capacità di produzione pari a 5 GW entro il 2030, oltre ad altri 5 GW nei cinque anni successivi. A settembre, invece, il governo francese ha presentato una strategia al 2030 che prevede lo stanziamento di 7,2 miliardi di euro al 2030 secondo tre filoni: industria, trasporti e ricerca. Lo scopo è installare al 2030 elettrolizzatori per una capacità produttiva pari a 6,5 GW, che farebbe della Francia il principale Paese europeo produttore di idrogeno e consentirebbe di ridurre le emissioni annuali di CO2 di 6 milioni di tonnellate. Se alle previsioni di sviluppo della capacità di elettrolisi di Francia, Germania e Italia aggiungiamo quelle di Portogallo e Paesi Bassi, che hanno anch’essi diffuso le proprie strategie nazionali per l’idrogeno impegnandosi rispettivamente all’installazione di 2 e 4 GW, otteniamo 22,5 gigawatt, pari al 56% circa dei 40 GW ipotizzati dall’Unione europea con la propria strategia al 2030.

Ricopre attualmente il ruolo di Direttore dell’area Energia presso l’Istituto per la Competitività (I-Com), dove è stato Research Fellow a partire dal 2017. Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia applicata presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa principalmente di scenari energetici e politiche di sviluppo sostenibile, oltre che di politiche industriali e internazionalizzazione di impresa.

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