Anticorpi monoclonali, arriva l’ok dell’Aifa allo studio sull’efficacia

Articolo
Maria Vittoria Di Sangro
anticorpi

Al fine di verificare se gli anticorpi monoclonali possono rappresentare una reale opzione terapeutica nella prevenzione della progressione del Covid-19 nei pazienti in fase precoce di malattia, l’Agenzia Italiana del Farmaco ritiene utile promuovere e supportare uno studio clinico randomizzato”. L’annuncio è arrivato con una nota dell’Aifa, in cui l’agenzia ha reso noto che “al momento risultano in corso di studio numerosi anticorpi monoclonali aventi prevalentemente come target di azione la proteina Spike di SARS-CoV-2“. Inoltre, si legge ancora nella comunicazione, “gli studi disponibili indicano l’assenza di beneficio nei pazienti ospedalizzati con fase avanzata di malattia, mentre l’utilizzo in contesti più precoci è stato associato a una riduzione della carica virale con evidenze preliminari di un minore utilizzo di risorse sanitarie (ospedalizzazione, accessi in PS). Non sono disponibili informazioni su outcome clinici più rilevanti come accesso in terapia intensiva, intubazione o mortalità”.

Le linee guida – ha sottolineato l’Aifa – delle principali società scientifiche internazionali (IDSA e NIH) non raccomandano l’utilizzo routinario in pratica clinica degli anticorpi monoclonali“.

Lo studio dovrà riguardare soggetti positivi per SARS-CoV-2 in fase precoce di malattia non ospedalizzati con o senza comorbidità che possono aggravare la prognosi del Covid-19. L’oggetto dell’indagine sarà la somministrazione di anticorpi monoclonali in fase avanzata di sviluppo clinico. Al momento, il protocollo dovrà includere almeno due di questi prodotti: bamlanivimab (Eli-Lilly) e casirivimab/imdevimab (Regeneron). Eventuali altri anticorpi potranno essere autorizzati a seguito di un preventivo confronto con l’agenzia.

Ma come funzionano gli anticorpi monoclonali? Si parte selezionando quelli più potenti sviluppati da chi ha sconfitto il virus SARS-CoV-2, si prosegue testandone la capacità neutralizzante – prima in vitro, poi nei modelli animali e infine nelle diverse fasi di sperimentazioni sui volontari – e poi, se al termine di questo percorso l’esito è positivo, si arriva a moltiplicarli artificialmente su scala industriale con l’obiettivo di ottenere i farmaci. Il loro utilizzo non è una novità per la medicina in quanto già impiegati nell’ambito di alcune patologie oncologiche, infiammatorie e autoimmuni.
Questo tipo di anticorpi non serve a prevenire l’infezione, come il vaccino, ma se utilizzati all’inizio dell’infezione possono limitarne la gravità. In questo modo si potrebbero evitare tante ospedalizzazioni o il peggioramento di pazienti già ricoverati.

In pratica, parliamo di trattamenti che non hanno ancora ricevuto il via libera dall’agenzia europea EMA, mentre negli Stati Uniti ne sono stati approvati due con la procedura d’emergenza da parte dell’agenzia FDA: quelli prodotti dalle aziende Eli-Lily e Regeneron, con cui, a ottobre, è stato trattato anche l’ex Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

L’efficacia dei monoclonali, come pure quella di altri antivirali, è naturalmente limitata alle fasi precoci dell’infezione, come ovvio in base al meccanismo d’azione (ed infatti lo stesso avviene per Tamiflu ed influenza, per fare un esempio) e come mostrato nei trial clinici già pubblicati. Il fatto che gli anticorpi non funzionino nei pazienti gravi ospedalizzati era prevedibile e non inficia minimamente il loro uso nei pazienti ad inizio malattia“, ha scritto il virologo Guido Silvestri, professore ordinario di Patologia generale alla Emory University di Atlanta.

Nelle ultime settimane, molte voci autorevoli del mondo scientifico si sono espresse a favore dell’introduzione degli anticorpi monoclonali. Oltre al prof. Silvestri, che ha avuto modo di seguire il loro utilizzo negli Stati Uniti, sono recentemente intervenuti sull’argomento il farmacologo Carlo Centemeri, della Giovanni Lorenzini Medical Foundation MI-NY, e il virologo Francesco Broccolo dell’università di Milano Bicocca, che ha dichiarato all’Ansa che “gli anticorpi monoclonali sono oggi una potentissima componente dell’arsenale per trattare i pazienti infetti e sintomatici, subito dopo aver contratto il virus, riducendo in modo importante il rischio di ospedalizzazione o, laddove invece il paziente si trovasse già ricoverato, di stabilizzarne la condizione, intervenendo sulla sindrome indotta da coronavirus“.

Ancora più esplicite le parole del direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’ospedale San Raffaele di Milano e docente dell’università Vita-Salute, Massimo Clementi, secondo cui “non possiamo non avere a disposizione quest’arma che ha una duplice valenza di farmaco e di presidio per la profilassi e che potrebbe aiutarci sia prima che durante l’opera d’immunizzazione con i vaccini“. Clementi ha inoltre sottolineato che a giovare degli anticorpi monoclonali potrebbero essere anche le persone a cui la vaccinazione è sconsigliata perché hanno manifestato in passato gravi reazioni allergiche.

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