L’Unione europea e la strategia per ridurre le emissioni di CO2

Articolo
Thomas Osborn
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Il costo dei permessi per accedere al mercato del carbonio dell’Unione europea (ETS) è salito a cifre record nelle ultime settimane e ha superato la soglia di 40 euro per tonnellata. Questo incremento inarrestabile, che nell’ultimo anno ha portato a un aumento dei prezzi del 70% e a una crescita dei costi per numerose aziende inquinanti dell’Unione, ha riacceso il dibattito sui possibili interventi da parte delle istituzioni comunitarie al fine di contrastare gli speculatori nel mercato delle emissioni.

IL MERCATO DEL CARBONIO COME FRENO ALL’INQUINAMENTO

Il sistema di scambio di quote di emissione dell’Ue (ETS – Ue), o Emission Trading System è il principale strumento usato dall’Unione per ridurre le diffusioni di gas serra nella lotta al cambiamento climatico. Istituito nel 2005, l’ETS è il primo sistema internazionale di scambio di quote di emissione al mondo che coinvolge 31 Paesi e interessa circa il 45% delle emissioni di gas a effetto serra del Vecchio continente. Con la creazione di questo mercato di quote basato su livelli massimi di emissioni concesse, l’Ue ha costretto centrali elettriche, impianti industriali e compagnie aeree a comprare una quota per ogni tonnellata di CO2 emessa. Una soluzione che ha permesso di superare uno dei grandi temi dell’economia contemporanea, ovvero quello dei mercati mancanti in presenza di esternalità, mettendo effettivamente un prezzo sull’inquinamento a circa 11.000 impianti ad alto consumo di energia.

IL PREZZO DELLA CO2 E LA SPECULAZIONE DEGLI ULTIMI MESI

I prezzi dei permessi per le emissioni di carbonio sono in forte crescita dalla fine del 2019, periodo in cui il prezzo per ciascuna tonnellata era di circa 15 euro. Negli ultimi giorni del 2020 questa cifra aveva sfiorato i 34 euro, una soglia record che non era mai stata raggiunta prima e che ha riacceso il dibattito intorno a possibili misure su come contenere l’esuberanza degli hedge funds senza compromettere la liquidità sul mercato. Il campanello dall’allarme è però suonato nella giornata di giovedì 11 febbraio, quando il prezzo ha subito un ulteriore balzo e ha raggiunto un nuovo massimo storico di 40,12 euro. Questa cifra ha segnato un incremento del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, facendo dell’inquinamento “uno dei migliori investimenti del 2021secondo l’agenzia americana Bloomberg. Sebbene a dare slancio al rally abbiano sicuramente contribuito il nuovo balzo del petrolio (arrivato anche a 64 dollari al barile) e l’irrigidimento delle temperature invernali che alimentano la domanda di energia e riscaldamento, numerosi analisti sostengono che questo guadagno sia, quantomeno in parte, dovuto ai grandi investitori che speculano nel mercato: le quote d’accesso non sono solo oggetto di scambio delle industrie, ma anche di molte banche che, pur essendo soggetti finanziari e non direttamente “inquinanti”, possiedono permessi per conto dei clienti industriali e non è escluso che effettuino strategie di hedging.

LA NOTIZIA RIPORTATA DA BLOOMBERG

Negli ultimi giorni ha fatto notizia la possibilità da parte dell’Ue di voler nuovamente provare a contenere l’esuberanza degli hedge funds attivi nel mercato delle emissioni, in modo da contrastare la speculazione senza però compromettere la liquidità sul mercato. Nello specifico è stata l’agenzia americana Bloomberg a diffondere per prima le voci su un possibile intervento anti-speculazione da parte della Commissione europea o dell’European Securities and Markets Authority. Tuttavia, trovare possibili forme di intervento, già ipotizzate (ma mai attuate) nel 2018, risulta ancora oggi essere “un compito molto complesso“, ha avvertito l’Head of European Power & Carbon Analytics di Icis Marcus Ferdinand. Lo stesso Ferdinand, però, in un’intervista al Sole 24 Ore, non ha escluso la possibilità per la Commissione di intervenire attraverso una revisione della direttiva Mifid, già pianificata per quest’anno per adeguarla ai nuovi e più ambiziosi target europei di decarbonizzazione. Così facendo, si limiterebbe il possesso di permessi e si eviterebbe un’eccessiva influenza sul mercato da parte di investitori finanziari. Accumulando contratti finanziari, creerebbero un’impressione di scarsità sul mercato e farebbero impennare i prezzi.

LA STRATEGIA DELL’UNIONE EUROPEA

L’Europa, che punta a diventare un continente a impatto ambientale zero entro il 2050, ha delineato una roadmap di interventi possibili grazie alla strategia del Green Deal e agli ingenti finanziamenti provenienti dal Recovery Fund riguardanti la transizione ecologica. I leader dell’Ue hanno concordato un obiettivo decisamente ambizioso per il taglio dei gas serra, con una riduzione “almeno del 55%” entro il 2030, piuttosto che del 40% come si era inizialmente stabilito. In quest’ottica, non è da escludere che la Commissione voglia rafforzare l’ETS, tagliare il numero di permessi disponibili e, di conseguenza, la quantità di emissioni, entro il 2030. Secondo uno studio di Refinitiv, questa drastica contrazione nell’offerta sarebbe però inevitabilmente accompagnata da un ulteriore aumento dei prezzi, che raggiungerebbero gli 89 euro per tonnellata nel 2030.

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