Cosa ci insegna la crisi energetica in Texas

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Michele Masulli
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Credit: Pixabay

Ha fatto scalpore la crisi energetica che ha colpito il Texas e che ha visto per molti giorni quasi 4 milioni di persone senza elettricità, al buio e al freddo, in presenza di temperature rigidissime di molto al di sotto dello zero. Diverse decine sono le morti ricondotte a questa condizione di disagio. Sul banco degli imputati sono state immediatamente portate le fonti rinnovabili, tradizionalmente tacciate di inaffidabilità a causa dell’intermittenza e della non programmabilità della generazione di energia elettrica. Si tratta, invero, di una considerazione facilmente confutabile. A guardare i dati dell’U.S. Energy Information Administration (EIA), più della metà del mix elettrico del Texas si regge sul gas naturale. Segue l’eolico con il 20%, che, grazie a una crescita significativa negli ultimi anni, supera il carbone. Successivamente troviamo il nucleare (10%).

A ben vedere, quindi, le temperature e le tempeste di neve straordinarie hanno coinvolto tutte le quattro maggiori fonti di generazione di elettricità e in misura maggiore il gas naturale, su cui appunto poggia gran parte dell’onere di produzione di energia elettrica. Il gelo ha fermato alcune centrali nucleari e termoelettriche, congelato le turbine eoliche e particolarmente colpito i gasdotti, interrompendo pertanto le forniture agli impianti di produzione di elettricità. Al contrario, la domanda di energia, soprattutto per gli usi residenziali, si presentava in forte crescita, visto il clima rigido.

L’Electric Reliability Council of Texas (ERCOT), che gestisce la rete texana (più di 25 milioni di clienti), al fine di evitare un blackout generalizzato e nell’impossibilità di bilanciare i flussi, è stato costretto perciò a sospendere in maniera controllata l’erogazione di elettricità, come già avevano dovuto fare nell’agosto scorso le autorità californiane in corrispondenza di un aumento consistente delle temperature.

Dagli eventi texani, è possibile derivare alcune indicazioni per la strutturazione dei sistemi energetici. Davanti alle minacce del cambiamento climatico che, come è noto, aumenterà frequenza e intensità di eventi straordinari e catastrofi naturali, si rende innanzitutto inevitabile l’implementazione di misure di adeguamento delle infrastrutture e di protezione rispetto ad accadimenti eccezionali (come appunto temperature estremamente basse, insolite per il Texas, ma non sconosciute. Basti pensare che dieci anni fa si era già verificato un blackout di proporzioni inferiori).

Affinché i gestori della rete possano effettuare gli opportuni investimenti, c’è necessità che le autorità di regolazione favoriscano modelli di business tali da prevedere e incentivare interventi infrastrutturali, di sicurezza e ammodernamento tecnologico in misura adeguata, scoraggiando una competizione fondata esclusivamente sul contenimento dei costi (in Texas più bassi del 10% rispetto alla media nazionale e la metà di quelli della California) e che trascura l’affidabilità del servizio. Negli eventi dello Stato americano, ha inciso anche l’assenza di un capacity market, che garantisse una potenza di backup e stabilizzasse la dinamica dei prezzi, così come la mancanza di un vincolo per i produttori di garantire un adeguato margine di riserva, sempre in omaggio all’ottica di limitazione dei costi.

Altresì fondamentale è l’integrazione dei mercati. Il Texas è il solo Stato americano continentale a distribuire l’elettricità tramite una propria rete statale. Non risulta collegato né alla Eastern Interconnection né alla Western Interconnection, le due grandi reti che operano rispettivamente nell’area orientale e occidentale degli Stati Uniti. Il Texas, non a caso chiamato “Lone Star State” dai tempi della guerra di indipendenza dal Messico, deve questa sua specificità a ragioni che affondano nella storia e che rendono il popolo texano particolarmente geloso della propria autonomia energetica. Esemplare è la dichiarazione di Rick Perry, già governatore del Texas, che ha affermato che i texani sarebbero stati senza elettricità anche per più di tre giorni pur di “tenere il governo federale fuori dai loro affari”.

La suggestione di poter far da sé viene molto facile in Texas, dove insiste il bacino del Permiano, il maggiore giacimento di idrocarburi degli Usa e la principale risorsa della rivoluzione americana dello shale. Tale abbondanza di risorse, se malintesa, porta a considerare superflue le necessità di stoccaggi o di infrastrutture per lo scambio con gli Stati vicini.

Tuttavia, come in altri ambiti, ancora più nel campo energetico, la concezione “sovranista” non paga. Il deficit di offerta sofferto dallo Stato degli Usa meridionali avrebbe potuto essere compensato, o quantomeno attenuato, se la rete non fosse stata isolata e avesse potuto beneficiare dell’apporto degli impianti degli Stati limitrofi. Il potenziamento delle interconnessioni risulta imprescindibile, quindi, per rafforzare la flessibilità del sistema, tutt’al più nel mercato elettrico, dove è necessario mantenere costantemente un bilanciamento di domanda e offerta.

È utile, inoltre, introdurre contratti interrompibili in caso di eventi straordinari, previsione che aiutò l’Italia durante l’emergenza gas del 2006 e non disponibile in Texas. Il mercato ha risentito enormemente della debolezza dell’offerta, facendo schizzare i prezzi in maniera esponenziale (il metano è passato nelle transizioni spot da pochi dollari per MBtu a quasi mille mentre l’elettricità, nei mercati del giorno dopo, da qualche decina di dollari per MWh ad alcune migliaia). Questa esplosione dei prezzi è stata una manna dal cielo per operatori e trader in grado di approfittare della volatilità del mercato, ma probabilmente porterà al fallimento numerose aziende che non sono riuscite a onorare gli impegni di fornitura o che si trovano a fronteggiare bollette onerosissime.

Il blocco del sistema energetico del “Lone Star State” si è riversato sugli Stati dipendenti dalle importazioni di gas dal Texas, su tutti il Messico, che ha subito anch’esso alcuni blackout a catena.

Dall’adeguamento di impianti e infrastrutture al rafforzamento delle interconnessioni, dal capacity market ai contratti interrompibili a una regolazione indipendente in grado di favorire investimenti e stabilità ed efficienza di mercato. Sono chiari i fattori (invero in larga parte presenti nei mercati europei) che hanno acuito la crisi energetica texana e che vanno certamente tenuti in conto (non da soli) per costruire un sistema che regga alla prova del cambiamento climatico e della transizione energetica. A maggior ragione se si parla del mercato dell’energia elettrica, sulla cui penetrazione pesa parte importante dell’onere del percorso di decarbonizzazione.

Ricopre attualmente il ruolo di Direttore dell’area Energia presso l’Istituto per la Competitività (I-Com), dove è stato Research Fellow a partire dal 2017. Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia applicata presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa principalmente di scenari energetici e politiche di sviluppo sostenibile, oltre che di politiche industriali e internazionalizzazione di impresa.