Salute, le 5 azioni da mettere in campo secondo l’Organizzazione mondiale della sanità

Articolo
Maria Rosaria Della Porta

In occasione della Giornata mondiale della salute, celebrata lo scorso 7 aprile, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha esortato i Paesi a costruire un mondo più sano e più giusto soprattutto alla luce di quanto accaduto – e sta accadendo – con la pandemia di Covid-19, che ha di fatto colpito duramente le persone più vulnerabili, ossia quelle che già vivevano in situazioni di povertà, esclusione sociale e subivano discriminazioni.

L’OMS stima che lo scorso anno tra i 119 e i 124 milioni di persone in più si sono trovate a vivere in condizioni di povertà estrema a causa della pandemia. E ci sono, inoltre, prove convincenti che la crisi sanitaria in atto abbia ampliato il divario di genere nell’occupazione, escludendo dalla forza lavoro un numero maggiore di donne rispetto agli uomini negli ultimi dodici mesi.

Dunque, il Covid-19 ha esacerbato le disuguaglianze esistenti in materia di salute e benessere e ha evidenziato altresì le lacune dei sistemi sanitari di tutto il mondo.

Pertanto, con l’intento di aiutare i Paesi nel rafforzamento dei loro sistemi sanitari nella fase post-Covid e di rimuovere le barriere che impediscono a così tante persone di accedere ai servizi sanitari e ai programmi di protezione sociale, l’OMS, durante la Giornata mondiale della salute, ha indicato cinque azioni che tutti i governi mondiali dovrebbero attuare.

1. Accelerare l’accesso equo alle tecnologie COVID-19 tra e all’interno dei Paesi

Per la lotta contro il Covid-19 sono stati sviluppati e approvati in tempi record vaccini sicuri ed efficaci. Adesso la sfida è quella di garantire che questi siano disponibili per tutti coloro che ne hanno bisogno. Sicuramente il programma internazionale COVAX, pilastro del progetto Access to COVID-19 Tools Accelerator – l’iniziativa avviata nell’aprile 2020 dall’OMS, dalla Commissione europea e dal governo francese in risposta alla pandemia – e che dovrebbe coinvolgere nei prossimi giorni 100 Paesi ed economie è uno strumento fondamentale di supporto all’accesso equo alla diagnosi, ai trattamenti e ai vaccini anti COVID-19. Tuttavia i vaccini da soli non bastano per affrontare la pandemia. Sono vitali anche materie prime come l’ossigeno medico e i dispositivi di protezione individuale (DPI), nonché test diagnostici affidabili e medicinali. Mancano ancora 22,1 miliardi di dollari per fornire tali strumenti laddove sono così disperatamente necessari ossia nei paesi a basso e medio reddito.

2. Investire nell’assistenza sanitaria di base

Almeno metà della popolazione mondiale non ha ancora accesso ai servizi sanitari essenziali e le spese legate all’assistenza sanitaria portano quasi 100 milioni di persone in povertà ogni anno. Onde evitare che sempre più persone vivano in condizioni svantaggiate con conseguenti rischi per le propria salute, l’OMS raccomanda di evitare tagli alla spesa pubblica per la salute e altri settori sociali e invita i Paesi ad investire un ulteriore 1% del PIL per l’assistenza sanitaria di base (PHC) poiché i sistemi sanitari orientati alle cure primarie hanno costantemente prodotto migliori risultati di salute, maggiore equità e maggiore efficienza. Inoltre, aumentare gli interventi sanitari di base nei paesi a basso e medio reddito potrebbe salvare 60 milioni di vite e aumentare l’aspettativa di vita media di 3,7 anni entro il 2030. I governi devono anche ridurre il deficit globale di 18 milioni di operatori sanitari necessari per raggiungere la copertura sanitaria universale (UHC) entro il 2030. Ciò include la creazione di almeno 10 milioni di posti di lavoro a tempo pieno aggiuntivi a livello globale e il rafforzamento degli sforzi per l’uguaglianza di genere. Le donne forniscono la maggior parte dell’assistenza sanitaria e sociale nel mondo, rappresentando fino al 70% di tutti gli operatori sanitari e assistenziali, tuttavia non godono di pari opportunità. Le soluzioni chiave includono la parità di retribuzione per ridurre il divario retributivo di genere e il riconoscimento del lavoro sanitario non retribuito da parte delle donne.

3. Dare priorità alla salute e alla protezione sociale.

In molti Paesi, gli impatti socioeconomici del COVID-19 quali la perdita di posti di lavoro, l’aumento della povertà, le interruzioni dell’istruzione e le minacce alla nutrizione, hanno superato l’impatto del virus sulla salute pubblica.
Alcuni paesi hanno già messo in atto programmi di protezione sociale per mitigare questi impatti negativi causati dalla pandemia ma molti altri Paesi hanno difficoltà nel trovare le risorse necessarie per contrastare il disagio sociale. Sarà, dunque, fondamentale garantire preziosi investimenti per la pianificazione e l’attuazione di programmi di protezione sociale soprattutto nelle comunità più svantaggiate.

4. Costruire quartieri sicuri, sani e inclusivi.

L’80% della popolazione mondiale che si trova in condizioni di estrema povertà vive nelle aree rurali. Oggi, 8 persone su 10 che non dispongono di servizi di base per l’acqua potabile vivono in aree rurali, così come 7 persone su 10 che non dispongono di servizi igienici di base. Sarà dunque importante intensificare gli sforzi per raggiungere le comunità rurali con servizi sanitari e altri servizi sociali di base (inclusi acqua e servizi igienico-sanitari). Queste comunità necessitano inoltre urgentemente di maggiori investimenti economici in mezzi di sussistenza sostenibili e un migliore accesso alle tecnologie digitali.
L’accesso a alloggi sani, in quartieri sicuri, con adeguate strutture educative e ricreative, è la chiave per garantire a tutti la salute.

5. Rafforzare i dati e i sistemi di informazione sanitaria.

Aumentare la disponibilità di dati tempestivi e di alta qualità disaggregati per sesso, ricchezza, istruzione, etnia, genere e luogo di residenza è lo strumento per capire dove esistono le disuguaglianze e affrontarle. Il monitoraggio della disuguaglianza sanitaria dovrebbe essere parte integrante di tutti i sistemi informativi sanitari nazionali. Invece, una recente valutazione globale dell’OMS mostra che solo il 51% dei paesi ha incluso la disaggregazione dei dati nei rapporti sulle statistiche sanitarie nazionali pubblicati.

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