La lenta ripresa dell’attività chirurgica in Italia tra carenze strutturali e mancanza di personale

Articolo
Maria Vittoria Di Sangro
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L’attività chirurgica fatica a tornare al ritmo pre-Covid: nel 77% degli ospedali italiani è ripresa a meno della metà dei suoi ritmi fisiologici. In un ospedale su quattro mancano totalmente le sale operatorie e le terapie intensive mentre continuano a scarseggiare i medici anestesisti.

È questa la fotografia che emerge da un’indagine dell’Associazione dei chirurghi ospedalieri italiani (Acoi). Tra i dati messi in luce, salta all’occhio quello sull’indisponibilità di ambienti dedicati all’attività chirurgica: il 79% dei centri ospedalieri soffre una carenza di sale operatorie o reparti di terapia intensiva. Tra questi, in un ospedale su quattro la mancanza di entrambi è totale mentre nel 68% dei casi la carenza è tra il 20 e il 50%. Le regioni che in questo senso presentano i dati più allarmanti sono la Lombardia e la Campania.

Una problematica dipendente da vari fattori. Tuttavia, mentre nella metà dei centri ospedalieri la causa principale è l’assenza di medici anestesisti, nella restante parte a mancare è il personale infermieristico.

Nello specifico, la chirurgia in elezione è stata ripresa per meno della metà rispetto al periodo pre-Covid nella maggioranza degli ospedali italiani (77%). Invece, quella oncologica procede a un ritmo leggermente più veloce, ma solo in un ospedale su tre si è tornati a operare come prima, e comunque in un terzo dei casi si registra una ripresa inferiore al 50%. Le attività chirurgiche per patologia benigna sono probabilmente le più lente a recuperare il ritmo: nel 40% dei presidi ospedalieri ancora non ci sono cenni di ripresa.

La lentezza registrata nel ripristino delle attività dipende in parte dalle mancanze strutturali e organiche, ma è sicuramente correlata anche al timore dei cittadini ad accedere ai servizi sanitari. Sempre secondo i dati dell’Associazione chirurghi ospedalieri italiani, durante la prima ondata pandemica gli interventi per le urgenze addominali si sono ridotti del 30%, a fronte di un aumento delle patologie gravi di pari misura.

I pazienti che accusavano un’appendicite, una diverticolite, una colecisti, ad esempio, non si recavano in ospedale per timore di essere infettati. Persino i casi di perforazione intestinale e altre urgenze – in cui il fattore tempo, la tempestività e un corretto intervento non rinviabile giocano un ruolo cruciale – sono stati trascurati. Dopo l’estate, con la ripresa dell’allarme Covid, si è registrato nuovamente un calo del numero dei trattamenti per casi gravi addominali.

Stando a varie testimonianze, molto spesso le urgenze cui i chirurghi hanno dovuto far fronte sono state così severe e tardive che è stato necessario riequilibrarli in terapia intensiva o in reparto non essendo possibile operarli subito. Arrivare in ospedale tardi in questi casi è causa di approcci più complessi e rischiosi anche per un chirurgo di grande esperienza.

Il dispiego di strutture e personale per il Covid, dal canto suo, di certo non ha favorito il proseguimento delle attività chirurgiche. Basti pensare che alcune regioni stanno stipulando accordi con strutture private accreditate o stanno allestendo maxi ospedali provvisori per fare operare i chirurghi dei reparti non Covid.

Alla luce di tutte queste criticità, risulta sicuramente necessario investire nella resilienza del Servizio sanitario nazionale ma soprattutto in quella del comparto chirurgico. Già verso la fine di gennaio il presidente dell’Acoi Pierluigi Marini aveva lanciato un appello al Parlamento, sottolineando che di questo passo il 2021, tra Covid e interventi chirurgici soppressi, sarebbe stato anche peggio del 2020. La richiesta di Marini è stata quella di varare un piano straordinario per sbloccare le nuove assunzioni e mettere in campo investimenti strutturali e tecnologici con estrema urgenza.

Nonostante da più parti si sia sollevata questa questione, all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza non sembra sia stato trovato molto spazio per il rafforzamento del comparto chirurgico (qui un articolo di approfondimento del direttore dell’area innovazione di I-Com Eleonora Mazzoni).

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