La strategia industriale europea e le supply chain della transizione ecologica

Articolo
Michele Masulli
Strategia

Nel marzo 2020 la Commissione europea gettava le basi della Strategia industriale dell’Unione, con l’obiettivo di rafforzare la competitività europea sui mercati globali, costruire filiere produttive strategiche, sostenere la transizione ecologica e la trasformazione digitale. Il giorno successivo l’Organizzazione Mondiale della Sanita dichiarava la pandemia da coronavirus, che ha comportato conseguenze pesantissime sul sistema produttivo europeo, paralizzando le catene di fornitura e causando il collasso del commercio internazionale. A poco più di un anno, la Commissione mette mano alla Strategia. L’obiettivo principale è tenere conto della lezione rappresentata dal Covid-19 al fine di rafforzare la competitività europea, attraverso l’accelerazione della transizione ecologica e della trasformazione digitale e la riduzione della dipendenza dalle forniture extra-continentali.

La Commissione, in particolare, si concentra sulle dipendenze tecnologiche e industriali, ricorrendo a un’analisi “bottom-up” basata sui dati di commercio estero. Su 5.200 prodotti importati dai Paesi dell’Unione, uno studio preliminare individua 137 prodotti (che rappresentano il 6% del valore totale delle importazioni Ue) in ecosistemi sensibili per i quali l’Europa risulta fortemente dipendente. Si tratta principalmente di settori industriali ad alta intensità energetica, che hanno forte necessità di materie prime, e del comparto sanitario, a riguardo degli ingredienti farmaceutici, e in genere di beni rilevanti ai fini dei processi di trasformazione verde e digitali. Inoltre, 34 prodotti (lo 0,6% del valore dell’import continentale) sono maggiormente vulnerabili a causa di scarse possibilità di diversificazione e sostituzione con prodotti europei.

Più della metà delle dipendenze strategiche europee derivano dalla Cina (52%), seguita dal Vietnam (11%). Se consideriamo anche le quote rappresentate dalla Corea del Sud e da Singapore (entrambe al 4%) e dal Giappone (3%), possiamo dedurre che i tre quarti delle forniture strategiche critiche dell’Ue provengono dall’Asia Pacifico. I Paesi occidentali presentano invece percentuali ridotte (3% sia per gli Stati Uniti e per il Regno Unito), mentre è di poco più elevata la quota del Brasile (5%).

Sono sei le dipendenze strategiche su cui la Commissione fornisce approfondimenti, indagandone origini e impatto. Di queste, quattro incidono strettamente sulla transizione ecologica degli Stati europei. Parliamo delle dipendenze per le materie prime, le batterie, l’idrogeno e i semiconduttori (le altre due riguardano i principi attivi farmaceutici e le tecnologie cloud e edge computing).

L’Unione è parte della competizione globale per le materie prime. Parliamo in particolare delle terre rare e di metalli (nel complesso circa 30) di grande importanza per le industrie legate alla transizione energetica (dalla mobilità elettrica agli accumuli fino agli impianti di produzione di energia pulita) e che, per questo, mostrano una domanda in crescita esponenziale nei prossimi anni. Per tali motivi, sono spesso soggette a restrizioni alle esportazioni (più del 70% della produzione mondiale di cobalto, terre rare e tungsteno è coperta da limitazioni all’export). Queste materie prime presentano livelli elevati di concentrazione geografica per la produzione e la raffinazione (se n’è occupata di recente l’IEA con un rapporto molto efficace) e l’Ue ne risulta dipendente da determinati Stati o imprese: il 98% della fornitura di terre rare dell’Unione proviene dalla Cina, il 98% del borato dalla Turchia, il 71% del platino dal Sud Africa. Singole aziende riforniscono l’Europa di afnio e stronzio.

Criticità simili riguardano le batterie al litio. In questo campo, si ravvisa in primis un grande divario nella produzione. A livello globale, i due terzi della capacità di produzione risiedono in Cina, il 20% in Corea, Giappone e altri Paesi asiatici, mentre solo il 3% nel Vecchio Continente. L’Europa produce solo l’1% di tutte le materie prime per batterie e l’84% dei materiali e dei componenti lavorati proviene dall’Asia (l’8-9% è soddisfatto dalla produzione interna). Allo stesso tempo, al fine di corrispondere alle esigenze dei settori della mobilità e dello stoccaggio di energia, l’Ue avrebbe bisogno di una quantità di litio superiore tra le 7 e le 18 volte entro il 2030 e di cobalto per 2-5 volte entro la stessa data.

Anche il comparto dell’idrogeno verde, fondamentale per decarbonizzare i settori hard-to-abate, non sfugge a problematicità legate alle forniture. L’Ue dipende, infatti, dalle importazioni di materie prime per componenti chiave dell’economia dell’idrogeno. Per la produzione di celle a combustibile, elettrolizzatori e tecnologie di stoccaggio dell’idrogeno, sono necessarie circa 30 materie prime, di cui 13 sono classificate come critiche.

L’industria dei semiconduttori, essenziali per produrre processori sempre più avanzati e quindi per abilitare innanzitutto la trasformazione digitale, oltre che quella ecologica, è caratterizzata da limitata capacità produttiva, elevati costi di accesso e distorsioni di mercato. Alcuni elementi in questo senso: nel 2020, solo due aziende, la taiwanese TSMC e la coreana Samsung sono state in grado di produrre i chip più avanzati; un impianto di fabbricazione all’avanguardia necessita di investimenti fino a 20 miliardi di euro; lo sviluppo e la fabbricazione di chip sono sempre più soggetti a massicci sussidi. In questo contesto, l’Unione dipende in maniera significativa dagli Stati Uniti per gli strumenti di progettazione e dall’Asia per la produzione di chip avanzati. La recente carenza di semiconduttori sperimentata dall’industria automobilistica da una misura delle sfide europee in questo campo.

In tutti questi settori, le istituzioni europee hanno lanciato o stanno programmando iniziative per creare o potenziare filiere industriali continentali e rafforzare la nostra “open strategic autonomy”: dall’alleanza europea per le batterie agli IPCEI (Important Project of Common European Interest) sulla catena del valore delle stesse, dal Piano di azione per le materie prime critiche a programmi di cooperazione internazionale per la produzione di idrogeno a volumi non trascurabili di investimenti.

Una seconda fase di esame da parte della Commissione, inoltre, indagherà più a fondo le potenziali dipendenze di settori chiave della decarbonizzazione, come prodotti, servizi e tecnologie per le energie rinnovabili e lo stoccaggio, sviluppando allo stesso tempo un sistema di monitoraggio attraverso un “Osservatorio delle tecnologie critiche”.

Nel complesso, appare meritevole la volontà di promuovere iniziative opportune per la diversificazione delle catene globali di approvvigionamento, ricorrendo anche a partnership internazionali e nuove alleanze industriali in grado di attrarre investitori privati in modalità trasparenti e conformi alle regole della concorrenza e, allo stesso tempo, capaci di accelerare attività e processi (che non si attiverebbero diversamente) ad alto potenziale di innovazione tecnologica e creazione di occupazione. Dovrebbe essere prestata particolare attenzione a includere start-up innovative e piccole e medie imprese, che costituiscono una parte rilevante del tessuto produttivo europeo.

Ricopre attualmente il ruolo di Direttore dell’area Energia presso l’Istituto per la Competitività (I-Com), dove è stato Research Fellow a partire dal 2017. Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia applicata presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa principalmente di scenari energetici e politiche di sviluppo sostenibile, oltre che di politiche industriali e internazionalizzazione di impresa.

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