I numeri del personale sanitario in Italia, prima e dopo la pandemia, secondo la Corte dei Conti

Articolo
Maria Rosaria Della Porta
personale sanitario

All’indomani della crisi sanitaria provocata dalla pandemia da Covid-19, l’Italia, a causa della drastica riduzione del personale sanitario nell’ultimo decennio e del blocco del turnover, si è trovata con una dotazione insufficiente di risorse umane necessarie per poter gestire un’emergenza di tale portata.

Il reiterarsi delle misure di spending review ha determinato negli ultimi anni una significativa riduzione del personale del Servizio sanitario nazionale. In particolare, con riferimento al decennio 2009-2018, i dipendenti a tempo indeterminato del comparto sanità sono diminuiti complessivamente del 6,5%, passando da 693.600 unità a fine 2009 a 648.507 a fine 2018.

Tuttavia, il governo ha cercato di correre ai ripari, reclutando dall’inizio della pandemia 83.180 unità di personale tra medici, infermieri, operatori sociosanitari e altre figure professionali (tecnici di radiologia, tecnici di laboratorio, biologi, etc.) fondamentali per poter fronteggiare la pandemia.

Nello specifico, stando ai dati riportati dalla Corte dei Conti, si tratta per il 25,7% di medici (21.414 tra medici specializzandi, abilitati ma non specializzati e medici effettivi), per il 38,5% di infermieri (31.990 unità) e per il restante 35,8% (29.776 unità) di altre professionalità sanitarie.

Per il 20,6% (17.151 unità) del personale sanitario reclutato in quest’ultimo anno è scattata l’assunzione a tempo indeterminato.

Tra le varie professionalità, la categoria degli infermieri è stata quella maggiormente interessata da rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Su 31.990, il 27,4% ha instaurato rapporti di lavoro stabili. Inferiore è invece la definizione di un rapporto di lungo termine nel caso delle altre figure professionali (operatori sociosanitari, tecnici a vario titolo, biologici): solo per il 23,7% del totale è stata prevista tale soluzione contrattuale. Inoltre, dei 10.759 medici effettivi reclutati, solo il 12,5% è stato assunto a tempo indeterminato.

Infine, si rilevano significative differenze tra le varie aree del Paese. Ad esempio, nelle regioni del Nord-Ovest risulta sopra la media la quota dei medici e soprattutto di quelli abilitati ma non specializzati (che rappresentano il 38,2% di questi operatori). Sono molto limitate però le assunzioni a tempo indeterminato. Contrariamente nelle regioni del Sud si riduce il peso dei medici, ma cresce di molto la quota di quelli con un contratto a tempo indeterminato (il 16%). Nonostante, invece, il forte rilievo del personale infermieristico tra quello su cui si è basato il potenziamento delle risorse umane impiegate per rispondere alla crisi, solo per l’8,5% degli infermieri del Sud il rapporto instaurato è a tempo indeterminato.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata in Economia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con una tesi in Finanza Aziendale Internazionale. Successivamente ha conseguito un master di II livello in “Concorrenza, economia della regolamentazione e della valutazione”, presso la medesima università.

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