Salute mentale, la situazione in Italia dopo quasi un anno e mezzo di pandemia

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Maria Vittoria Di Sangro
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Attualmente sono più di un milione i pazienti in cura presso i Dipartimenti di salute mentale (Dsm) a carico del Servizio sanitario nazionale. Se prima del Covid si contavano circa 830.000 persone con problemi di salute mentalte, ora si stima che questa cifra sia cresciuta del 30%. Oltre il 40% degli italiani ha riportato, durante la pandemia, un peggioramento dei sintomi ansiosi e depressivi. E l’accesso alle cure rimane un tasto dolente in questo settore del Servizio sanitario.

In questo periodo di ripresa, è necessario considerare che c’è un’altra pandemia in corso, ancora più subdola, per la quale non è possibile sperare in una buona riuscita della campagna vaccinale: i disturbi psichici e psichiatrici che il Covid ha moltiplicato ed esasperato sono ormai un’emergenza.

Il rischio maggiore lo corrono le donne, i giovani e gli anziani. Le prime perché più predisposte alla depressione e più toccate dalle ripercussioni sociali e lavorative, i secondi perché hanno visto modificare la propria vita relazionale e subiscono isolamento e perdita del lavoro e gli anziani, infine, i più fragili davanti al virus, che sono maggiormente esposti alla depressione e alla solitudine.

Alla luce di questi dati, preoccupa l’allarme lanciato dal co-presidente della Società italiana di NeuroPsicoFarmacologia (Sinpf) e direttore del Dipartimento Neuroscienze e Salute mentale Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano Claudio Mencacci, secondo cui “la pandemia ha creato uno stress senza precedenti sui servizi di psichiatria, con un aumento enorme delle richieste di prestazioni volte a fronteggiare le conseguenze psichiatriche del Covid”. Piuttosto, ha sottolineato pure Mencacci, sarebbe più appropriato parlare di sindemia, ossia “un mix tra pericolo clinico e sociale fatto di malattia, di paura del contagio, della cosiddetta Covid fatigue, di lutti, di crisi socioeconomica. E dell’emersione di una profonda solitudine, soprattutto tra gli anziani”.

Oltre il 40% degli italiani ha riportato un peggioramento dei sintomi ansiosi e depressivi durante il lockdown dello scorso anno, con una riduzione della qualità della vita in più del 60% dei soggetti e ripercussioni sul ritmo sonno-veglia in oltre il 30% di quelli considerati. Si tratta di dati che emergono dal primo studio condotto in Italia su un campione rappresentativo della popolazione adulta, frutto del lavoro di psichiatri, esperti di sanità pubblica e biostatistici dell’Istituto Superiore di Sanità, delle Università di Genova e di Pavia, dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri.

I numeri che emergono dalla ricerca non sono certo rassicuranti. Come possiamo vedere nel grafico di seguito, la percentuale di italiani che ha assunto psicofarmaci durante il lockdown è superiore rispetto a quella del periodo pre-Covid per ogni categoria. L’11,4% ha assunto almeno una tipologia di psicofarmaco durante le misure restrittive. L’uso di questi medicinali (e prevalentemente quello degli ansiolitici) è aumentato del 20% rispetto al periodo pre-lockdown e tutti gli indicatori di salute mentale elaborati nello studio risultano nettamente peggiorati.

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Fonte: “COVID-19 lockdown impact on mental health in a large representative sample of Italian adults”, Journal of Affective Disorders (2021)

Ancora più vulnerabili, invece, le donne: circa la metà ha riportato un peggioramento del benessere psichico con un rischio di peggioramento dei sintomi depressivi e di alterazione della qualità del sonno. Due percentuali rispettivamente del 32 e del 63% maggiori rispetto a quelle degli uomini.

Sulla base di questi numeri allarmanti, occorre ricordare che il nostro Servizio sanitario non era attrezzato per affrontare l’emergenza nell’emergenza. Proprio il Coordinamento nazionale Dipartimenti di salute mentale (incoraggiato dal discorso inaugurale con cui al Senato il presidente del Consiglio Mario Draghi ha annunciato attenzione alle cure sul territorio e al rilancio della salute mentale) ha messo in fila in una lettera al Premier e al ministro della Salute Roberto Speranza le istanze di un settore in profonda crisi.

A raccontarne i contenuti è stato il co-presidente della Società italiana di Psichiatria (Sip), direttore del Dipartimento interaziendale di Salute mentale dell’Asl di Torino e Azienda ospedaliera San Luigi Gonzaga e tra i fondatori del Coordinamento nazionale Dipartimenti di salute mentale Enrico Zanalda: “La salute mentale in Italia da oltre 20 anni è inchiodata a un budget del 3,6% del Fondo sanitario, poco più di 4 miliardi ma per far fronte alla spesa attuale ed emergente, incluse le dipendenze, quella percentuale dovrebbe crescere almeno al 6% con un aumento di tre miliardi. In ballo c’è la necessità di rimettere la psichiatria nelle condizioni di fronteggiare un sommerso di 4,5 milioni di italiani con disturbi non ancora intercettati dal sistema e prevenire il peggioramento del loro decorso clinico”.

Nel frattempo, si guarda anche al Recovery Fund: “È urgente ricucire la rete strappata dei servizi a mille velocità delle regioni, rilanciare spazi e strutture anti disagio e modelli di cura in équipe”, hanno affermato Zanalda e Mencacci. Che hanno poi sottolineato quanto sia importante “puntare sulla prevenzione e su risposte innovative anche in termini di teleconsulto e telemedicina e guardare alle nuove povertà anche sociali”.

I modelli europei e le best practices nel settore di certo non mancano, ma al momento sembrano irraggiungibili dal nostro Paese nonostante la magnitudo di questa emergenza non consenta tentennamenti.

(Qui un articolo del direttore dell’Area Innovazione I-Com Eleonora Mazzoni sulle sinergie necessarie per la svolta nella telemedicina e nella digitalizzazione dei servizi sanitari)