Gli effetti della pandemia sul sistema universitario italiano. Il rapporto AlmaLaurea

Articolo
Maria Rosaria Della Porta
sistema universitario

Il sistema universitario ha ben retto durante la crisi sanitaria e, di fatto, la pandemia non ha frenato le iscrizioni. Il 2020, il primo anno dell’era Covid-19, ha visto un evidente incremento delle immatricolazioni (+14.000 matricole), in linea con quanto registrato nel 2019.

È questo uno dei principali dati che emerge dal XXIII Rapporto di AlmaLaurea sul profilo e sulla condizione occupazionale dei laureati nel nostro Paese, che è stato presentato di recente presso l’Università degli Studi di Bergamo.

In particolare, l’area delle discipline scientifico-tecnologiche (o STEM) è quella che ha visto il maggiore aumento di immatricolati a partire dall’anno accademico 2003/2004, pari al 15%. Anche l’area sanitaria e quella agro-veterinaria hanno registrato una crescita del 2% rispetto all’anno di riferimento. Contrariamente l’area artistica, letteraria ed educazionale, ma anche quella economica, giuridica e sociale sono ancora al di sotto della quota di immatricolati del 2003/2004 (rispettivamente -4% e -15%).

Dunque, il sistema universitario, a distanza di tempo, sta mostrando la possibilità di tornare agli anni di massima espansione, anche in considerazione del fatto che la perdita di matricole si sta progressivamente riassorbendo, soprattutto nelle aree meridionali.

Migliora, inoltre, la riuscita negli studi universitari. L’età media dei laureati nel 2020 è stata pari a 25,8 anni: 24,5 anni per quelli di primo livello, 27,1 per i magistrali a ciclo unico e 27,2 anni per quelli magistrali biennali.

A tal proposito, il rapporto di AlmaLaurea sottolinea che l’età di conseguimento della laurea è diminuita in misura apprezzabile rispetto all’ordinamento universitario precedente alla Riforma decreto ministeriale numero 509 del 1999 e ha continuato a decrescere (era di 26,9 anni nel 2010) fino al 2018, per poi rimanere pressoché costante.

Anche la regolarità negli studi, che misura la capacità di concludere il corso di laurea nei tempi previsti dagli ordinamenti, ha registrato recentemente un miglioramento costante e marcato. Se nel 2010 concludeva gli studi in corso il 39% dei laureati, nel 2020 la percentuale ha raggiunto il 58,4. Peraltro, se dieci anni fa a terminare gli studi con quattro o più anni fuori corso era il 14,8% dei laureati, oggi tale quota si è quasi dimezzata (7,6%).

Se da un lato la pandemia non ha compromesso la formazione universitaria e da questo punto di vista il sistema universitario ha il merito di essersi saputo bene organizzare anche con la didattica a distanza, dall’altro però, ha rallentato l’occupazione, specialmente per i neo-laureati.

Rispetto a quanto osservato nella precedente rilevazione, nel 2020 il tasso di occupazione a un anno dalla laurea è diminuito di 4,9 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 3,6 punti per quelli di secondo. A cinque anni dal conseguimento del titolo, invece, il tasso di occupazione nel 2020 è pari all’88,1% per i laureati di primo livello, in calo di 0,6 punti percentuali rispetto alla scorsa indagine, e all’87,7 per quelli di secondo, in aumento di 0,9 punti percentuali.

Infine, si confermano le significative e tradizionali differenze di genere e territoriali. A parità di condizioni, gli uomini hanno il 17,8% di probabilità in più di essere occupati a un anno dalla laurea rispetto alle donne. Inoltre, quelli che risiedono al Nord hanno il 30,8% di possibilità in più di essere occupati a un anno dal titolo rispetto a quanti risiedono al Sud.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.