G20, ecco a che punto siamo sulla global tax e sul clima

Articolo
Niccolò Giusti
G20

Dal 1999 il G20 è il forum internazionale che riunisce le principali potenze economiche a livello mondiale. I Paesi che lo costituiscono sono responsabili per più dell’80% del Prodotto interno lordo mondiale, il 75% del commercio globale e il 60 della popolazione del pianeta. A partire dal 2008, oltre a vari incontri istituzionali ed eventi ad hoc per discutere delle principali problematiche a livello globale, il forum prevede un vertice finale al quale partecipano i capi di Stato e di governo. Da dicembre 2020 la presidenza spetta all’Italia, che questo mese ha ospitato una serie di vertici su due importanti dossier: la tassazione del digitale e le sfide legate ai cambiamenti climatici.

IL GLOBAL TAX DEAL

Negli ultimi anni la comunità internazionale si è adoperata per cercare di riformare il sistema fiscale internazionale alla luce delle problematiche emerse legate all’affermarsi del digitale. Lo scopo principale di questa riforma è impedire alle multinazionali di indirizzare i loro profitti verso Paesi a fiscalità privilegiata. L’obiettivo interessa anche le istituzioni a livello europeo, tanto da rientrare fra le priorità dalla Commissione presieduta da Ursula Von der Leyen. Inoltre, in seno all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (Ocse), i negoziati in merito alla possibile riforma sono in corso da maggio 2019 e, a seguito di iniziative nazionali promosse da Paesi come la Francia, la discussione si è via via intensificata.

Il 9 e il 10 Luglio a Venezia, i ministri delle Finanze del G20 hanno raggiunto un accordo per una riforma globale del sistema fiscale. L’accordo ha disposto l’introduzione della Global Minimum Tax (Gmt), ovvero un’imposta a livello internazionale per le multinazionali, la cui aliquota sarebbe pari ad almeno il 15% dei loro profitti. Ulteriore obiettivo della riforma è fare chiarezza sulla ripartizione dei gettiti fiscali tra Paesi diversi da parte delle società che generano profitti in zone in cui non vantano una presenza fisica. Misura, quest’ultima, indirizzata soprattutto alle aziende digitali.

I dettagli devono ancora essere definiti dai membri del G20. Resta da approfondire come questa misura andrà a sostituire altre tasse come la digital tax della Commissione europea, la cui introduzione è prevista per il 2023. Quest’ultima è stata ipotizzata dalla Commissione per finanziare il Next Generation Eu, il fondo destinato ai vari piani nazionali di ripresa e resilienza. La nuova iniziativa europea sulla tassazione del digitale potrebbe quindi includere un’integrazione dell’imposta sul reddito delle società da applicare alle aziende che conducono attività digitali in Europa, una basata sulle entrate derivanti da certe attività digitali condotte nell’Ue, e/o un’imposta sulle operazioni digitali svolte tra imprese nel Vecchio continete.

Nonostante il clima di convergenza sulla tassazione digitale globale e la rinnovata cooperazione tra Europa e Stati Uniti, gli Usa stanno premendo affinché la Commissione non porti avanti la proposta. A tal proposito, sostengono che la riforma lede l’accordo raggiunto in occasione del G20 e discrimini le grandi aziende americane. Dal canto suo l’esecutivo europeo, che contava di presentare il pacchetto sulla tassazione digitale a metà luglio, ha per il momento sospeso la proposta per facilitare i negoziati del G20. Un ulteriore fattore che potrebbe ritardare il raggiungimento di un accordo finale a livello europeo è il principio dell’unanimità per le decisioni in materia fiscale. Paesi come Irlanda, Ungheria ed Estonia al momento sono contro l’imposta digitale.

L’INTESA PARZIALE SULLE TRATTATIVE CLIMATICHE

Il 23 luglio i ministri dell’Ambiente, del Clima e dell’Energia del G20 si sono riuniti a Napoli per discutere nuovi ambiziosi obiettivi climatici. L’accordo è stato raggiunto solo in parte, visto che non è stata trovata l’intesa su due punti chiave.

Il primo riguarda il progressivo abbandono del carbone come fonte di produzione dell’energia. Se la maggior parte dei Paesi ambiva a fissare il 2025 come termine ultimo per la sua eliminazione, Cina, India e Russia si sono dette contrarie a causa dell’insostenibilità dei costi di transizione a loro carico. Con il risultato che all’interno del comunicato finale emesso domenica 25 luglio non viene fatta menzione della necessità di abbandonare completamente le fonti fossili.

Il secondo punto di frizione riguarda il contenimento dell’aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi. I principali oppositori all’abbassamento della soglia, Cina e India, si sono espresse contro lo scostamento del limite precedentemente imposto a Parigi, da 2 a 1,5 gradi, di fatto impedendo il raggiungimento del consenso su uno dei punti chiave dei negoziati, che il forum ambiva a rinforzare anche in vista della COP26 che si terrà il prossimo novembre a Glasgow. Il mancato accordo è stato recepito con disappunto anche a livello europeo, dove ad aprile i legislatori erano riusciti a giungere a un’intesa sulla legge europea sul clima, che stabilisce un nuovo obiettivo dell’Ue per il 2030: la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55%rispetto ai livelli del 1990.

La presidenza italiana durante il summit ha ribadito l’intendimento comune di voler accelerare la transizione verso la finanza verde, promuovendo una ripresa economica sostenibile e incentivando l’uso delle rinnovabili. Allo stesso tempo il Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) ha convocato una riunione per approvare la prima parte del Sesto Rapporto di Valutazione, lo studio sulle basi scientifiche del cambiamento climatico. Il documento, realizzato da 230 esperti provenienti da 60 Paesi diversi, passerà all’esame delle Nazioni Unite che lo studieranno e approveranno entro il 9 agosto, giorno in cui verrà diffuso.

La discussione su questi temi verrà ripresa durante il vertice finale del forum, che si terrà il 30 e 31 ottobre. I vari leader, se da un lato dovranno finalizzare i dettagli dell’accordo raggiunto a Venezia sulla riforma della global tax, dall’altro dovranno cercare di trovare un’intesa anche sulle strategie di contrasto al cambiamento climatico e sul taglio delle emissioni. Il rischio, altrimenti, è di aggiungere ulteriore pressione ai prossimi negoziati.