Come ci siamo giocati la partita della Cop26

Approfondimento
Giusy Massaro
cop26

Il dado è tratto. Lo scorso 12 novembre si sono conclusi i lavori della Cop26 (la 26° Conferenza delle Parti), ossia il vertice globale sul clima con cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite riunisce tutti i Paesi della terra per affrontare quella che è ormai una priorità globale: gestire il cambiamento climatico (e farlo in fretta).
Intorno all’evento c’è stata un’aspettativa enorme, perché, come affermato dal presidente Alok Sharma durante i lavori della conferenza tenutasi a Glasgow, “il tempo per prendere decisioni sul clima sta per scadere”.

DOVE SIAMO…

Il rapportoState of Climate in 2021” dell’Organizzazione metereologica mondiale (WMO) fornisce un’istantanea degli indicatori climatici come le concentrazioni di gas serra, le temperature, le condizioni meteorologiche estreme, il livello del mare, il riscaldamento e l’acidificazione degli oceani, il ritiro dei ghiacciai e lo scioglimento dei ghiacci, nonché dei loro impatti socio-economici. Il report parla chiaro: le concentrazioni record di gas serra nell’atmosfera e il calore accumulato a esse associato hanno spinto il pianeta in un territorio inesplorato (con ripercussioni di vasta portata per le generazioni attuali e future). Insomma, non è più tempo di chiacchiere ma è tempo di agire: è per questa ragione che molte aspettative sono state riposte sulla Cop26, considerata da molti l’ultima occasione per il clima.

Nel 2020 le concentrazioni di gas serra hanno raggiunto nuovi massimi e non accennano a rallentare. Il 2021 si guadagna, d’altronde, il titolo di sesto o settimo anno più caldo di sempre, con una temperatura media globale di circa 1,09° centigradi al di sopra della media registrata tra il 1850 e il 1900. I tassi di riscaldamento degli oceani mostrano un aumento particolarmente forte negli ultimi due decenni e le previsioni per il futuro non sono confortanti. Inoltre, le acque marine, che assorbono circa il 23% delle emissioni annue di CO2, stanno diventando sempre più acide: il pH della loro superficie sta diminuendo, una tendenza che rischia di compromettere la loro capacità di assorbire CO2 dall’atmosfera.

Ma non solo. Il riscaldamento degli oceani e lo scioglimento del ghiaccio terrestre stanno provocando cambiamenti globali del livello medio del mare: l’innalzamento medio globale è stato di 2,1 millimetri all’anno tra il 1993 e il 2002 e di 4,4 millimetri tra il 2013 e il 2021, un aumento notevole tra i due periodi. Eventi metereologici estremi sono stati sotto gli occhi di tutti: incendi devastanti, da un lato, e piogge estreme e inondazioni improvvise, dall’altro, si sono verificati praticamente in ogni continente. Senza tralasciare le sempre più frequenti ondate di calore e consistenti siccità, che interessano soprattutto il continente americano e il Mediterraneo, dove peraltro il contributo umano sembra aver avuto un ruolo significativo, stando alle conclusioni del sesto rapporto di valutazione del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC).

…E DOVE DOBBIAMO ANDARE

Il punto di arrivo dovrebbe essere un pianeta che emette tanti gas serra quanti se ne rimuovono dall’atmosfera, ciò che chiamiamo neutralità carbonica o “emissioni nette zero”, puntando a limitare l’aumento delle temperature a 1,5° centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. L’obiettivo è per il 2050, ma occorre cominciare sin da subito con azioni immediate e ambiziose da parte di tutti. Si tratta di strategie che dovranno senza dubbio passare per una rapida fuoriuscita dal carbone, un contenimento della deforestazione, una pronta transizione verso i veicoli elettrici e maggiori investimenti nelle rinnovabili. Tuttavia, siccome il clima sta già cambiando e continuerà a cambiare provocando effetti devastanti, occorre lavorare soprattutto nei Paesi maggiormente colpiti per proteggere e ripristinare gli ecosistemi e, al tempo stesso, costruire difese, sistemi di allerta, infrastrutture e agricolture più resilienti per contrastare la perdita di abitazioni, di mezzi di sussistenza e persino di vite umane.

I LAVORI DELLA COP26

Raggiungere emissioni nette zero entro il 2050 richiede una transizione a una velocità senza precedenti. Gli impegni attualmente assunti dalle potenze globali sono ben lontani dal raggiungere simili obiettivi. Senza contare che non si può dare per scontato neanche il raggiungimento dei target già fissati. Le politiche intraprese – o perlomeno annunciate – si tradurrebbero, stando alle previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), in un aumento delle emissioni nel 2030, pari al 6% rispetto al 2020. Risultato alquanto deludente. L’obiettivo – ben più ambizioso – di “emissioni nette zero” prospetta che queste arrivino a 21 Gigatonnes (Gt) entro il 2030 (-38% rispetto alle circa 34 Gt del 2020), livello che, con le attuali politiche, verrebbe raggiunto solo nel 2050, con ben due decenni di ritardo.

La figura contenuta nel WEO 2021 della IEA mostra come Eurasia, Cina e Medio Oriente siano tra le regioni a più alte emissioni pro-capite entro il 2030: i dati pro-capite cinesi resterebbero sostanzialmente inalterati rispetto al 2020, portandosi in pari con gli Stati Uniti, il cui livello – il più elevato a livello globale attualmente – dovrebbe ridursi invece di circa il 40%. La figura mostra anche il peso di Cina e India, dove vive oltre un terzo della popolazione mondiale.

Ecco perché l’assenza di Xi Jinping alla Cop26 ha destato non poche preoccupazioni in relazione agli impegni internazionali della Cina – che, ricordiamo, è responsabile da sola di un terzo delle emissioni globali – con riguardo alla transizione energetica globale, ulteriormente avallate dal rifiuto della stessa Cina e di India, Russia e Australia, durante il G20 di Roma (anche questo appena conclusosi), di porre un termine ultimo all’utilizzo del carbone come fonte energetica. Segnali contrastanti si susseguono: solo 2 mesi fa, sempre il leader cinese aveva annunciato la fine degli investimenti cinesi nella costruzione di nuovi impianti a carbone, ma poi non ha aderito all’accordo (così come non hanno aderito gli Stati Uniti, a onor del vero), raggiunto tra 40 Paesi in una prima fase dei lavori della Conferenza, che prevedeva lo stop all’uso del carbone per la generazione elettrica entro il 2030 per le economie più avanzate ed entro il 2040 per quelle in via di sviluppo. L’India, dal canto suo, promette emissioni zero solo entro il 2070, un obiettivo troppo poco ambizioso per chi aveva riposto tutte le speranze nell’appuntamento di Glasgow.

Tra i temi di discussione più caldi della Conferenza delle Parti, tre decisioni prese a Parigi nel 2015 e mai attuate: la costituzione di un mercato internazionale delle emissioni di carbonio, il completamento del “Paris Rulebook”, ovvero l’insieme delle regole per attuare l’accordo e valutare quanto viene fatto da ciascun Paese, e il fondo da 100 miliardi di dollari all’anno per finanziare gli interventi di decarbonizzazione nelle economie in via di sviluppo, perché ci sono Paesi emergenti che sono restii all’idea di decarbonizzare per paura di compromettere la loro crescita e Paesi che invece semplicemente non hanno le risorse necessarie per la transizione ecologica.

MA COSA PREVEDE L’ACCORDO FINALE?

Nel dettaglio a Glasgow è stato raggiunta l’intesa sui meccanismi di mercato relativa all’articolo 6 dell’accordo di Parigi, che riconosce la possibilità per i Paesi di utilizzare il mercato del carbonio internazionale per l’attuazione degli impegni nazionali per la riduzione delle emissioni (NDC). L’accordo include l’adozione di linee guida per i cosiddetti “approcci cooperativi” che prevedano lo scambio di quote, regole, modalità e procedure per i “meccanismi di mercato” e un programma di lavoro all’interno del quadro degli approcci “non di mercato”, con avvio nel 2022.

La questione più importante era, tuttavia, quella dei Nationally Determined Contributions (NDC) per la neutralità carbonica, ossia gli impegni presi dai singoli Paesi per raggiungere l’obiettivo di emissioni nette zero. Sotto questo profilo, tutti gli Stati si sono impegnati a rafforzare i propri obiettivi da qui al 2030 e a rivederli ogni anno (anziché ogni cinque). Dunque, il fatto che non siano state fatte nuove promesse sulle emissioni e che nessuno dei grandi Paesi produttori di gas serra abbia rinnovato o migliorato i propri NDC non lascia ben sperare, in quanto “mantenere vivo l’1,5°C” diventa sempre più un miraggio.

In merito al sostegno ai Paesi più vulnerabili e alle economie più deboli, è stato preso l’impegno di aumentare i finanziamenti destinati al fondo che se ne occupa. È stato così creato un fondo da 500 miliardi di dollari da versare in 5 anni, destinato per metà a progetti di riduzione delle emissioni e per metà a progetti di “adattamento”, cioè di riduzione dell’impatto del cambiamento climatico. Un risultato positivo. Finora i finanziamenti erano sbilanciati verso i progetti di riduzione delle emissioni (ad esempio, per lo sviluppo di energie rinnovabili) che generano profitto e sono dunque in grado di finanziarsi da soli. Mentre i finanziamenti a progetti di “adattamento” sono spesso a fondo perduto e, pertanto, più importanti e decisivi per i Paesi riceventi.
Per quanto riguarda il carbone, questione centrale della Conferenza, se nella terza bozza si invitavano i Paesi a “fare sforzi per interrompere la produzione di energia elettrica col carbone e i finanziamenti per i combustibili fossili inefficienti”, nell’accordo finale gli impegni presi sono stati notevolmente ridimensionati: la promessa è passata dal “phase out” – ossia, l’eliminazione dell’uso del carbone – al “phase down”, ossia un obiettivo di semplice riduzione.

Nel corso della Conferenza sono poi stati firmati alcuni accordi “settoriali”. Il primo, che coinvolge 100 Paesi tra cui gli Stati che ospitano l’85% delle foreste mondiali (Stati Uniti, Russia e Cina, ma anche Congo e Indonesia), riguarda lo stop alla deforestazione entro il 2030. L’accordo, tra le altre cose, prevede lo stanziamento di fondi (12 miliardi più altri 7 promessi da società private) per la promozione di politiche contro la deforestazione e l’adozione di misure per favorire pratiche agricole più sostenibili, arginando la diffusione di allevamenti intensivi e colture particolarmente impattanti sull’ambiente (come la soia). Un passo importante che ha, però, lasciato l’amaro in bocca ad ambientalisti e attivisti, in quanto tutte le promesse non sono state ratificate con un documento vincolante e quindi al momento non sono previste sanzioni per chi non rispetterà i patti.

Sono 108 i Paesi che hanno aderito all’iniziativa globale per ridurre del 30% rispetto ai livelli del 2020 le emissioni di metano entro il 2030, un’azione sicuramente molto efficace nel limitare il cambiamento climatico a breve termine. Purtroppo, però, sono rimasti fuori dall’accordo alcuni grossi Stati produttori, come Cina, India e Russia.

Un altro accordo, siglato da 22 Paesi, prevede che tra il 2035 e il 2040 tutti i nuovi autoveicoli venduti saranno elettrici. Peccato, però, che anche in questo caso tra i firmatari non compaiano i principali produttori di auto, come Germania, Giappone, Stati Uniti e Cina.

Secondo un’analisi della IEA del 4 novembre, a pochi giorni dall’inizio della Conferenza, se saranno rispettati i più recenti impegni sulla riduzione delle emissioni e le altre promesse fatte, si riuscirà a limitare l’aumento delle temperature globali a 1,8° centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. Un bilancio (provvisorio) non del tutto negativo, se si considera che l’accordo di Parigi siglato nel 2015 in occasione della Cop21 aveva come obiettivo principale quello di mantenere l’aumento sotto i 2 gradi, e che, stante la situazione pre-Cop26, non si sarebbe raggiunto: le previsioni della IEA di solo un mese fa parlavano di un aumento della temperatura di 2,1°. Ma è ritenuto comunque deludente rispetto alle aspettative per la Cop26, per la quale ci si aspettava maggiori sforzi verso l’obiettivo di 1,5°.

Se alcuni passi in avanti sono certamente stati compiuti, anche molte delusioni hanno costellato questo appuntamento su cui tante aspettative erano state riposte.
Di sicuro la più grande, per ambientalisti e non solo, è stato il polso morbido che i Paesi della Cop26 hanno avuto con Cina e India, cedendo alle loro richieste di modifica dell’accordo iniziale in merito al carbone, e rinunciando quindi all’opportunità di sottoscrivere quello che avrebbe potuto essere un accordo epocale. Anche perché, una volta raggiunto il compromesso, sarà molto difficile modificarlo anche nei prossimi vertici.

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