Banda larga e aiuti di Stato, il Piano Italia 5G è già un passo avanti

Approfondimento
Lorenzo Principali
piano italia

L’upgrade delle reti di telecomunicazione costituisce il presupposto fondamentale per lo sviluppo dell’ecosistema digitale, sia a livello italiano, sia nel Mercato unico europeo. I nuovi obiettivi che emergono dalla Revisione delle Guidelines sugli aiuti di stato per le reti broadband, messa in consultazione la scorsa settimana, ci parlano di un’Italia che, finalmente, si trova già ampiamente preparata, grazie al Piano “Italia a 1 Giga” e al recente Piano “Italia 5G”, ottimi esempi di pianificazione e di attuazione di una strategia unitaria (la Strategia Bul pubblicata a maggio). Resta il nodo dell’execution, in particolare relativa a risorse umane e rispetto dei tempi.

LA REVISIONE DELLE GUIDELINES PER GLI AIUTI DI STATO NEL BROADBAND

La proposta di revisione è dovuta alla necessità di alcuni “adeguamenti mirati” delle norme europee attualmente in vigore “per tener conto degli ultimi sviluppi tecnologici e di mercato e della rapida evoluzione delle esigenze di connettività”. In considerazione dei risultati già conseguiti, la Commissione ha aggiornato gli obiettivi al 2025, puntando a coprire tutte le famiglie europee con connettività ad almeno 100 Mbps, potenziabile fino a 1 Gbps. Con l’upgrade al 5G, per le reti mobili l’obiettivo consiste nella copertura delle aree urbane e delle principali vie di comunicazione. Tutti obiettivi già previsti dai piani approvati in Italia, in cui si è stabilito il supporto pubblico per aumentare la connettività su rete fissa ad almeno 1 Giga per le abitazione che non arriveranno a 300 Mbps (nel 2026) e, per le mobili, un duplice potenziamento finalizzato alla copertura dell’intero territorio.
Un discorso analogo può essere fatto per l’introduzione di possibili aiuti sotto forma di incentivi alla domanda (il Piano Voucher è partito a novembre 2020 e si attende la seconda fase), così come per i criteri di valutazione degli aiuti di Stato, in particolare mappatura, consultazioni pubbliche, selezione competitiva, obblighi di accesso all’ingrosso. Tutte misure già previste nella strategia e nei relativi piani.

LA STRATEGIA ITALIANA PER LA BANDA ULTRALARGA

In seguito all’approvazione del Piano di ripresa e resilienza, lo scorso 27 maggio è stata pubblicata la nuova Strategia italiana per la banda ultralarga, che raccoglie l’eredità delle attività precedenti, ne prevede di nuove e dettaglia ulteriormente gli interventi sulle infrastrutture digitali. Il PNRR italiano le ha assegnato 6,7 miliardi di euro per sette linee di azione finalizzate al raggiungimento degli obiettivi in ambito connettività. Uno di questi è il Piano “Italia a 1 Giga”, a cui è destinato il 58% delle risorse finanziarie disponibili (3,8 miliardi) per sostenere l’offerta di connettività ad almeno 1 Gbps in download e 200 Mbps in upload sull’intero territorio nazionale entro il 2026. Per quanto concerne le reti mobili, agli interventi previsti nel “Piano Italia 5G”, pubblicato e messo in consultazione lo scorso 15 novembre, sono destinati 2,02 miliardi. Per definire le aree su cui programmare gli interventi pubblici, Infratel ha effettuato due nuove consultazioni, relative alle intenzioni di investimento degli operatori nel prossimo quinquennio: una per le reti fisse e una seconda, più recente, per quelle mobili. I relativi piani sono stati stilati tenendo in forte considerazione i risultati di tali monitoraggi, che impegnano fortemente gli operatori al rispetto di quanto dichiarato.

IL NUOVO PIANO ITALIA 5G

Per le reti mobili sono state previste due linee di intervento distinte e complementari tra loro, ovvero:
1) la realizzazione di una rete di backhauling in fibra ottica per le Stazioni Radio Base (SRB) che, al 2026, in base al monitoraggio dei piani dichiarati dagli operatori, risulterebbero prive di tale rilegamento;
2) la realizzazione di nuove infrastrutture di rete mobile complete, con capacità di almeno 150 Mbps (in particolare nelle aree che risulterebbero prive di infrastrutture capaci di offrire connettività ad almeno 30 Mbps nel 2026).

La mappatura della rete mobile è stata condotta sulla base di un reticolato geografico di “pixel” di 100×100 metri, rappresentativo del territorio italiano (che ne comprende complessivamente circa 30 milioni). Dalla consultazione è emersa la presenza di 66.698 SRB (Stazioni Radio Base), che diventerebbero 73.931 nel 2026 e che richiedono il sostengo pubblico per il collegamento in fibra di 13.231 di siti radiomobili unici che, in base al monitoraggio, rimarrebbero sguarniti con le normali dinamiche di mercato.
Gli interventi da finanziare si concentrano in particolare in Piemonte (1.400), Lombardia (1.146), Veneto (1.100), Sicilia (1.172) e Lazio (1.032).

La seconda gamba del piano si focalizzerà sulle aree che, al 2026, non verrebbero coperte con connettività mobile ad almeno 30 Mbps. Ciò perché, come evidenziato anche da AgCom, questo valore indica la soglia minima per la sostenibilità di servizi quali veicoli a guida autonoma, robot collaborativi, remote monitoring etc. Tali aree ammontano a circa il 15% dei 30 milioni di pixel in cui è stato scomposto il territorio nazionale, una porzione che interesserebbe circa l’1,6% della popolazione. Attualmente risultano privi di connettività mobile a 30 Mbps quasi il 27% del territorio e il 6,3% della popolazione.

LA COPERTURA 5G (2021-2026)

Un altro elemento d’interesse emerso dal monitoraggio è relativo alla copertura del territorio in 5G, attuale e futura. Come illustrato nella fig. 1, al 31 maggio 2021 la copertura 5G arrivava al 7,3% del territorio. Le regioni maggiormente raggiunte risultavano l’Emilia Romagna (14,9%), il Lazio (14,7%) il Veneto (11,7%) e la Puglia (11,1%). Sotto quota 1% delle territorio la Provincia autonoma di Trento e la Basilicata. Nel 2026 la regione più coperta sarebbe la Puglia (99,1%), seguita dalla Basilicata (98,3%) e dal Molise (97,9%). Nel complesso, solo 4 aree presenterebbero una copertura inferiore al 90%, ovvero le province autonome di Trento e Bolzano, il Friuli-Venezia e la Valle d’Aosta.

LE MODALITA’ DI INTERVENTO PUBBLICO PER LE RETE MOBILI

Si prevedono modelli distinti a seconda delle tipologie di intervento. Per la cablatura in fibra delle stazioni (SRB) si privilegia il gap funding, finanziando una quota degli investimenti necessari alla realizzazione dei collegamenti di backhauling che, una volta completati, restano di proprietà degli aggiudicatari. Questi ultimi dovranno dimensionare i collegamenti in fibra in modo da garantirne l’accesso all’ingrosso a tutte le sue componenti a ogni soggetto interessato (un’ulteriore anticipazione dei criteri in via di aggiornamento a livello europeo). Si prevede inoltre l’applicazione del meccanismo di claw-back al fine di correggere eventuali sovra-compensazioni (ovvero profitti non preventivati da parte del privato provenienti dall’opera finanziata con fondi pubblici).

Una parte degli investimenti potrà essere realizzata tramite intervento diretto o concessionario pubblico, giacché circa il 13% dei siti da collegare dista meno di 1.000 metri da infrastrutture di proprietà pubblica realizzate dallo Stato con precedenti interventi.
Anche per la seconda linea di intervento (realizzazione di parti complete di infrastrutture), un modello di tipo a incentivo appare maggiormente idoneo a facilitare il raggiungimento degli obiettivi. È prevista la possibilità per gli operatori di presentarsi in forma associata e le infrastrutture realizzate rimarranno di loro proprietà (fermi restando l’applicazione del meccanismo di claw-back e il dimensionamento delle opere per consentire l’accesso a terzi a condizioni eque). Il servizio, sia wholesale che ai clienti finali, dovrà garantire una connettività di almeno 150 Mbps ed il Piano nel suo complesso dovrà essere completato entro la metà del 2026.

IL PIANO ITALIA A 1 GIGA E LE MODALITA’ DI INTERVENTO PER LE RETI FISSE

Secondo quanto emerso dal monitoraggio condotto da Infratel per le reti fisse, il 71% del territorio nazionale verrebbe coperto con una velocità di almeno 1 Gbps entro 2026, con il restante 29% che rientrerebbe quindi nella sfera degli interventi pubblici. In particolare, l’azione del Governo sarà mirata a quei civici che, con le normali dinamiche di mercato, non verrebbero raggiunti da una connettività ad almeno 300 Mbps in download, equivalenti a oltre 6 milioni di civici.

Per quanto concerne le modalità di intervento pubblico, anche il Piano Italia a 1 Giga punta su un modello “a incentivo” (o gap funding) in cui le risorse previste vengano sbloccate solo a seguito del raggiungimento da parte dell’operatore di una soglia base di copertura. Anche in questo caso le opere restano di proprietà dell’operatore privato, che viene “incentivato” ad adeguarle alle caratteristiche demandate dal Piano. La soglia dei 300 Mbps in download, notevolmente maggiore rispetto ai 100 Mbps previsti a livello europeo, è stata definita proprio per sviluppare reti “a prova di futuro” capaci di consentire a cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni di fruire di servizi avanzati (video ad alta definizione, realtà virtuale e aumentata, smart working e formazione a distanza, cloud computing, telemedicina, etc.). Anche in questo caso, gli operatori possono presentarsi ai bandi sia in forma individuale che associata.

Per quanto concerne le tempistiche, attualmente si prevede entro la fine di quest’anno la pubblicazione dei bandi, che dovrebbero culminare nell’aggiudicazione di tutte le gare nella metà del 2022. Per quanto riguarda gli stadi di avanzamento, una prima milestone del 20% è prevista per il terzo trimestre del 2023, cui dovrebbe seguire la realizzazione del 60% delle opere entro il primo trimestre 2025, mentre la conclusione dovrebbe avvenire entro la fine di settembre 2026.

CONCLUSIONI

Anche alla luce della recente revisione delle Guidelines, l’iniziativa del governo appare quindi particolarmente lungimirante, sia per la volontà ragionare su soglie tecnologiche a lungo raggio (1 Gbps per le linee fisse, 150 Mbps per le linee mobili e di fatto la copertura in 5G di tutto il territorio), sia per il tentativo di raggiungere il miglior coordinamento possibile tra l’intervento pubblico e gli investimenti privati, già effettuati e futuri. Apprezzabile appare inoltre il “general purpose” che anima gli interventi e punta a generare benefici per tutti gli utenti finali, portando ovunque una connettività al passo con l’evoluzione di applicazioni e consumi, e per tutti gli operatori, indipendentemente dalla tecnologia.

Resta il nodo della risorse umane. Gli interventi necessari al completamento dei piani rischiano di produrre un sovraccarico di lavoro che le imprese finali potrebbero non essere in grado di gestire nei tempi previsti. A tal proposito, si parla di un fabbisogno di un ulteriore 50% di forza lavoro per soddisfare la domanda potenziale di opere di scavo e cablatura. In questo senso, la trasformazione delle competenze del settore tlc appare cruciale, ma è complicato dall’età media degli addetti: secondo le stime di Asstel, oltre l’85% di essi ha più di 40 anni, una quota che non sembra destinata a calare da qui al 2025 con gli strumenti a disposizione (prepensionamenti, esodi, assunzioni e turnover organico). Per queste ragioni, saranno necessarie risorse complessive per oltre 1 miliardo per formazione e assunzioni da qui al 2025.

A ciò si aggiunge la necessità di trovare un qualche tipo di meccanismo di efficientamento per ottimizzare l’utilizzo delle risorse a disposizione (umane e materiali) ed evitare la duplicazione delle opere, anche in un’ottica di snellimento delle procedure. In questo senso, anche alla luce delle recenti criticità emerse con il decreto Concorrenza, sembrerebbe opportuno il coinvolgimento degli stessi operatori, per generare un perfezionamento concertato della normativa.

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