Sostenibilità e lavoro, i nuovi scenari post-pandemia secondo Larry Fink (BlackRock)

Approfondimento
Luca Chiapponi
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Ci concentriamo sulla sostenibilità non perché siamo ambientalisti, ma perché siamo capitalisti”. Con questa frase-manifesto, il co-fondatore e presidente di BlackRock, Larry Fink, ha sintetizzato non soltanto le politiche finanziarie della più grande società di investimento al mondo, ma anche quelli che, ai suoi occhi, sono i nuovi scenari dell’economia mondiale a seguito della pandemia da Covid-19. Nella lettera annuale agli amministratori delegati delle aziende in cui il fondo investe, “il re di Wall Street” (come è stato definito dal Financial Times) ha scattato una fotografia del capitalismo globale, con una messa a fuoco sulle nuove dinamiche in atto rispetto alla transizione energetica, all’innovazione tecnologica e al mondo del lavoro.

Come ricordato da Federico Fubini sul Corriere della Sera, la lettera è arrivata a pochi giorni dalla notizia che il valore degli assets in gestione dal fondo BlackRock ha superato i 10.000 miliardi (ovvero due volte il Pil del Giappone) e, anche per questo, non è certo passata inosservata. Ma qual è, quindi, secondo Fink, il rapporto tra capitalismo e sostenibilità? E quali i cambiamenti e le nuove opportunità nel mondo del lavoro?

CAPITALISMO E SOSTENIBILITÀ

La sostenibilità ambientale non è soltanto un argomento proprio degli ecologisti, bensì (ormai) il motore del capitalismo presente e futuro. La decarbonizzazione dell’economia globale è “la più grande opportunità di investimento della nostra storia”, ha scritto Fink, tanto che “lascerà indietro le aziende che non si adatteranno, e così città e Paesi”. Non senza un intento polemico, come ha notato qualcuno, il presidente di BlackRock si è scrollato di dosso l’accusa di fare il gioco di una certa ideologia politica e di influenzare così i mercati: “Non si tratta di politica, non si ha a che fare con un’agenda sociale o ideologica. È capitalismo”. Punto. La decarbonizzazione e la sostenibilità ambientale sono, in questo senso, fattori ormai ineludibili per il perseguimento del profitto, poiché “ciascun’azienda e ciascun settore industriale verranno trasformati dalla transizione energetica e tutti i mercati richiederanno investimenti mai fatti prima in tecnologia che permetta la decarbonizzazione”.

È proprio a tal proposito, tuttavia, che si apre una questione politica cruciale. I differenti Paesi del mondo si muovono nell’economia globale a diverse velocità, e così di seguito lo stesso processo di transizione energetica. E se a ciò si aggiunge il fatto che il passaggio a zero emissioni non si compie in un giorno, ne consegue che nel frattempo sono necessari sforzi per garantire la continuità di accesso a fonti energetiche affidabili a un prezzo abbordabile per tutti. “Dobbiamo essere onesti”, ha messo nero su bianco Fink, “oggi i prodotti verdi spesso costano di più. Ridurre questo plus sarà fondamentale per una transizione ordinata e giusta”.

Ma a chi sono rimessi questi sforzi? Ecco che l’appello del presidente di BlackRock agli amministratori delegati si estende, in fondo, anche ai decisori pubblici. Per raggiungere questi obiettivi è necessaria una stretta alleanza tra governi e imprese per una pianificazione di lungo termine: “Qualsiasi piano che si concentri soltanto sulla limitazione dell’offerta, porterà all’aumento dei prezzi dell’energia per coloro i quali non possono permetterselo”, con la conseguenza di acuire le disuguaglianze economiche e generare scontri sociali. Per il colosso BlackRock, dunque, disinvestire da interi mercati non soltanto non porterebbe a un’economia a zero emissioni, ma addirittura ne sarebbe d’ostacolo, con rischiose ricadute socioeconomiche. I tradizionali combustibili fossili – in primis il gas naturale – avranno un ruolo essenziale ancora per molto tempo.

IL NUOVO MONDO DEL LAVORO

In tale scenario, Fink ne è convinto: “La decarbonizzazione dell’economia verrà accompagnata da un’enorme creazione di posti di lavoro”. È questo secondo il fondatore della società di investimenti di New York, il vero “potere del capitalismo” (da cui il titolo della lettera) e lo spirito del cosiddetto “capitalismo degli stakeholders”: il processo fin dall’origine caratterizzato dalla continua reinvenzione, ovvero dalla continua innovazione tecnologica in un contesto competitivo. La pandemia Covid-19 ha inoltre imposto alle imprese una massiva e improvvisa evoluzione sotto la spinta di un’accelerazione imprevista delle dinamiche economiche. “Nessun rapporto ha subito più cambiamenti a causa della pandemia di quello tra datori di lavoro e dipendenti”, ha sottolineato Fink, dato che questi ultimi “stanno chiedendo qualcosa di più ai loro datori di lavoro, tra cui più flessibilità e mansioni più significative”. La pandemia ha portato alla luce nuove questioni, come la presenza in ufficio, la parità razziale e di genere, nonché la salute mentale e il divario tra generazioni riguardo alle aspettative sociali sul lavoro.

Le aziende, i manager e i decisori pubblici si trovano, quindi, di fronte a un nuovo paradigma, a una nuova concezione dell’economia ineluttabilmente intrecciata alla transizione energetica in corso. Difatti, “mai è stata disponibile una così grande quantità di denaro affinché le nuove idee possano diventare realtà”, ha scritto Fink, e questa facilità di accesso al capitale rappresenta una grande opportunità per guidare la transizione verso l’innovazione e lo sviluppo sostenibile. Si pensi, ad esempio, al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), sul cui approfondimento, sotto questo aspetto, si rimanda al policy brief dell’Istituto per la Competitività (I-Com).

Ad ogni modo, sul fronte italiano, è richiesta sicuramente un’attenzione al ruolo e al destino delle piccole e medie imprese del territorio, che rappresentano il 41% del fatturato nazionale e il 33% degli occupati (come riportato nel rapporto dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano) e che sono responsabili del 60% delle emissioni (come invece ha rivelato lo studio di CNA in collaborazione con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile).

Insomma, le sfide sono numerose ma, di fatto, il futuro dell’economia globale si gioca su questo terreno. E il mondo di prima? Beh, secondo Fink “quel mondo è morto”.

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