Tecnologie digitali, a che punto sono le imprese italiane ed europee


Approfondimento
Maria Rosaria Della Porta
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Credit: pixabay

Nel 2021 la quasi totalità delle imprese europee (94%) ha utilizzato una connessione fissa a banda larga per accedere a Internet. In Italia la percentuale è salita al 98%. A rivelarlo è l’ultimo aggiornamento dell’Eurostat sull’uso delle tecnologie digitali da parte delle aziende che risiedono nel Vecchio continente. L’ufficio statistico europeo ha evidenziato, inoltre, come sempre più imprese decidano di essere presenti in rete, consapevoli evidentemente che dotarsi di canali digitali non è più un’opzione ma piuttosto un obbligo per ottenere un vantaggio competitivo.

Secondo il rapporto, l’anno scorso il 78% delle aziende Ue aveva un sito web e il 59 ha utilizzato i social media. Una simile situazione si riscontra anche nel nostro Paese, sebbene con numeri leggermente inferiori a quelli della media europea: il 75% delle realtà italiane ha un sito Internet mentre il 56% ha utilizzato le piattaforme social.

Nonostante la spinta impressa dalla pandemia all’e-commerce, sono ancora troppe le attività che non approfittano delle opportunità offerte dalla vendita online. Solo il 22% delle europee e il 18 delle italiane ha venduto propri prodotti e/o servizi tramite il canale digitale.

LE IMPRESE E L’ADOZIONE DELLE TECNOLOGIE DIGITALI

I dati Eurostat, nello specifico, sottolineano un incremento dei livelli di adozione delle tecnologie digitali rispetto al passato. È salita al 38% la percentuale delle imprese che hanno utilizzato, ad esempio, software ERP per gestire attività quotidiane legate al proprio business (come ad esempio contabilità, procurement, project management) e al 35% la quota delle organizzazioni che si sono affidate a software CRM per gestire, analizzare e ottimizzare le interazioni con i propri clienti. In Italia tali percentuali si attestano su valori al di sotto della media Ue, rispettivamente al 32 e al 27%.

In Europa cresce sempre di più anche il numero di imprese che utilizza il cloud computing: sotto questo profilo, si è passati dal 36% del 2020 al 41 del 2021. L’Italia, in questo caso, è riuscita a fare meglio della media europea, addirittura con il 60% delle imprese che si sono dotate di servizi cloud. Superiore alla performance generale del Vecchio continente è anche l’adozione dell’Internet of Things (IoT), con un’incidenza percentuale del 32% rispetto al 29% registrato in Europa.

Quanto all’intelligenza artificiale, solo l’8% delle imprese Ue ha utilizzato almeno uno tra i sistemi a disposizione come, ad esempio, il natural language processing, il machine learning o deep learning e l’image recognition. Una situazione in parte determinata dal fatto che solo recentemente sono stati compiuti passi importanti nella regolamentazione di questa tecnologia in Europa (tra tutti, la proposta di regolamento da parte della Commissione europea). Dunque, c’è da aspettarsi che nel prossimo futuro cresca la fiducia e l’adozione di queste applicazioni da parte delle imprese del Vecchio continente.

Se guardiamo ai dati attuali, però, l’adozione delle tecnologie di intelligenza artificiale si presenta a macchia di leopardo, con i Paesi nordici particolarmente avanti (ad esempio in Danimarca e Finlandia rispettivamente il 24 e il 16% delle imprese ha adottato almeno una di queste tecnologie) e quelli dell’Est che invece arrancano. In questa classifica l’Italia si è collocata comunque due punti al di sotto della media europea.

IL MERCATO ITALIANO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Tuttavia, il mercato italiano dell’intelligenza artificiale continua a mettere a segno buoni risultati e, come riportano i dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, è cresciuto del 27% nel 2021 fino a raggiungere quota 380 milioni di euro, un valore raddoppiato in appena due anni.

Un terzo di questo mercato, ossia il 35%, riguarda progetti di algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati (Intelligent Data Processing), ambito che ha segnato anche una delle crescite maggiori, con un +32% rispetto al 2020. Seguono le soluzioni di Natural Language Processing con il 17,5% del mercato (+24%) e gli algoritmi per suggerire ai clienti contenuti in linea con le singole preferenze (Recommendation System) con un’incidenza del 16% (+20%). In forte crescita rispetto allo scorso anno (+ 34%) i Chatbot e Virtual Assistant, che si sono aggiudicati il 10,5% degli investimenti, e le iniziative di Computer Vision (11% degli investimenti, +41% rispetto al 2020). Infine, il 10% del mercato è dominato dalle soluzioni di Intelligent Robotic Process Automation.

Nel nostro Paese sono soprattutto le grandi realtà (59%, + 6 p.p. rispetto al 2020) ad avviare progetti in questo ambito. Le piccole e medie imprese, invece, ancora faticano ad adottare pienamente tale tecnologia: solo il 2% ha progetti a regime.

Nel 2021 il governo ha, però, reso noto il Programma strategico per l’intelligenza artificiale. Un piano che identifica 24 politiche da implementare nel prossimo triennio per potenziare il settore in Italia e sostenere le imprese che compongono il nostro tessuto produttivo a diventare più competitive in questo campo.

L’IMPORTANZA DELLE COMPETENZE DIGITALI E DELLA FORZA LAVORO QUALIFICATA

Per fare definitivamente il salto di qualità nel processo di digitalizzazione del Sistema Paese, l’Italia deve però affrontare l’annoso problema delle competenze.

Secondo i dati dell’indice DESI dello scorso anno, siamo significativamente in ritardo rispetto agli altri Stati europei in termini di capitale umano. I livelli di competenze digitali di base e avanzate registrato è molto basso: solo il 42% delle persone di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali di base (56% nell’Ue) e solo il 22% dispone di competenze digitali superiori (31% nell’Ue).

Inoltre, gioca a suo sfavore un numero limitato di occupati Ict nelle imprese. Recenti dati dell’Eurostat collocano l’Italia ultima in Europa per imprese che assumono specialisti in informatica e telecomunicazioni (solo il 13% contro una media Ue del 19%), dietro a Bulgaria, Lituania e Romania.

Eppure competenze digitali adeguate e diffuse e una forza lavoro qualificata sono una leva fondamentale per rilanciare il nostro sistema imprenditoriale anche nella fase post-Covid. Ma pure per far sì che le imprese italiane possano adottare pienamente le tecnologie digitali (anche quelle più avanzate) imprescindibili per crescere e rimanere competitive sul mercato.

Non troppo in là, però, l’Italia dovrebbe compiere un passo significativo sul fronte della transizione digitale, grazie alle novità introdotte dal decreto legge sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Nello specifico, con l’istituzione del fondo “Repubblica Digitale” dal valore di 250 milioni di euro si mettono in campo iniziative di formazione digitale e misure per il superamento del digital divide. L’obiettivo è raggiungere il target previsto dall’Europa, con il 70% di cittadini digitalmente abili entro il 2026.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Laureata in Economia presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, con una tesi in Finanza Aziendale Internazionale. Successivamente ha conseguito un master di II livello in “Concorrenza, economia della regolamentazione e della valutazione”, presso la medesima università.

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