Salute mentale, gli effetti del Covid nel rapporto del ministero della Salute

Approfondimento
Eleonora Mazzoni

Gli effetti del Covid-19 si sono manifestati anche sui servizi di salute mentale: lo testimonia il report del ministero della Salute reso noto lo scorso 30 marzo. Già in un nostro articolo pubblicato nell’ottobre del 2021 avevamo sottolineato come il peggioramento della salute mentale in Italia fosse un’emergenza “silenziosa” nonostante gli studi realizzati in tutto il mondo nel 2020 dimostrassero il pesante impatto del periodo del lockdown e delle restrizioni successive sulla sfera psichica degli individui.

Il Rapporto Salute Mentale 2020 rappresenta uno strumento di analisi importante di una delle criticità con cui il Servizio sanitario nazionale (Ssn) deve (e dovrà) confrontarsi a seguito della pandemia. Basti pensare che, secondo l’indagine, nel 2020 l’utenza dei Dipartimenti di Salute mentale (Dsm) ha superato le 700.000 unità (728.338), mentre nel 2019 risultavano essere più di 800.000. Inoltre, se nel 2019 i pazienti che sono entrati in contatto per la prima volta con i Dipartimenti di Salute mentale ammontavano a 314.120 (il 92,9% per la prima volta nella vita), nel 2020 sono sensibilmente diminuito a 253.164. La riduzione è significativa anche per le prestazioni: quelle erogate nel 2019 dai servizi territoriali ammontavano a circa 11 milioni con una media di 14,2 per utente, mentre nel 2020 sono state poco più di 8 milioni, per una media di 12,3 per paziente.

Queste riduzioni, registrate proprio nell’anno di esplosione e picco dell’epidemia da Covid-19, rappresentano un segnale di allarme, visto che i problemi nel campo della salute mentale si sono invece fortemente accentuati nel corso della pandemia. Come sottolineato dal rapporto pubblicato dall’Ocse nel novembre 2021, l’impatto della pandemia sulla salute psicologica è stato enorme, con una prevalenza di ansia e depressione più del doppio dei livelli osservati prima della crisi nella maggior parte dei Paesi. In Italia la prevalenza della depressione è cresciuta del 17,3% nel 2020 rispetto all’anno precedente e il nostro è stato uno dei Paesi dove questo aumento è stato più significativo, insieme a Francia e Regno Unito. Molto di questo effetto sembra essere legato all’impatto sugli operatori sanitari, che naturalmente può avere effetti anche di lungo periodo. Nel nostro Paese quasi la metà di questi (il 49%) ha mostrato sintomi da stress post-traumatico e circa il 20% sintomi di depressione. La crisi del Covid-19 ha inoltre interrotto la fornitura di servizi di salute mentale a livello globale e un’indagine dell’Organizzazione mondiale della sanità condotta nel secondo trimestre del 2020 ha rilevato che oltre il 60% dei Paesi in tutto il mondo ha segnalato interruzioni in questa tipologia di servizi. Inoltre, a confermare la natura sindemica dell’emergenza sanitaria, si rileva la presenza di alcuni gruppi della popolazione più colpiti: in particolare le persone con un’occupazione meno sicura, un livello di istruzione e un reddito più basso e le persone giovani.

Proprio sulla base di queste consapevolezze, lo scorso 15 marzo è stato trasmesso alle regioni il documento che disegna il percorso per il potenziamento dei Dipartimenti di Salute mentale, che riconosce, nella sua premessa, come il Covid-19 abbia determinato un peggioramento delle già preesistenti criticità, come per esempio il sovraccarico dei servizi di salute mentale e il carente sostegno da parte delle politiche sociali. Sempre nel testo si rileva come l’assistenza sanitaria mentale abbia ancora come protagonista principale l’ospedale, con un trasferimento lento verso la comunità. L’obiettivo generale da raggiungere a livello regionale, secondo il documento, è dunque il rafforzamento dei Dipartimenti di Salute mentale per il superamento della contenzione meccanica in tutti i luoghi di cura, la qualificazione dei percorsi per l’effettiva presa in carico e per il reinserimento sociale dei pazienti con disturbi psichiatrici autori di reato a completamento del processo di attuazione della legge numero 81 del 2014 e per la reale attuazione degli obiettivi di presa in carico e di lavoro in rete per i disturbi dell’adulto, dell’infanzia e dell’adolescenza, anche previsti dal Piano di azione nazionale per la salute mentale. Si prevede che le attività progettuali debbano concludersi entro e non oltre il 31 dicembre 2022 e che entro il 31 gennaio 2023 le regioni debbano trasmettere una relazione sui risultati raggiunti, compilando tutti i campi della scheda di rendicontazione allegata alle linee di indirizzo.

Il benessere psicologico e la salute mentale sono tematiche profondamente delicate, ma in alcuni contesti considerate ancora un tabù. Durante la pandemia globale il benessere psichiatrico ha invece assunto ed assume ancora oggi una rilevanza particolare con forti ripercussioni, non solo di breve periodo. In Europa, il tema della prevenzione e del trattamento di questi disturbi sembra essere cardinale per il raggiungimento di una cittadinanza inclusiva e sensibile ed è per questo auspicabile che, nell’investire per un sistema salute italiano che prenda in carico il cittadino in modo proattivo e capace di contemplare le determinanti socio–economiche della salute, ci si muova rapidamente verso tali obiettivi.

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