Voto elettronico: si riaccende il dibattito sul suffragio digitale, ma resta il rischio cyber

Approfondimento
Thomas Osborn

Fino a pochi anni fa quella del voto elettronico era considerata una pratica futuristica e irrealizzabile, soprattutto in Italia dove la burocratizzazione e i ritardi storici in termini di innovazione della nostra pubblica amministrazione sembravano ostacoli insormontabili. Nel giro di pochi anni, però, sembra essere cambiato tutto, o quasi: l’accelerazione digitale impressa dal Covid ha proiettato amministrazioni locali e ministeri in campi tecnologici fino a ora mai sperimentati in Italia e adesso, con la diffusione massiccia di strumenti di e-government come lo Spid e l’attenzione del Ministero per i Rapporti con il Parlamento su questi temi evidenziata dal recente Libro Bianco sull’Astensionismo, anche l’e-voting sembra essere una possibilità per le tornate elettorali del futuro. Permangono tuttavia dubbi sulla sicurezza di tale pratica, con cittadini e sistemi di sicurezza che potrebbero non essere ancora sufficientemente maturi.

VOTO ELETTRONICO, QUANDO IL SUFFRAGIO DIVENTA DIGITALE

Da anni, se non decenni, politologi e giuristi si confrontano su come accompagnare i mutati scenari sociali ed economici con nuove e aggiornate forme di partecipazione elettorale che possano ambire a contrastare il fenomeno dell’astensionismo e, più in generale, della disaffezione verso i processi democratici. Con l’avanzamento delle tecnologie in ogni ambito della vita quotidiana e, di pari passo, una sempre maggiore propensione al digitale da parte di cittadini di ogni età, grande attenzione in questo senso è stata riservata alle modalità di voto elettronico, un passaggio che consentirebbe la partecipazione elettorale mediante l’uso di dispositivi digitali. Il dibattito intorno a questa modalità, che unisce non solo esperti di partecipazione democratica e giuristi, ma anche massimi tecnici del settore cyber dato l’elevato livello di sensibilità dei dati trattati, ha subito una forte accelerata a seguito del Covid-19. La pandemia non solo ha reso largamente diffusi i sistemi di identità digitale, ritenuti imprescindibili per le procedure di voto, ma ha anche aumentato la sensibilità, popolare e istituzionale circa il superamento, ove possibile, di barriere fisiche a servizi essenziali e a diritti fondamentali, incluso il voto.

ACCESSIBILITÀ E PARTECIPAZIONE, I VANTAGGI DEL VOTO ELETTRONICO

Il voto elettronico viene visto come uno strumento che potrebbe portare alcuni vantaggi, in particolare in termini di accesso al voto: si supererebbero infatti quelle necessità legate all’imprescindibilità della presenza fisica in luoghi specifici e in determinate fasce orarie. Tali fattori non sono solo questioni di comodità, bensì caratteristiche determinanti per garantire l’accesso al voto a cittadini con difficoltà motorie e, più in generale, a coloro che hanno impossibilità fisica di recarsi alle urne nelle giornate elettorali. In tale prospettiva, ci potrebbero essere vantaggi anche in termini di afflusso di votanti, soprattutto quelli legati al fenomeno noto come “astensionismo involontario”, vale a dire quelle persone che vorrebbero esprimere il proprio voto ma che risultano impossibilitate, per motivi fisici o temporali a farlo. Le procedure di voto elettronico potrebbero inoltre sostituire pratiche come il voto anticipato, largamente diffuso negli USA, e il voto per corrispondenza, metodi costantemente sottoposti a critiche e a revisioni per via della poca trasparenza e poca sicurezza. Il voto per posta è a oggi adottato anche in Italia per i nostri concittadini residenti all’estero e, anche in questo caso, il voto elettronico permetterebbe di sopperire alle difficoltà logistiche e organizzative che tale pratica richiede. Infine, si evidenziano vantaggi in termini di semplificazione e di risparmi: si azzererebbero le schede nulle dovute a errori umani (errori nella compilazione, ad esempio), e ci sarebbero risparmi di costi e tempi anche nel conteggio e nella verifica delle schede.

LE ESPERIENZE DI VOTO ELETTRONICO ALL’ESTERO

In Europa sono ancora pochi i Paesi che hanno scelto di affidarsi al voto elettronico, anche a causa delle rimanenti perplessità sulla scarsa affidabilità di un sistema ritenuto ancora “acerbo” in termini di sicurezza informatica. L’unico Paese Ue nel quale il voto elettronico viene a tutti gli effetti utilizzato in parallelo al metodo cartaceo è l’Estonia, dove il l’e-voting è previsto già dal 2005. In Germania e Gran Bretagna è invece utilizzato per le consultazioni minori, mentre per quelle nazionali, regionali e locali vige ancora il voto in presenza. Più conservativi gli esiti delle sperimentazioni in Norvegia e Olanda dove, dopo alcune verifiche, sono stati sospesi i test sul voto digitale a causa del basso grado di affidabilità a tutela delle operazioni elettorali.

In Italia, già da diversi anni, si possono contare esperimenti di voto elettronico a livello di democrazia interna ai partiti e movimenti (in ultimo, i sistemi decisionali quali la Piattaforma Rousseau o quella delle Agorà Democratiche), ma numerose sono ancora le discussioni e le perplessità sull’allargamento di tali pratiche alle tornate elettorali nazionali: diversità di vedute permangono sulle modalità che il suffragio digitale potrebbe assumere, sull’eticità di tale pratica, ma anche sul grado di sicurezza cibernetica che una rivoluzione di questo tipo richiederebbe. Un passaggio all’e-voting potrebbe avvenire in diverse forme e modalità, che vanno dalla modernizzazione del processo elettorale tradizionale, utilizzando per esempio sistemi per la lettura ottica della scheda cartacea o postazioni (“totem”) adibite al voto digitale previa registrazione certificata, magari in luoghi sicuri e istituzionali (ad esempio, le prefetture), fino ad arrivare alla partecipazione al voto tramite il proprio smartphone o tablet direttamente da casa. In altre parole, il voto elettronico presenta una gamma di variabili talmente variegata da delineare un quadro spinoso e articolato, in cui valutazioni tecniche, princìpi di costituzionalità e valutazioni su privacy e sicurezza si intrecciano.

LA PROPOSTA DELL’ELECTION PASS RIACCENDE IL DIBATTITO IN ITALIA

In Italia il dibattito sulla graduale digitalizzazione del voto e dei processi che lo rendono possibile è stato recentemente riacceso dalla presentazione del Libro Bianco “Per la partecipazione dei cittadini. Come ridurre l’astensionismo e agevolare il voto”. Il report finale, pubblicato il 14 aprile, è frutto di tre mesi di lavoro della commissione parlamentare sull’Astensionismo istituita dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà e coordinata dal professor Franco Bassanini, e presenta un’indagine sui fenomeni che limitano la partecipazione al voto. Sebbene si riconosca che le radici alla base del fenomeno della bassa affluenza siano ben più profonde, grande attenzione è data al cosiddetto “astensionismo involontario”, per il quale vengono suggerite una serie di misure d’intervento. La più incisiva riguarda l’istituzione dell’Election Pass: mutuando l’esperienza del Green Pass vaccinale, l’idea è quella di procedere alla digitalizzazione della tessera e delle liste elettorali, un’innovazione volta non solo ad agevolare la burocrazia (ad esempio, i cittadini non dovranno più preoccuparsi dello smarrimento della loro tessera elettorale, né di rinnovarla una volta esaurita), ma anche ad abilitare nuove e innovative modalità di voto. Questo certificato elettorale digitale, che sostituirebbe l’attuale versione cartacea, potrà essere scaricato su smartphone o stampato e sarà verificato al seggio attraverso un’apposita app, una modalità che potrebbe rendere facilmente praticabili nuove forme di espressione del voto quali, ad esempio, quello anticipato presidiato presso strutture autorizzate o quello presso un altro seggio nel giorno delle elezioni.

IL CASO DEL VOTO DEI FUORISEDE

Particolare attenzione in termini di accessibilità al voto viene data anche ai cittadini fuorisede, ovvero quelle persone che per motivi di studio, lavoro o cura si trasferiscono provvisoriamente in province o regioni diverse da quelle in cui sono residenti. In Italia, a differenza di quasi tutti gli altri Paesi Ue, esiste ancora il paradosso per il quale gli appartenenti a questa categoria, che secondo le ultime stime Istat sarebbero cinque milioni, sono costretti a “tornare a casa”, impiegando il proprio tempo e spendendo denaro per esercitare un proprio diritto fondamentale. Il voto elettronico è stato recentemente ipotizzato come una delle possibili soluzioni per il superamento di tale ostacolo, sebbene, anche in questo caso, diverse sono ancora le perplessità e le resistenze.

Già nel 2019, con il disegno di legge numero 1714 a prima firma di Marianna Madia sul voto fuorisede, era arrivata in Parlamento una proposta per la sperimentazione del voto elettronico per tale categoria cittadini, idea ripresa e concretizzata nel 2021 con un decreto approvato dal ministro dell’Interno di concerto con il ministro per l’Innovazione tecnologia e la Transizione digitale. Nella fattispecie, si prevede una sperimentazione volta a valutare modalità di espressione del voto in via digitale per le elezioni politiche, europee e referendarie per cittadini fuorisede o residenti all’estero. In questo caso, le relative linee-guida prevedono che il voto venga espresso mediante un’app a cui l’elettore può accedere con qualsiasi dispositivo digitale collegato alla rete Internet tramite Spid. Diverso l’approccio suggerito dal Libro Bianco sull’Astensionismo che, come descritto in precedenza, attraverso l’introduzione dell’Election Pass, per i fuorisede prevede il voto anticipato presidiato: con questo sistema, nei quindici giorni precedenti l’apertura delle urne, in qualsiasi punto d’Italia, le persone lontane dalle proprie circoscrizioni elettorali potrebbero presentarsi in un ufficio delle Poste Italiane (o altri uffici pubblici abilitati ancora da individuare), essere identificati tramite Election Pass ed esprimere la propria preferenza su una scheda cartacea.

I RISCHI CYBER DEL VOTO ELETTRONICO

Sebbene il dibattito sul tema in Italia continui a fare passi in avanti, i rischi in termini di cybersicurezza restano alti, come ricordato recentemente anche dall’Agenzia per la Cybersicurezza. Già in passato, in occasione dell’approvazione della sperimentazione, diversi accademici del settore, tra cui le comunità scientifiche italiane dell’informatica (Grin) e dell’ingegneria informatica (Gii), avevano espresso le loro perplessità, evidenziando come dai risultati scientifici degli ultimi anni sembrino emergere più rischi che benefici. Tra gli aspetti più preoccupanti, venivano sottolineati i rischi di voto di scambio, di attacco e mancata privacy, ma anche i pericoli connessi a un modello elettorale in cui il cittadino, per ora ancora in una fase di maturazione digitale, “non è in grado di convincersi della veridicità del risultato delle elezioni e la conoscenza necessaria per i controlli è patrimonio solo di un ristretto gruppo di persone”. Il valore politico, e talvolta anche geopolitico, delle elezioni rischia inoltre di attirare cyberattacchi e violazioni alle varie infrastrutture digitali volti a interferire, o anche manipolare, i processi democratici o l’indipendenza politica e giuridica dello Stato al voto. Il caso più noto, che rafforza questi dubbi, riguarda le elezioni tenute in Russia nel 2021 nelle quali in sei regioni oltre a quella di Mosca si stava sperimentando il voto online: sia le organizzazioni internazionali che la Russia stessa, sebbene con punti di vista opposti, hanno denunciato attacchi cyber e tentativi di manipolazione tramite il voto digitale.

Gli investimenti sul livello di digitalizzazione dei cittadini, target principale degli sforzi profusi dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), stanno iniziando a dare i propri frutti, ma saranno necessari ancora diversi anni per capire concretamente la portata dell’avanzamento in termini di competenze e conoscenze, soprattutto per quel che riguarda gli ambiti legati alla sicurezza dei propri dispositivi. Cautele e perplessità di questo tipo sono state espresse anche dal professor Roberto Baldoni, direttore generale dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn), audito il 17 maggio dalla commissione Affari costituzionali della Camera nell’ambito dell’esame delle proposte di legge sul diritto di voto dei fuorisede. Oltre a sollecitare ingenti investimenti per la ricerca e lo sviluppo nell’ambito delle sperimentazioni volte all’introduzione dell’Election Pass, il direttore dell’Acn ha suggerito l’installazione di postazioni pubbliche fisse, ossia “totem”, al posto dell’uso di dispositivi privati, per consentire un maggiore controllo e una maggiore sicurezza.

CONCLUSIONI

Sebbene il voto digitale presenti diversi benefici oggettivi, a oggi i rischi legati a tale passaggio sembrano ancora prevalere sui vantaggi. L’esposizione ad attacchi e a manipolazioni rischierebbe non solo di aggravare ulteriormente la fiducia dei cittadini nei confronti dei processi democratici, ma anche di minare il lento, ma promettente, processo di maturazione e diffusione digitale che sta coinvolgendo cittadini e pubbliche amministrazioni tanto in Italia quanto nel resto d’Europa. Più articolato il discorso riguardante i cittadini fuorisede o con difficoltà motorie, per i quali sperimentazioni di nuove modalità di voto sono auspicabili non solo per garantire un reale accesso a un diritto fondamentale, come quello del voto, ma anche per continuare il processo di ricerca e sviluppo di sistemi innovativi nell’e-voting e nell’e-government. Il pensionamento delle urne, delle tessere elettorali e delle matite copiative, forse, è solo rimandato.

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