Il Piano nazionale di ripresa e resilienza e gli enti territoriali: i punti chiave

Approfondimento
Michele Masulli
piano

Nel dibattito pubblico spesso si declina al futuro il discorso intorno al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Al contrario, esso è di stretta attualità e, in quota parte, da declinare già al passato. L’Italia è infatti tra i Paesi europei più avanti nell’erogazione dei fondi: ha avuto accesso sia al 13% dei fondi come pre-finanziamento sia a una percentuale dell’11% come prima tranche. Nel complesso, la Commissione europea ha erogato, quindi, quasi un quarto del Pnrr italiano, pari a 45,9 miliardi (di cui il 41% in sussidi e il 59% in prestiti), che stanno finanziando le azioni previste nel Piano del nostro Paese (Fig.1).

Fig. 1 Le risorse del Pnrr per l’Italia

Elaborazione su dati della Commissione europea

IL RUOLO DEGLI ENTI TERRITORIALI

Una grande parte del successo dell’attuazione del Pnrr passa dalla sua dimensione territoriale. La “messa a terra” del Piano, come si suol dire con un’espressione sempre più invalsa, costituisce un anello ineludibile nel processo di conseguimento degli obiettivi di ripresa economica e di trasformazione del sistema Paese. Questo risulta a maggior ragione vero se consideriamo che gli enti territoriali rivestono la funzione di soggetti attuatori per una percentuale non trascurabile delle azioni di investimento comprese nel Pnrr. L’Ufficio Parlamentare di Bilancio stima che questa quota possa toccare i 70 miliardi, circa il 35% del volume delle risorse assegnate all’Italia dallo strumento europeo di ripresa e resilienza. In particolare, essi svolgono questo compito nelle aree di competenza degli enti decentrati, ad esempio nella sanità e nelle politiche sociali, ma anche negli ambiti che più afferiscono alla transizione energetica.

IL PRECEDENTE DELLE POLITICHE DI COESIONE

Se dovessimo guardare alle performance italiane in materia di spesa dei fondi derivanti dalla tradizionale programmazione europea, non ci sarebbe da trarne indicazioni incoraggianti. In ultimo, è arrivata la “Relazione sugli interventi nelle aree sottoutilizzate”, elaborata dal ministero per il Sud e recentemente trasmessa dal governo al Parlamento, a testimoniarlo. L’analisi prende in esame ben due cicli di programmazione, i 14 anni che vanno dal 2007 al 2020. Se si considerano anche i fondi nazionali, essi ammontano a 206,3 miliardi di euro, distribuiti su 1,75 milioni di progetti. Di questi, al 31 dicembre 2021, 129,4 (il 63%) risultavano impegnati e 94,4 (il 46%) pagati. Superano i 30 miliardi i fondi della programmazione 2014-2020 da spendere entro il 2023. Si segnala, inoltre, che sono solo 171 miliardi le risorse monitorate. Ci sarebbe, pertanto, un 17% circa dei fondi assegnati all’Italia che non viene rilevato a causa di inefficienze delle amministrazioni nella gestione del sistema di monitoraggio. D’altra parte, non è solo sugli enti territoriali che gravano le carenze amministrative. Al contrario, le elaborazioni del ministero per il Sud evidenziano come le percentuali di spesa dei programmi operativi nazionali, di cui sono titolari le amministrazioni centrali, siano inferiori rispetto a quelle registrate per i programmi a gestione regionale.

LA DOTAZIONE DI ORGANICO

Il Pnrr, in più, prevede un cronoprogramma maggiormente stringente, fatto di rate semestrali e conseguimento di obiettivi e traguardi. Una prima chiara criticità nell’adesione delle amministrazioni locali alle linee di investimento del Piano è rappresentata dalle carenze di dotazione del personale. I limiti di organico si sono via via aggravati a partire dal 2014, quando con varie misure, ai fini del contenimento degli oneri per la finanza pubblica, si è frenato il turn-over della pubblica amministrazione, con conseguenze evidenti su numeri, età media e competenze delle strutture. Non per caso, quindi, si rivela necessario, non da ora, un ampio ricorso a risorse esterne, quali le società di consulenza. Sarà da verificare se i provvedimenti presi in materia per sostenere l’attuazione del Pnrr (accelerazione e semplificazione delle procedure di concorso, aumento delle possibilità di assunzione e di trasferimento delle risorse, potenziamento dell’assistenza tecnica etc.) si tradurranno in incremento della capacità amministrativa.

I TEMPI E GLI OBIETTIVI

Una variabile chiave legata alle abilità di programmazione e gestione degli enti territoriali è la lunghezza dei processi. Da un’analisi dell’UPB sulle procedure di appalto condotte tra il 2007 e il 2021, si nota come nel Mezzogiorno in media si osservino tempistiche più lunghe del 7% rispetto al Centro, del 21% in comparazione al Nord-Est e del 22% in relazione al Nord-Ovest. Un’ulteriore sfida è rappresentata dalla complessità della “funzione obiettivo” alla base dell’attuazione del Pnrr. Esso, infatti, presenta una molteplicità di obiettivi e vincoli a cui le misure devono corrispondere: i target di settore vanno contemperati con risultati trasversali e criteri di carattere territoriale, quali la soglia di spesa per le regioni del Mezzogiorno. La strutturazione dei bandi e la formulazione delle graduatorie di selezione dei progetti dovranno risultare pertanto particolarmente efficienti per non compromettere il conseguimento di risultati generali e specifici.

Ricopre attualmente il ruolo di Direttore dell’area Energia presso l’Istituto per la Competitività (I-Com), dove è stato Research Fellow a partire dal 2017. Laureato in Economia e politica economica presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, successivamente ha conseguito un master in “Export management e sviluppo di progetti internazionali” presso la Business School del Sole24Ore. Attualmente è dottorando di Economia applicata presso il Dipartimento di Economia dell'Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa principalmente di scenari energetici e politiche di sviluppo sostenibile, oltre che di politiche industriali e internazionalizzazione di impresa.

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