Domanda digitale, dove siamo e come migliorare

Approfondimento
Lorenzo Principali
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La domanda di servizi digitali è senza dubbio, da anni, il vero tallone d’Achille della digital transformation italiana. Se ne parla sempre di più, le proposte sono state molteplici, ma poche hanno sortito qualche effetto. A ben vedere molto più per le imprese che per gli utenti finali. Ora, con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), si profila un’occasione forse irripetibile.

LE COMPETENZE DELLA POPOLAZIONE E LA DOMANDA DI SERVIZI

Partiamo dalle reti. Quanti cittadini hanno sottoscritto effettivamente un servizio di connettività broadband? Non moltissimi per la verità. Secondo i dati Agcom, nel 2020 gli accessi erano 304 ogni 1.000 abitanti. Guardando al breakdown regionale, la regione più virtuosa è la Liguria con 361 accessi ogni 1.000 abitanti, seguita da Lazio (349) e Lombardia (347).

Se, come evidenziato più volte dalla relazione Agcom, oltre una certa soglia non c’è un nesso diretto tra copertura broadband (disponibilità della rete) e sottoscrizioni (abbonamenti effettivi), la suddivisione per tecnologia sembrerebbe mostrare che ci sia una correlazione tra disponibilità di tecnologie più performanti e abbonamenti più performanti. Anche in questo caso, ciò è probabilmente dovuto a un qualche tipo di soglia critica da identificare con un quantitativo più preciso di dati.

Comparando le competenze digitali degli italiani a quelle degli altri grandi Paesi Ue emerge un quadro non molto confortante. Secondo i dati Desi 2021, solo il 46% della popolazione raggiunge competenze digitali almeno di base, contro il 49% della Germania, il 62% della Francia e il 64% della Spagna. La media Ue27 si attesta al 53%. Siamo quartultimi davanti soltanto a Polonia, Bulgaria e Romania.

Di conseguenza, la percentuale di individui che svolge attività online risulta essere inevitabilmente inferiore rispetto alla media dell’Unione europea. In particolare, oltre che nell’utilizzo della posta elettronica (solo il 66% degli italiani ne fa uso contro 76% degli europei), i ritardi più marcati si evidenziano nell’adozione dell’Internet banking (45% contro 58%) e nell’e-commerce (40% contro 57%).

Anche il livello di utilizzo dei servizi online della pubblica amministrazione da parte della popolazione è deficitario: 40% in Italia contro il 65% medio Ue27. In Spagna sono utilizzati dal 73% della popolazione, in Francia addirittura dall’87%. A tal proposito, una nota di conforto è data dalla diffusione delle Spid, quasi raddoppiate negli ultimi 18 mesi e giunte oltre quota 30,6 milioni. Inoltre, a gennaio 2022 è stata completata la migrazione all’Anagrafe nazionale della popolazione residente di tutti i comuni (7.903) e tutti i cittadini. Quanto ai secondi, si tratta di tutti i residenti in Italia, nonché dei soggetti deceduti per i quali è possibile richiedere un certificato (61,74 milioni), e degli italiani residenti all’estero (5,49 milioni). Tutti gli iscritti potranno accedere ai propri dati, ai servizi (es. cambio residenza) e scaricare a distanza certificati.

LE COMPETENZE DIGITALI NELLE IMPRESE

Anche per quanto concerne le dimensioni del settore Ict, i dati Eurostat mostrano un ritardo da parte del nostro Paese. Nel 2019, sul totale degli occupati italiani, la quota del settore Ict si attestava al 2,23%, a fronte di una media Ue del 2,72%. La quota del Pil totale prodotta dal comparto era ferma al 3,10%, contro una media Ue del 4,05%.

Guardando al lato positivo, le nostre aziende appaiono particolarmente performanti per quanto concerne l’adozione di tecnologie cloud e applicazioni Internet of Things (sull’intelligenza artificiale siamo un filo indietro). A tal proposito, è molto probabile un impatto positivo delle iniziative Industria 4.0 / Impresa 4.0 (e per il futuro, auspicabilmente anche di Transizione 4.0). Tuttavia, la scarsa disponibilità di dati in proposito, ancora aggiornati al lontano dal 2018, non consente di effettuare considerazioni più precise in proposito.

IL PNRR E LE MISURE PER INVERTIRE QUESTA TENDENZA

Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) la digitalizzazione appare come un’esigenza che attraversa tutte le altre missioni, ricevendo da ciascuna di esse una parte del relativo budget. Di seguito si riporta un’elaborazione I-Com dei dati forniti dal sito governo.it sul digital tagging, ovvero sulla percentuale di fondi che verrà assegnata alle attività di digitalizzazione per ogni singola voce del Pnrr.


Per quanto concerne le misure dedicate all’incremento delle competenze digitali della popolazione, tra le Missioni 1, 4 e 6 si possono annoverare le disposizioni per l’inserimento nel mondo del lavoro (piattaforme educative, di istruzione e di supporto), il servizio civile digitale (per aiutare gli utenti meno giovani ad acquisire competenze digitali di base) e la riforma degli istituti tecnici professionali, con il rafforzamento dei laboratori con tecnologie 4.0 e il supporto allo sviluppo di competenze Stem. A ciò si aggiungono la formazione del personale scolastico (risorse per la didattica digitale integrata e formazione sulla transizione digitale del personale scolastico), la trasformazione degli spazi educativi e, per il settore sanitario, rafforzamento delle competenze per il personale, ammodernamento di strutture e strumentazioni e sviluppo di strumenti per la telemedicina.

Per le imprese gli interventi sono stati articolati in tre macro-aree: competenze, voucher connettività e transizione 4.0. Per quanto concerne lo sviluppo e il rafforzamento delle competenze sono previsti rispettivamente l’elaborazione e la sperimentazione di un modello di riqualificazione manageriale, focalizzato sulle piccole e medie imprese, il coinvolgimento delle associazioni di categoria e, nell’ottica dell’upskilling digitale, una sperimentazione di programmi di training ad hoc incentivati tramite il taglio (temporaneo) del cuneo fiscale sia per le imprese che per i lavoratori.

L’iniziativa Voucher connettività, partita lo scorso 1° marzo, consiste nel follow-up della precedente iniziativa dedicata alle famiglie con Isee fino a 20.000 euro (anch’essa rinnovata senza più il limite). Per le imprese sono stati stanziati oltre 608 milioni di euro, prevedendo un contributo tra 300 e 2.500 euro per abbonamenti a Internet a velocità in download da 30 Mbps ad 1 Gbps, di durata pari a 18 o 24 mesi.

Rispetto a Transizione 4.0, uno dei fiori all’occhiello anche degli interventi passati, sono riconosciute tre tipologie di crediti di imposta alle imprese che investono in beni capitali, ricerca e sviluppo e attività di formazione alla digitalizzazione e di sviluppo delle relative competenze. È stato previsto inoltre un ampliamento dell’ambito di imprese potenzialmente beneficiarie, grazie alla sostituzione dell’iper-ammortamento con appositi crediti fiscali di entità variabile a seconda dell’ammontare dell’investimento. Il riconoscimento del credito non è più su un orizzonte annuale, bensì guarda agli investimenti effettuati in tutto il biennio 2021-2022. Si tratta di una misura straordinariamente importante che andrà certamente a incidere sulla spesa per la transizione all’industria 4.0, con un ingente ammontare che dovrebbe arrivare a quota 13,38 miliardi di euro, 10 miliardi dei quali entro il 2023.

Sarà sufficiente tutto ciò per recuperare il gap? La risposta è incerta. Sebbene le risorse siano ingenti, qualche aggiustamento sarebbe senza dubbio possibile. Sulle competenze, in particolare, la predisposizione di una cabina di regia centralizzata, con obiettivi e milestone chiari e definiti, potrebbe senza dubbio ridurre il rischio che tali fondi vadano ad alimentare una serie di misure interessanti ma efficaci solo in parte soprattutto se scarsamente coordinate tra loro.

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