Green coding: l’ultima frontiera della sostenibilità è il software

Articolo
Angela Zanoni

Il software è, di per sé, green. Nella presentazione della strategia digitale per gli anni a venire la Commissione Europea ha ammesso che il settore tecnologico ha il potenziale di ridurre l’inquinamento proveniente da altri settori, quali quello energetico, dei trasporti e agricolo, anche del 15-20%.

È indubbio che internet rappresenti l’opzione più ecologica per la diffusione e lo scambio di informazioni. Eppure, negli ultimi anni, si è cominciato a prestare attenzione all’impronta ecologica della circolazione di dati online. Se essere meno inquinante di prima è un bene, essere il meno inquinante possibile è necessario: il rischio che la crescente rilevanza degli scambi online finisca per vanificare quanto di buono la rete può arrecare in termini di sostenibilità è reale.

Secondo i dati httparchive.com, negli ultimi anni la mole di informazioni scambiata è cresciuta in maniera esponenziale: rispetto al 2010, si parla di un aumento di quasi il 400% per la mediana (in KB) delle risorse contenute in una pagina web versione monitor e di oltre il 1300% per le versioni mobile.

Per rendere conto della dimensione raggiunta dal volume di dati scambiati online, si deve ormai ricorrere a un nuovo multiplo del byte, lo zettabyte (ZB), corrispondente a 8 000 000 000 000 000 000 000 bits. Melvin M. Vopson, fisico dell’Università di Portsmouth, racconta lo zettabyte attraverso un’immagine suggestiva:

“Immaginiamo che ogni bit sia una moneta da una sterlina, con uno spessore di circa 3 mm. Uno ZB composto da una pila di monete misurerebbe 2.550 anni luce. Percorrendo una tale distanza è possibile raggiungere il sistema stellare più vicino, Alpha Centauri, per 600 volte”.

Se nel 2010 la soglia dello zettabyte era stata di poco superata, nel 2020 si registrava già un volume di dati pari a 59 zettabytes. Questi numeri, già da capogiro, sono destinati a crescere: Statista stima che verranno trasferiti 181 ZB di dati nel 2025.

Dati trasmessi

Complici di questa crescita repentina sono certamente i social network, oltre alle applicazioni di intelligenza artificiale e di internet of things, che richiedono database di grandi dimensioni per i loro processi di apprendimento, nonché le tecnologie blockchain e le criptovalute.

Questa imponente mole di informazioni ha un costo ambientale non trascurabile. Si stima che, ad oggi, il settore ICT sia responsabile per circa il 3% delle emissioni di CO2 a livello globale. Di questo passo, l’impronta carbonica potrebbe raggiungere addirittura il 14% entro il 2040, ovvero circa la metà dell’impatto dell’intero settore dei trasporti.

Il sito Websitecarbon.com stabilisce l’impatto ambientale in chilogrammi di CO2 equivalente dei siti internet seguendo cinque criteri:

  • Trasferimento di dati via cavo,
  • Intensità energetica dei dati web,
  • Fonte di energia utilizzata dal data center,
  • Intensità di carbonio dell’elettricità (media globale),
  • Traffico del sito web

Secondo i calcoli effettuati, il sito da cui si legge questo articolo produce circa 55 kg di CO2 equivalente all’anno, ogni 10.000 utenti. Si tratta di un numero senz’altro ridotto rispetto a quanto emesso, ad esempio, dal sito Zoom.us: oltre 236 kg di emissioni, con un dispendio di energia che permetterebbe a un’auto elettrica di viaggiare per 3422 km. D’altro canto, ci sono anche siti che, nonostante gestiscano contenuti pesanti, hanno un impatto ambientale ben più contenuto: Netflix e Instagram, in particolare, mantengono bassi i loro livelli di emissioni, anche grazie all’uso di energia da fonti rinnovabili per il sostentamento dei loro data center.

emissioni siti web

È evidente, quindi, che pensare siti più sostenibili è possibile. Proprio questo è l’obiettivo del green coding, un insieme di pratiche di programmazione responsabile, che tengono conto dell’usabilità dei software e dei consumi energetici ad essa connessi.

Per l’Agenzia Federale per l’Ambiente tedesca, il green software engineering è un tema di interesse almeno dal 2015, quando un team di ricerca condotto dall’Università di Trier ha cominciato a interrogarsi sul principio stesso di green coding, sia da un punto di vista hardware che software, ed è arrivato a stendere una lista dei criteri di definizione di un software sostenibile. Questi prendono in considerazione il fatto che il software, di per sé, non sia inquinante. L’impatto ambientale è determinato dalla componente hardware (client o server) che richiede più o meno energia in base ai software in uso. Alla luce di ciò, oltre ad alcuni minimi requisiti di efficienza da assicurare all’hardware, i criteri da rispettare nella progettazione del software sono:

  • Autonomia dell’utente lungo pattern di utilizzo quanto più possibile “economici” in termini di energia.
  • Configurazione e opzioni di default che rispondano effettivamente alle esigenze degli utenti e che non siano eccessivamente complesse.
  • Funzionalità di gestione delle risorse efficienti.
  • Sviluppo continuo del software, per combattere l’obsolescenza e ritardare il più possibile il momento in cui l’hardware diventerà un rifiuto.

Insomma, il software progettato secondo criteri green sarebbe non solo più sostenibile, ma anche di più alta qualità quanto ad esperienza utente.

Un crescente interesse verso il green IT emerge dalle previsioni di crescita del suo valore di mercato. A fine 2020, il valore di mercato delle green tech, per l’insieme delle categorie tecnologiche (IoT, AI & Analytics, Digital Twin, Cloud Computing), era stimato a circa 11,2 miliardi di dollari. Si prevede che, entro il 2025, arriverà a valere 35,6 miliardi, con un tasso di crescita annuo del 26,6%.

A livello europeo, la European Digital Small and Medium Enterprises Alliance, con il supporto della Commissione e del Parlamento, ha dato i natali alla European Green Digital Coalition, che comprende ora 79 imprese attive sul territorio europeo, di cui 45 di piccole e medie dimensioni.

Tra le iniziative private, di indubbia rilevanza è la Greensoftware Foundation, patrocinata da Microsoft assieme ad Accenture, GitHub, ThoughtWorks e Linux, con l’obiettivo di fondare un network di persone, standard, strumenti e pratiche per green coding. Rekha Kodali, Principal Director di Accenture, sostiene che i tempi siano maturi per normalizzare il protocolli di programmazione sostenibile.

Il green coding si spinge oltre alla visione che interpreta il digitale come un puro fattore abilitante per la transizione ecologica, proponendo una relazione di implicazione reciproca: la stessa transizione digitale dovrà ancorarsi al paradigma della sostenibilità, pena la credibilità delle traiettorie di sviluppo per gli anni a venire.