Le malattie infettive sono da lungo tempo considerate una priorità di salute pubblica globale a causa del loro forte impatto sulla popolazione. Prima i vaccini e poi gli antibiotici ne hanno modificato la storia, riducendo notevolmente la circolazione dei patogeni e la mortalità per malattie infettive trasmissibili.
Ad oggi, quasi un secolo dopo la scoperta del primo antibiotico, la resistenza antimicrobica rappresenta una delle principali minacce alla salute pubblica, e secondo le stime, nel mondo potrebbe causare la morte di 10 milioni di persone all’anno entro il 2050. Per questo la sua diffusione è un problema urgente che richiede un intervento globale e un piano d’azione coordinato.

Secondo l’ultimo rapporto sul Global burden of bacterial antimicrobial resistance, pubblicato nel 2022 su The Lancet, nel 2019 si sono verificati 13,7 milioni di decessi per infezioni a livello globale, dei quali 7,7 milioni associati alle 33 specie batteriche sia sensibili che resistenti agli antibiotici. I risultati mostrano che più della metà dei decessi sono stati causati dalla resistenza antimicrobica dei principali batteri patogeni. Questi batteri erano associati al 13,6% di tutti i decessi a livello globale e al 56,2% di tutte le morti per sepsi nel 2019. Secondo lo studio, i principali patogeni responsabili delle morti legate alla resistenza batterica sono: Escherichia coli, seguito da Staphylococcus aureus, Klebsiella pneumoniae, Streptococcus pneumoniae, Acinetobacter baumannii e Pseudomonas aeruginosa. I farmaci che più frequentemente contribuiscono all’insorgenza di resistenze sono le cefalosporine di terza generazione e i fluorochinoloni, soprattutto nei confronti di E. coli, K. pneumoniae, e i carbapenemi (in particolare per A. baumannii), (Fig.1).

FONTE: WHO

A livello europeo anche l’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) ha pubblicato un rapporto con le stime del numero annuale di infezioni da batteri resistenti agli antibiotici e del numero di decessi attribuibili. È stato stimato che tra il 2016 e il 2020, il numero annuo di casi di infezioni da batteri resistenti a determinate classi antibiotiche nei Paesi dell’UE/SEE variava da 685.433 nel 2016 a 865.767 nel 2019 e 801.517 nel 2020, con un numero annuo di decessi attribuibili che va da 30.730 nel 2016 a 38.710 nel 2019 e 35.813 nel 2020. Aggiustato per la numerosità della popolazione, il carico complessivo di infezioni da batteri resistenti agli antibiotici è stato stimato essere il più alto in Grecia, Italia e Romania (Fig.2).

 

FONTE: OECD

L’antibiotico-resistenza è ormai un rilevante problema di salute pubblica a livello globale, con importanti ricadute sulla gestione clinica dei pazienti e aumento dei relativi costi sanitari.

La situazione in Italia è estremamente critica per quanto riguarda la diffusione di batteri resistenti agli antibiotici e il consumo di tali medicinali, rendendo necessarie azioni urgenti di prevenzione e controllo. Nonostante ci sia una tendenza al calo, il consumo degli antibiotici continua a essere superiore alla media europea sia nel settore umano che in quello veterinario, con notevoli variazioni tra le diverse regioni.

In Italia nel 2021 l’utilizzo di farmaci antibiotici, comprendente sia il consumo a livello territoriale (a carico del SSN e in acquisto privato) sia il consumo ospedaliero, ammonta a 17,1 DDD/1000 abitanti die ed è in calo rispetto al 2020 (-3,3%) e al 2019 (-20,8%), anno in cui aveva raggiunto le 21,6 DDD/1000 abitanti die. Nonostante le riduzioni registrate nel 2021 rispetto al 2020, si continua ad osservare un’ampia variabilità regionale, con un consumo maggiore al Sud (15,3 DDD) rispetto al Nord (8,7 DDD) e al Centro (12,0 DDD). Nonostante i consumi più bassi, nelle regioni del Nord (-6,1%) si registrano le riduzioni maggiori, mentre al Sud, nonostante i consumi elevati, si registrano riduzioni più contenute (-2,2%). La spesa complessiva (pubblica e privata) per gli antibiotici è stata pari a 787 milioni di euro corrispondenti a 13,29 euro pro capite.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha suddiviso gli antibiotici in tre categorie, Access, Watch e Reserve, con l’obiettivo di guidarne la prescrizione al fine di ridurre il rischio di reazioni avverse e lo sviluppo di resistenze batteriche (The 2021 WHO AWaRe classification of antibiotics for evaluation and monitoring of use).
Gli antibiotici del gruppo Access dovrebbero essere utilizzati come trattamento di prima o seconda scelta per le infezioni più comuni. Il gruppo Watch, invece, presenta un maggiore rischio di indurre resistenza antimicrobica e sono raccomandati generalmente come trattamenti di prima o seconda scelta solo in un numero limitato di casi e per specifiche sindromi infettive. Il terzo gruppo, chiamato Reserve, è composto da antibiotici che vengono utilizzati solo nei casi più gravi in cui tutte le altre alternative non hanno avuto successo, come ad esempio per le infezioni multi-resistenti.

Nonostante l’obiettivo stabilito dall’OMS sia che il 60% dei consumi di antibiotici rientri nel gruppo Access, solo il 53% delle dosi totali di antibiotici sistemici dispensati in Italia nel 2021 appartiene a tale gruppo (Fig.3). L’Italia è terz’ultima nell’Unione Europea per utilizzo di antibiotici Access, la media UE è del 62,3%.

FONTE: AIFA (2021)

Pochi paesi sono vicini ai livelli di utilizzo della categoria Access proposti dall’OMS a livello ospedaliero e la media europea è stata nel 2021 pari a 45,8%. Nel dettaglio solo Norvegia, Islanda, Svezia, Danimarca e Francia registrano percentuali superiori al 60% (WHO, 2021). La Norvegia ha la maggior quota (72,4%) di consumo del gruppo Access, mentre Bulgaria e Grecia il valore più basso (rispettivamente 19% e 22%); in Italia nel 2021 si registra ancora un consumo ridotto (40%) del gruppo Access, anche se in leggero aumento rispetto al 2020. Il gruppo Watch rappresenta circa il 78% del consumo di antibiotici in Bulgaria e il 25% in Norvegia, mentre l’Italia è al 55%. Grecia (15,5%) e Spagna (11,5%) sono i paesi dove le molecole del gruppo Reserve hanno la maggiore incidenza, in tutti gli altri, compresa l’Italia, la percentuale non raggiunge il 6%. Considerando l’andamento negli ultimi 5 anni dei consumi ospedalieri in base alla classificazione AWaRe, l’Italia registra un consumo di antibiotici del gruppo Access ridotto e, pur raggiungendo il 40% nel 2021, risulta essere sempre inferiore alla media europea che era superiore al 50% fino al 2019 ma che poi si è lievemente ridotta a seguito della pandemia (Fig.4).

FONTE: AIFA (2021)

Per risolvere questo problema sembra venire incontro ai paesi l’Unione Europea. Da oltre 50 anni, infatti, la legislazione farmaceutica dell’UE stabilisce elevati standard di qualità, sicurezza ed efficacia per l’autorizzazione dei medicinali, promuovendo nel contempo il funzionamento del mercato interno e un’industria farmaceutica competitiva. Tuttavia l’Europa è ora chiamata a modernizzare il quadro del suo settore farmaceutico per renderlo più resiliente, equo e competitivo. Nella nuova riforma della legislazione farmaceutica presentata lo scorso 26 aprile è presente anche una proposta di raccomandazione per combattere il fenomeno della resistenza antimicrobica.

Per far fronte all’aumento della resistenza antimicrobica, è essenziale garantire sia l’accesso agli antimicrobici esistenti che lo sviluppo di nuovi più efficaci. Per evitare che si sviluppino microrganismi resistenti, vengono proposte anche misure per il loro uso più prudente.
Tuttavia, limitare l’uso di antimicrobici ha un impatto sui volumi di vendita e sul ritorno
degli investimenti per i titolari di autorizzazioni all’immissione in commercio. Ecco perché sono necessari incentivi per lo sviluppo di antimicrobici innovativi. L’UE ha bisogno sia di “push incentives” (ovvero finanziamenti per la ricerca e l’innovazione antimicrobica, principalmente tramite assegni di ricerca e partnership) che “pull incentives” (sia regolatori che finanziari) per premiare sviluppi di successo e garantire l’accesso ad antimicrobici efficaci. La Commissione propone i seguenti “pull incentives”:

• Meccanismo temporaneo costituito da buoni di esclusività dei dati trasferibili, per lo sviluppo di nuovi antimicrobici da concedere e utilizzare a condizioni rigorose;
• Meccanismi di appalto per l’accesso ad antimicrobici nuovi ed esistenti che garantiscano entrate per i titolari di autorizzazioni all’immissione in commercio di antimicrobici, indipendentemente dalle vendite volumi.

La riforma propone inoltre di testare per 15 anni un voucher di dati trasferibili ed esclusivi. Il voucher concederà un ulteriore anno di regolamentazione della protezione dei dati allo sviluppatore dell’antimicrobico, questo lo potrà utilizzare per uno dei propri prodotti o vendere a un altro titolare di autorizzazione all’immissione in commercio. Un sistema di voucher crea un interessante business per lo sviluppo di prodotti innovativi per i quali l’attuale pipeline di ricerca è molto limitata. Questo schema permetterà di trasferire infine i costi dei vouchers ai sistemi sanitari degli Stati membri.

La proposta di raccomandazione del Consiglio prevede obiettivi concreti per ridurre il consumo di antimicrobici (AMC) e la diffusione della resistenza antimicrobica. Attraverso la riforma della legislazione farmaceutica saranno introdotte misure per un uso prudente dei farmaci, entreranno a far parte del processo di autorizzazione all’immissione in commercio: lo stato di prescrizione, confezioni di dimensioni adeguate, informazioni specifiche per il paziente/l’operatore sanitario, monitoraggio e rendicontazione di resistenza all’antimicrobico. Inoltre, attraverso la proposta di raccomandazione del Consiglio, verranno introdotte ulteriori misure di sostegno per migliorare la consapevolezza, l’istruzione e la formazione e per promuovere la cooperazione tra le parti interessate di tutti i settori pertinenti.

La riforma è tuttavia ancora all’inizio del suo percorso legislativo ed è ora al vaglio del Parlamento e del Consiglio.

Laureato in scienze politiche e relazioni internazionali presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi sull’evoluzione delle politiche monetarie. È ora iscritto al corso magistrale in “economia e politiche per la sostenibilità globale” presso la medesima università.