La pandemia Covid-19 ci ha fatto comprendere appieno le minacce e le sfide che potremmo dover affrontare in futuro. Uno dei principali insegnamenti tratti da questa crisi è la necessità di comprendere meglio la salute dei nostri ecosistemi di produzione ed innovazione. Gli investimenti in ricerca e lo sviluppo in ambito farmaceutico rappresentano un asset strategico sotto diversi punti di vista. Innanzitutto, la continua innovazione scientifica è cruciale per avanzare nelle conoscenze mediche e nello sviluppo di terapie sempre più efficaci.

Inoltre, la R&S farmaceutica contribuisce direttamente alla salute pubblica, producendo trattamenti più efficaci e migliorando il benessere delle comunità. Questo impatto positivo sulla salute è fondamentale per la sostenibilità economica delle aziende farmaceutiche, che possono reinvestire i profitti generati dalla commercializzazione di farmaci di successo nel processo di ricerca e sviluppo.

La capacità di affrontare malattie emergenti e di rispondere a necessità mediche non soddisfatte è un altro aspetto chiave. La R&S fornisce strumenti cruciali per rispondere a sfide mediche in evoluzione, comprese epidemie e pandemie, svolgendo un ruolo fondamentale nella preparazione e nella gestione di situazioni di emergenza. Parallelamente, gli investimenti in ricerca e sviluppo nel settore farmaceutico sono vincolati a rigorose normative e standard. Ciò garantisce il rispetto dei requisiti normativi e la sicurezza dei pazienti, elementi centrali per il successo e la reputazione delle aziende farmaceutiche. Infine, la collaborazione e le partnership nel contesto della ricerca e sviluppo consentono di unire forze tra diverse entità, comprese imprese, istituti di ricerca e università. Queste sinergie favoriscono lo scambio di conoscenze, accelerando ulteriormente il progresso scientifico e l’innovazione nel settore.

Solo nel 2021 sono stati autorizzati ben 84 nuovi farmaci nel mondo, il numero più alto degli ultimi 10 anni (in media sono stati 55 all’anno). Con più di 18 mila trattamenti attualmente in fase di studio e sperimentazione, la prospettiva che la ricerca clinica possa portare speranza e trattamenti sempre più personalizzati per moltissimi pazienti è sempre più vicina.

Sono proprio le Life Science il settore che traina la classifica dei maggiori investimenti in ricerca e sviluppo. Secondo le stime Unindustria, le aziende biofarmaceutiche tra il 2021 e il 2026 impiegheranno più di 1.300 miliardi di euro solo in Europa. Tuttavia, l’Europa registra un tasso di crescita degli investimenti in R&S nettamente inferiore rispetto a quello di Stati Uniti e Cina, come possiamo osservare nel grafico sottostante. Il contributo delle emergenti aziende biofarmaceutiche cinesi alla pipeline globale è aumentato del 456% tra il 2016 e il 2021.

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Fonte: EFPIA

In passato l’Europa era il centro globale per lo sviluppo e la produzione di farmaci, ma ha gradualmente perso la sua importanza a favore di altre regioni del mondo. La crescente dipendenza dell’Europa dall’Asia negli ultimi anni ha messo a rischio la sicurezza sanitaria dei pazienti europei, visto l’aumento della dipendenza da questi Paesi. La Cina ha pressoché monopolizzato la produzione globale di materie prime per i principi attivi farmaceutici, grazie a minori vincoli normativi e a un costo del lavoro più basso. In effetti, Cina e India competono da tempo con prezzi mediamente inferiori del 25% rispetto alle controparti europee, con l’80% delle molecole provenienti da questi due giganti asiatici. Questo cambio di tendenza è emerso con forza durante la pandemia, con sfide logistiche, rallentamenti nei trasporti e restrizioni alle esportazioni.

Pertanto, l’UE dovrebbe promuovere una catena di approvvigionamento completamente europea e snellire la burocrazia, che ostacola la produzione di nuove molecole e gli sforzi di reshoring. La disparità di investimenti in R&S nel settore farmaceutico tra Stati Uniti e UE, che vent’anni fa era di soli 2 miliardi di euro, oggi è aumentata fino a raggiungere l’incredibile cifra di 25 miliardi di euro. Venticinque anni fa il 50% dei nuovi trattamenti farmacologici proveniva dall’Europa, oggi solo 1 su 5.

Nonostante ciò, negli ultimi 10 anni alcuni Paesi dell’UE hanno registrato una crescita significativa delle esportazioni di medicinali.

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Fonte: Farmindustria

I valori nel grafico confermano la forza di alcuni noti hub farmaceutici europei. È il caso di Germania, Belgio e Paesi Bassi, che nel 2021 hanno registrato esportazioni rispettivamente di 87,2 miliardi di euro, 56,2 miliardi di euro e 45 miliardi di euro.

In particolare il Belgio, che fino al 2009 non era più coinvolto di altri stati UE nelle supply chain farmaceutiche, ora rappresenta il Paese con la migliore performance europea per gli investimenti (e i risultati) in ricerca e sviluppo biofarmaceutica. Queste realtà potrebbero guidare anche l’Italia a replicare le best practice per sostenere gli investimenti nel settore.

In Belgio il finanziamento dell’innovazione nel settore delle scienze della vita beneficia del coinvolgimento di vari enti semi-pubblici e questo ha fatto sì che il Paese si affermasse nel panorama internazionale delle biotecnologie mediche e della sanità in tempi relativamente brevi.
Negli ultimi dieci anni la forza trainante delle aziende presenti sul territorio ha incoraggiato il governo federale a intervenire a favore della creazione di un ecosistema che promuovesse la ricerca scientifica. Nel tempo, questo impegno si è concretizzato in quattro linee di azione:

1. Detrazione fiscale per i redditi generati da attività di innovazione;
2. Credito d’imposta per gli investimenti in R&S
3. Esenzione dal pagamento delle imposte anticipate per chi assume ricercatori;
4. Sostegno ai ricercatori stranieri (include l’esenzione dalle tasse su una parte del loro stipendio per mantenere il loro potere d’acquisto in Belgio allo stesso livello del loro Paese d’origine).

Nel 2015 è stata lanciata un’iniziativa politica per promuovere l’innovazione biotecnologica attraverso incentivi fiscali (anche detti come tax shelter settoriali) per le attività di ricerca, comprese quelle incentrate sull’ottenimento di brevetti. In Belgio il processo di innovazione clinica è particolarmente prolifico. Secondo Pharma.be, l’associazione generale dell’industria farmaceutica belga, questo risultato è stato raggiunto “grazie alla stretta collaborazione tra il settore biofarmaceutico, i ricercatori, le istituzioni scientifiche, le autorità pubbliche, i settori industriali collegati, le ONG e gli stakeholders”.

Grazie al partenariato pubblico-privato, il Belgio ha raggiunto l’obiettivo strategico che tutti i governi federali si sono posti negli ultimi anni, ovvero un investimento in R&S pari ad almeno il 3% del PIL (2% sostenuto dal settore privato e 1% dal settore pubblico)

Il segreto del successo risiede in una sinergia di filiera, che va dalla ricerca e sviluppo, agli studi clinici, alla produzione e alla logistica: questa è l’essenza del paradigma dell’Open Innovation.

Nata a Roma nel 1997, Maria Vittoria Di Sangro ha iniziato i propri studi mossa dalla curiosità per le lingue e le culture straniere. Una passione, questa, che l’ha portata a vivere numerose esperienze formative all’estero.