Transizione energetica, ecco le raccomandazioni che arrivano da Davos

Articolo
Gabriele Ferrara
Davos

In occasione della cinquantunesima edizione del World Economic Forum di Davos (Svizzera), l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) ha pubblicato proprio insieme al Wef lo studio dal titolo “Oil and Gas Industries in Energy Transitions”. Nel documento è stato chiarito come l’elettricità a basse emissioni di anidride carbonica sia indispensabile per lo sviluppo dei mix energetici dei prossimi anni. Inoltre, è stato ribadito che non fare nulla senza scegliere una direzione che non sia diversa rispetto a quella attuale non può essere un’opzione. D’altra parte, saranno ancora necessari investimenti nei settori del petrolio e del gas, i cui processi di estrazione rappresentano il 15% delle emissioni legate alla produzione di energia. Come si legge nel report, “se gli investimenti nei giacimenti di petrolio e gas esistenti dovessero cessare completamente, il calo della produzione si aggirerebbe intorno all’8% all’anno. Si tratta di una cifra superiore a qualsiasi calo plausibile della domanda globale, quindi gli investimenti nei giacimenti esistenti e in alcuni nuovi giacimenti rimangono parte del quadro”. Le aziende potranno favorire il mantenimento di una specializzazione in questi combustibili fossili, cercando di aumentare la produzione di gas naturale, almeno finché queste fonti di energia saranno richieste e gli investimenti che ne deriveranno saranno fruttuosi.

Una delle raccomandazioni del report è quella di aumentare gli investimenti nei carburanti come l’idrogeno, il biometano e i biocarburanti avanzati, che garantiscono i benefici del petrolio e del gas senza comportare emissioni nette di anidride carbonica. Infatti, si ritiene che “entro 10 anni, questi carburanti a basse emissioni di carbonio dovrebbero rappresentare circa il 15% degli investimenti complessivi nella fornitura di carburanti”. I biocarburanti sono combustibili ottenuti in modo indiretto da fonti rinnovabili come, ad esempio, grano, mais e canna da zucchero, la cui energia viene utilizzata come carburante per i mezzi di trasporto. La loro sostenibilità è stata più volte al centro di discussioni. A livello nazionale, un punto di svolta è arrivato recentemente, con l’adozione di un decreto del ministero dell’Ambiente del 14 novembre 2019 recante l’istituzione del Sistema nazionale di certificazione della sostenibilità dei biocarburanti e dei bioliquidi, che recepisce la direttiva europea numero 28 del 2009. Grazie a questo provvedimento normativo, in tutta l’Unione europea l’intera filiera dei biocarburanti dovrà avvalersi della suddetta certificazione, in modo da garantire il livello di sostenibilità dei prodotti in termini di emissioni di gas a effetto serra, la cui soglia stabilita è pari al 35%. La normativa definisce il sistema nazionale di certificazione, gli oneri a carico dei produttori e degli enti certificatori. Inoltre, vengono definiti i criteri dei registri a cui occorrerà registrarsi.

Al di là di questo, sarà fondamentale aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili, obiettivo verso cui non tutti i Paesi membri dell’Unione europea procedono con la stessa intensità (si pensi ai ritardi di Polonia e Ungheria, ma anche al caso della Germania). A tal proposito è interessante notare come Guido Agostinelli, specialista senior del settore solare di International finance corporation (Ifc), lo scorso dicembre abbia dichiarato che “a livello globale, per fermare i cambiamenti climatici e restare al di sotto dei 2°C gli investimenti nelle rinnovabili dovrebbero raddoppiare, passando da 300 miliardi a oltre 600 miliardi/anno”. Per quanto riguarda l’Italia, secondo un report pubblicato da Terna, la società che gestisce la trasmissione dell’energia elettrica nel Paese, nell’anno appena passato le fonti di energia rinnovabili hanno soddisfatto il 35,3% della domanda nazionale, dopo che nel 2018 non si era andati oltre il 34,7%. Inoltre, nel 2019 la produzione nazionale di energia eolica e fotovoltaica è cresciuta rispettivamente del 14,3% e del 9,3%. Cala l’idroelettrico (-5,9%), mentre il termoelettrico ha segnato una leggera crescita, pari all’1,3%. Da segnalare che insieme eolico e fotovoltaico nel 2019 hanno prodotto quasi 44,4 terawattora (TWh), contro i 39,8 TWh del 2018. Entrambi hanno raggiunto il picco anche per quanto riguarda la quota di domanda elettrica soddisfatta, con il primo giunto al 6,3% e il secondo al 7,6%. Tuttavia, nel 2018 la quota dei consumi energetici coperta da fonti di energia rinnovabile è si attestata al 17,8%, per il quinto anno consecutivo sopra al target europeo fissato per il 2020 al 17%, ma ben lontano da quello del 2030 (32%). Compiere miglioramenti significativi ed aumentare gli investimenti sarà dunque un obbligo di sistema, che sta già ricevendo notevoli incentivi in tal senso.

Secondo il Rapporto Irex dal titolo “Il sistema elettrico italiano e le rinnovabili”, pubblicato nell’aprile 2019, i costi di generazione nell’arco di vita dell’impianto del settore eolico e fotovoltaico stanno diminuendo in tutta Europa. Basti pensare che per il primo il calo registrato nel 2018 è stato del 2% rispetto al 2017 e si attesta a 43,3 euro per Megawatt (Mwh) mentre per il secondo la stima è pari a 68,5 euro per Mwh per gli impianti commerciali e 58,8 per quelli connessi alla rete elettrica ad alta trasmissione (diminuiti rispettivamente del 12,7% e del 7,6%). Tuttavia, l’Italia sembra essere ancora indietro, dal momento che, ad esempio, per l’eolico il prezzo medio è stato pari a 61,5 euro (18,2 euro in più rispetto alla media). Intervenire sullo snellimento del sistema normativo e sfruttare al massimo quanto offrirà il Green New Deal europeo sarà dunque fondamentale per attrarre investitori e per generare una crescita complessiva negli anni a venire.

LEAVE A COMMENT

Please enter your comment!
Please enter your name here

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.