Coronavirus, le tecnologie digitali ci aiuteranno ad arrestare la pandemia?

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Domenico Salerno
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Il 20 marzo il ministro per l’Innovazione tecnologica e la Digitalizzazione Paola Pisano ha lanciato una call rivolta ad aziende, università, istituzioni ed enti pubblici e privati in grado di offrire soluzioni tecnologiche all’avanguardia utili nella lotta del nostro Paese contro il Covid-19. L’iniziativa è nata con il supporto del ministero della Salute, dell’Istituto superiore di sanità e dell’Organizzazione mondiale della sanità per seguire le orme delle best practices di successo sperimentate in Cina, Corea del Sud e a Singapore.

La Città Stato del Sud-est asiatico, con i suoi 7.681 abitanti per chilometro quadrato, ha rischiato di diventare un vero e proprio lazzaretto quando a metà febbraio, mentre nel nostro Paese il paziente 0 non era ancora stato identificato, aveva registrato già 58 casi di coronavirus. Oggi, secondo i dati riportati dalla mappa del Center for Systems Science and Engineering della Johns Hopkins University, i casi confermati a Singapore sono in totale 631 contro gli oltre 70.000 italiani.

Per contrastare la diffusione dell’epidemia la città asiatica ha fin da subito testato ogni caso di polmonite e influenza grave e ha ricercato e sottoposto a monitoraggio tramite un‘app predisposta dal governo ogni persona a contatto con gli infetti. Le persone sotto sorveglianza sono costrette a condividere la propria posizione tramite l’applicazione e sono inoltre soggette a possibili controlli a campione da parte delle forze dell’ordine. Chi trasgredisce all’obbligo di quarantena è soggetto a sanzioni che vanno da una multa fino a una reclusione di sei mesi nei casi più gravi.

Come a Singapore anche in Corea del Sud la lotta all’epidemia passa attraverso un’app chiamata “Corona100”. L’applicazione incrocia i dati di geolocalizzazione degli smartphone con quelli sui focolai resi noti dal governo. Grazie a questo sistema, totalmente anonimo, è possibile tracciare la propagazione del virus tramite gli spostamenti delle persone. Gli utenti dell’app possono così evitare i luoghi dove c’è maggior possibilità di incontrare persone potenzialmente infette.

La Cina è senza dubbio il Paese che a livello globale ha messo in campo le misure più rigide per contrastare la diffusione del virus. Oltre all’isolamento dell’intera provincia dell’Hubei e ai forti limiti alle attività delle persone, anche il governo cinese ha fatto ampio ricorso alle nuove tecnologie per attuare una sorveglianza di massa della popolazione. Le autorità hanno innanzitutto tracciato gli ultimi spostamenti delle persone tramite le più recenti operazioni effettuate su WeChat e AliPay per poi inserire un tool nelle stesse, chiamato “Health Code“, che ha assegnato a ogni utente un codice colore in base alla probabilità di esposizione al contagio. Le due app sono tra le applicazioni più scaricate e utilizzate in Cina. Basti pensare che, secondo i dati diffusi da IResearch, nel 2018 il 93,2% dei pagamenti nei ristoranti cinesi è stato effettuato tramite questi due sistemi di pagamento. Un fenomeno, questo, che ha permesso alle autorità di avere un monitoraggio affidabile di buona parte della popolazione senza dover ricorrere a sistemi ad hoc che potessero essere mal recepiti dai cittadini.

Ma passiamo, invece, all’Italia. Viste le difficoltà nel contenimento del virus, pensare di utilizzare sistemi che nel resto del mondo hanno avuto successo è sicuramente lecito. Inoltre, gli operatori delle telecomunicazioni italiani hanno manifestato al governo la propria disponibilità nell’offrire un aiuto diretto nella battaglia contro l’epidemia. Resta quindi da comprendere quali possano essere i sistemi meglio recepiti dalla popolazione. Si tratta, ad esempio, di capire se sia meglio utilizzare quelli che chiedono ai cittadini un contributo volontario o intervenire con una legge che consenta alle autorità di tracciare tutti, anche senza il loro assenso (ovviamente cercando di salvaguardare il più possibile la privacy delle persone). L’unica cosa certa è che le nuove tecnologie sono un’arma potente e che se l’Italia riuscirà a impiegarle nel modo corretto potrebbero accelerare notevolmente l’uscita del Paese dallo stato di crisi.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Nato ad Avellino nel 1990. Ha conseguito una laurea triennale in “Economia e gestione delle aziende e dei servizi sanitari” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e successivamente una laurea magistrale in “International Management” presso la LUISS Guido Carli. Al termine del percorso accademico ha frequentato un master in “Export Management & International Business” presso la business school del Sole 24 Ore.

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