Pandemie, le lezioni della storia economica

Articolo
Giulia Tani
Credit: Pixabay /OpenClipart-Vectors

Da sempre le pandemie segnano una cesura nella storia, una netta distinzione tra un prima e un dopo. Il loro impatto travolge l’intera società, dalle istituzioni politiche a quelle religiose, dalla cultura alla quotidianità. Oltre che, naturalmente, il sistema economico.

Nel celebre saggio “Armi, Acciaio e Malattie”, Jared Diamond illustra come le epidemie siano nate in seguito alla rivoluzione neolitica, circa 11.000 anni fa, con il passaggio dell’uomo dalla caccia e raccolta a uno stile di vita sedentario basato su agricoltura e allevamento. La coabitazione con gli animali domestici ha causato la trasmissione delle malattie infettive dalle popolazioni animali all’uomo e le alte densità abitative nelle città, unite alle cattive condizioni igieniche, ne hanno permesso la sopravvivenza. L’apertura di grandi rotte commerciali a partire dall’epoca romana, infine, ha creato un unico grande terreno fertile per la diffusione delle pandemie.

La peste nera, ad esempio, si originò in Asia negli anni ’30 del XIV secolo a causa del batterio Yersinia pestis che si trovava nelle pulci dei roditori. La malattia si diffuse poi lungo la Via della Seta e raggiunse l’Europa a bordo delle navi dei mercanti genovesi che solcavano il Mediterraneo. Allo stesso modo, il Covid-19 si è probabilmente originato in un wet market cinese, a stretto contatto con gli animali, e si è rapidamente diffuso in tutto il globo attraverso i voli intercontinentali, con tutta la facilità di spostamento garantita dalle stretta interconnessione delle società odierne.

In una recente pubblicazione, il professore di Economia Robert Barro ha individuato nell’influenza spagnola del 1918-20 un “worst-case scenario” plausibile per la corrente pandemia da Covid-19. Secondo le stime del docente di Harvard, la grande influenza che si diffuse al termine della Prima guerra mondiale uccise 39 milioni di persone, il 2% della popolazione globale dell’epoca. Essa causò, inoltre, un crollo del Pil reale dei Paesi colpiti in media pari al 6% mentre i consumi si ridussero dell’8%, provocando ripercussioni anche nei mercati. La probabilità che il Covid-19 abbia un impatto di analoga entità risulta comunque remota, considerando sia la diversa natura dell’epidemia (le vittime principali dell’influenza spagnola furono giovani in buona salute mentre il coronavirus colpisce con maggiore aggressività le persone anziane e affette da malattie preesistenti) sia l’odierno grado di copertura sanitaria e i progressi compiuti dalla ricerca scientifica negli ultimi cento anni.

Ma le conseguenze economiche di una pandemia non sono inequivocabilmente catastrofiche nel lungo periodo. Uno studio di Elizabeth Brainerd (Brandeis University) e Mark Siegler (California State University) ha analizzato l’impatto dell’influenza spagnola sul reddito pro capite nei diversi Stati americani nel corso degli anni ’20 del Novecento, controllando per una serie di fattori economici e demografici. Gli studiosi hanno concluso che alla morte per influenza di una persona in più su mille era associato un aumento della crescita media annuale del reddito reale pro capite di almeno 0,15 punti percentuali per l’intero decennio successivo.

I vantaggi per i lavoratori sopravvissuti alle grandi pestilenze sono ancora più evidenti se si guarda alle economie preindustriali, il cui meccanismo è stato messo in luce da Thomas Malthus alla fine del XVIII secolo. In epoca antecedente alla rivoluzione industriale, il fattore produttivo più importante era la terra, la cui disponibilità era naturalmente limitata. Il reddito dei contadini era dunque governato dalla legge dei rendimenti decrescenti. Assumere un lavoratore in più per arare un podere poteva determinare incrementi di produttività diversi a seconda della quantità di contadini già impiegati: maggiore era questo numero, minore la produttività marginale del singolo lavoratore, e di conseguenza anche il compenso. È facile intuire che una catastrofe delle proporzioni della peste nera del 1347-1351, in cui un terzo della popolazione europea perse la vita, contribuì ad accrescere il potere contrattuale dei lavoratori sopravvissuti. In accordo con il modello di Malthus, dunque, l’aumento della mortalità portò a un incremento dei redditi e a un generale miglioramento delle condizioni materiali di vita, almeno nel breve periodo.

Nelle previsioni di Malthus, l’inevitabile aumento della popolazione conseguente a un miglioramento delle condizioni materiali di vita col tempo riportava il reddito al suo livello di sussistenza (è la cosiddetta legge ferrea dei salari). Secondo uno studio di Nico Voigtländer (Università della California, Los Angeles) e Hans-Joachim Voth (Università di Zurigo), tuttavia, la pestilenza indirizzò alcune zone d’Europa verso un equilibrio caratterizzato da salari permanentemente più elevati, un maggior livello di urbanizzazione e lo sviluppo di un’economia commerciale e poi industriale.

Le conseguenze positive della pandemia, però, non riguardarono nella stessa misura tutti i Paesi colpiti. Il professore dell’Università Bocconi Guido Alfani ha evidenziato in un suo recente articolo che in alcune aree periferiche all’epoca scarsamente abitate del continente (come Spagna e Irlanda), la peste nera decimò a tal punto la popolazione da compromettere in maniera quasi irreparabile il tessuto urbano e commerciale. In Italia, invece, furono le pestilenze del Seicento a esigere il prezzo più salato (relativamente agli Stati del Nord Europa): si stima che nel corso del secolo il 40% degli italiani potrebbe essere stato ucciso dalla peste contro, ad esempio, un 10% di inglesi. La pandemia finì per accelerare il declino economico della nostra penisola, già avviato in conseguenza della perdita della centralità commerciale del bacino mediterraneo a favore delle rotte atlantiche. La crisi, ulteriormente aggravata dall’adozione di politiche mercantiliste in tutto il Vecchio continente, pose il Nord e Sud Europa lungo due diverse traiettorie di crescita. La storia ci insegna dunque che anche quando un’epidemia colpisce indiscriminatamente diversi Paesi, il suo impatto finale potrebbe variare in base a fattori preesistenti (qui abbiamo analizzato la diversa efficacia delle risposte dei sistemi sanitari nazionali al coronavirus).

Dall’inizio del 1800, con la prima rivoluzione industriale, le continue innovazioni tecnologiche hanno permesso alle economie moderne di spezzare le catene di Malthus e intraprendere un percorso di crescita senza precedenti nella storia dell’uomo. Eppure, “le magnifiche sorti e progressive” non ci hanno liberato delle pandemie. Dallo studio del passato impariamo che esse mettono alla prova la resilienza delle istituzioni politiche ed economiche dei Paesi colpiti e fungono da catalizzatore straordinario di processi già in atto nelle società. La storia non può predire in quale direzione penderà l’ago della bilancia: quel che è certo è che gli effetti del coronavirus sono destinati a perdurare nel lungo periodo.

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