Digitale, l’Italia e l’Unione europea nel contesto globale. La bussola sono i brevetti

Articolo
Domenico Salerno
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Nel corso dell’ultimo decennio la corsa al digitale è diventata l’ultima frontiera nella competizione tra le principali economie globali. Le piattaforme digitali, in particolare durante la pandemia di Covid-19, hanno rappresentato lo spazio privilegiato dove gli individui hanno svolto e continuano a svolgere le proprie attività lavorative, sociali e ludiche. Questo fa sì che l’avanzamento tecnologico di un Paese abbia una relazione di diretta proporzionalità con la sua crescita economica.

Uno dei principali indicatori per valutare il tasso di avanzamento digitale di uno Stato è il numero di brevetti posseduti e registrati dalle aziende residenti sul territorio. Se osserviamo gli ultimi dati rilasciati dal WIPO, possiamo notare come Giappone, Stati Uniti e Cina ricoprano un ruolo guida nel progresso tecnologico mondiale, seguiti a stretto giro da Europa (Ue a 27) e Corea del Sud. Gli Stati Uniti in particolare, con più di 750.000 brevetti registrati tra il 2010 e il 2018, primeggiano nell’area digitale. Se guardiamo invece all’evoluzione del numero di brevetti nel tempo, risultano evidenti i progressi della Cina nell’ultimo decennio, che è passata dai circa 17.000 brevetti in area digitale del 2010 ai circa 90.000 del 2018. Nonostante abbia sperimentato una crescita lenta ma costante nel periodo di osservazione, è l’Unione europea il fanalino di coda tra le aree geografiche considerate con soli 271.000 brevetti digitali registrati.

Spostando l’analisi a livello comunitario, possiamo notare che il Paese europeo che primeggia in questa campo è la Germania con più di 82.000 licenze registrate tra il 2010 e il 2018, seguita a discreta distanza dalla Francia, che può vantare circa 63.000 brevetti. Se poniamo in relazione il numero dei brevetti in valore assoluto con la grandezza del Paese possiamo però notare che i primi posti si posizionano Finlandia e Svezia, che fanno registrare rispettivamente 373 e 367 licenze ogni 100.000 abitanti.

E l’Italia? Nonostante il sesto posto in valori assoluti, il nostro Paese non brilla per innovazione. Almeno da questo punto di vista. Il dato pro-capite italiano ci pone nella parte bassa della classifica con soli 13 brevetti digitali ogni 100 abitanti. Un risultato che, oltre a certificare la distanza abissale dai Paesi scandinavi, ci vede in notevole svantaggio rispetto alle principali economie europee come Germania (99) e Francia (95).

Da questa analisi emerge l’importanza per il nostro Paese di investire, dunque, in ricerca e sviluppo, e in particolare in innovazione digitale. In quest’ottica impiegare in maniera corretta i fondi destinati all’Italia dal Next Generation Eu risulta fondamentale se non si vuole perdere l’ennesima occasione di rimetterci in pari con le principali aree avanzate del mondo. L’innovazione in campo digitale corre veloce e la pandemia, che costringe le persone a restare chiuse in casa e di conseguenza a utilizzare i canali digitali, sta accelerando ulteriormente il processo della digital trasformation.

Research Fellow dell'Istituto per la Competitività (I-Com). Nato ad Avellino nel 1990. Ha conseguito una laurea triennale in “Economia e gestione delle aziende e dei servizi sanitari” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e successivamente una laurea magistrale in “International Management” presso la LUISS Guido Carli. Al termine del percorso accademico ha frequentato un master in “Export Management & International Business” presso la business school del Sole 24 Ore.

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