Scuola e pandemia. L’allarme di Save the Children

Articolo
Giorgia Pelagalli
scuola

Sono tra i 10 e i 16 milioni i bambini nel mondo che corrono il rischio di non tornare tra i banchi di scuola a seguito dell’emergenza sanitaria perché costretti a lavorare o a matrimoni precoci. Anche a livello nazionale le conseguenze della pandemia si riflettono sull’istruzione dei ragazzi italiani, che ne risentono sia sul piano dell’apprendimento che sul piano psicologico.

Nel nuovo rapportoBuild Forward Better”, Save the Children ha pubblicato un’analisi globale sul tema della scolarizzazione alla vigilia dell’inizio del nuovo anno accademico. Già prima della pandemia erano 258 milioni i bambini che non avevano accesso all’istruzione, ovvero circa un terzo della popolazione mondiale in età scolare. Con le chiusure dovute alla diffusione del Covid-19, l’insufficienza dei vaccini e l’iniqua distribuzione di device digitali a sostegno della didattica a distanza, si prevede un netto peggioramento del livello di istruzione globale e che almeno 9 milioni di bambine e 3 di bambini non torneranno tra i banchi per l’inizio delle lezioni. Se inoltre si considerano gli abbandoni scolastici legati ai conflitti armati e agli sfollamenti di aree urbane a causa di disastri climatici, si prevede che nel 2030 un quinto dei giovani tra i 14 e i 24 anni non sarà in grado di leggere.

L’allontanamento di milioni di bambini dal sistema scolastico contribuirà nel prossimo futuro non solo a rallentare la ripresa economica (si stima una riduzione del prodotto interno lordo mondiale dello 0,8% in seguito alle chiusure scolastiche), ma anche ad aumentare le disuguaglianze tra aree ricche e povere del mondo. I minori dei Paesi in via di sviluppo hanno perso in media il 66% in più dei giorni di scuola rispetto ai loro coetanei in Paesi ricchi. In particolare, le bambine delle aree più povere hanno perso il 22% di giorni in più rispetto ai loro compagni.

L’impatto sullo sviluppo in termini di ridotta diffusione di competenze e disoccupazione giovanile rischia di deteriorare le condizioni di vita in queste zone del mondo. In particolare, Save the Children ha individuato, tramite l’elaborazione di un apposito indice, i Paesi il cui sistema educativo è estremamente a rischio e che quindi necessitano di particolare attenzione da parte delle istituzioni internazionali. Tra questi si trovano la Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria, la Somalia e l’Afghanistan.

D’altro canto, anche l’Italia risente delle conseguenze dell’emergenza sanitaria sull’apprendimento. I risultati dei test Invalsi hanno mostrato come la quota di studenti in dispersione scolastica implicita, ovvero coloro che non raggiungono livelli sufficienti in italiano, matematica e inglese alla fine del percorso scolastico, sia aumentata dal 7 al 9,5% a seguito delle chiusure. La situazione risulta inoltre squilibrata se si considera il divario tra Nord e Sud del Paese. I diplomandi in dispersione implicita nell’Italia settentrionale sono il 2,6%, rappresentano l’8,8% al Centro, mentre la percentuale sale al 14,8% al Sud, dove gli studenti che finiscono il percorso scolastico senza le competenze minime o che abbandonano la scuola senza un diploma sono il 31%.

Il divario relativo alla qualità dell’apprendimento inoltre risulta ancora più profondo se si considerano i ragazzi provenienti da contesti socioeconomici più difficili. Situazione, questa, ulteriormente aggravata dalla divisione de facto tra classi di serie A e serie B all’interno della stessa scuola, ovvero tra classi di alunni svantaggiati e con basso livello di competenze e classi di studenti con risultati migliori, una segregazione che disincentiva la collaborazione e il sostegno tra gli studenti.

Un altro aspetto, forse sottovalutato, è quello relativo alla salute mentale dei ragazzi che hanno vissuto la didattica a distanza. Durante la pandemia, con le scuole chiuse per quattro settimane, i ragazzi che hanno riscontrato un aumento dei sentimenti negativi sono il 62%, mentre la quota sale al 96% per gli studenti rimasti lontano dalle aule per 17 o 19 settimane.

“I dati Invalsi certificano che a pagare maggiormente il prezzo della crisi sono stati gli adolescenti, per i quali la didattica a distanza è stata considerata sin da subito un’alternativa efficace“, ha dichiarato la direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children Raffaela Milano. Che ha poi sottolineato quanto sia necessario in questa fase “porre rimedio e investire risorse, energie e impegno per assicurare a questi studenti tutto il sostegno necessario per la ripresa dell’anno scolastico, non solo in termini di sicurezza degli ambienti, ma anche di concreto sostegno all’apprendimento e supporto per il benessere psicofisico, così seriamente compromesso durante l’ultimo anno e mezzo”.

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