Gas e nucleare, la disputa per l’etichetta verde europea

Approfondimento
Giusy Massaro
nucleare
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Lo scorso 15 dicembre la Commissione europea ha adottato il pacchetto su Idrogeno e Gas decarbonizzati che contiene una serie di proposte legislative per facilitare la progressiva riduzione dell’inquinamento ambientale nel Vecchio continente. Da questo punto di vista, le misure mirano a facilitare l’adozione di gas rinnovabili e a basse emissioni di carbonio, come l’idrogeno, e a garantire la sicurezza energetica di tutti i cittadini europei.

La Commissione, inoltre, continua a dare seguito alla strategia dell’Ue sulla riduzione delle emissioni di metano e agli impegni assunti a livello internazionale con proposte che coinvolgono sia il settore energetico in Europa sia la nostra catena di approvvigionamento globale. L’Unione europea si è impegnata a decarbonizzare l’energia che consuma per ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 e a diventare climaticamente neutra entro il 2050. In questo senso, il pacchetto su Idrogeno e Gas decarbonizzati è considerato una delle azioni normative più efficaci per raggiungere questi obiettivi.

Il pacchetto si propone, nello specifico, di stimolare la creazione di un mercato europeo dell’idrogeno che possa a sua volta facilitare la realizzazione di infrastrutture dedicate alla produzione e agli scambi transfrontalieri, promuovere la concorrenza lungo tutta la catena del valore dell’idrogeno e prevedere un sistema obbligatorio di certificazione per i gas rinnovabili e a basse emissioni di carbonio.

Nello stesso periodo l’esecutivo europeo ha redatto il cosiddetto atto delegato chiamato a dare concreta applicazione al Regolamento sulla tassonomia entrato in vigore il 12 luglio 2020 allo scopo di creare la prima “lista di investimenti sostenibili” al mondo. La tassonomia classifica le attività economiche in base al loro impatto climatico: nel dettaglio, sono 170 e per ciascuna di esse sono fissati criteri e soglie che la definiscono “verde”. Così gli investitori sono in grado di scegliere un settore piuttosto che l’altro facendo le opportune valutazioni in tema di sostenibilità. Si tratta in pratica di uno strumento che, nelle ambizioni dell’Unione europea, dovrebbe diventare un riferimento a livello mondiale.

L’ultima bozza di provvedimento è stata varata il 31 dicembre scorso mentre la versione è divenuta definitiva lo scorso 2 febbraio, quando la Commissione ha sostanzialmente dato patente verde a gas e nucleare, che entrano a pieno titolo a far parte delle fonti energetiche utili alla transizione ecologica dell’Ue e che possono avere, a determinate condizioni, l’etichetta europea per gli investimenti verdi.

IL RUOLO DI GAS E NUCLEARE NELL’UNIONE EUROPEA

In ambito europeo, gas e nucleare rappresentano oltre un terzo del mix energetico e circa il 45% di quello elettrico. Le due fonti soddisfano un terzo dei consumi finali europei di energia, con un ruolo di particolare rilievo nei settori industriale e residenziale mentre marginale è il loro peso solo nell’ambito dei trasporti, dove il petrolio la fa ancora ancora da padrone.

 

COSA PREVEDE LA TASSONOMIA

Il dibattito che si è acceso ruota principalmente intorno al significato del principio del “do no significant harm”, del non arrecare cioè un danno significativo. Una sua rigida interpretazione porterebbe a escludere una fonte di energia come il gas dalla tassonomia verde, in quanto di per sé non sarebbe classificabile, in senso stretto, come fonte green. Dato che la tassonomia è chiamata in qualche modo a indirizzare la politica energetica dei Paesi nella transizione verso la neutralità climatica, ciò potrebbe tradursi in un rallentamento dello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili in Europa, dirottando parte degli investimenti verso gas e nucleare.

Tuttavia, da un’interpretazione più flessibile, e forse anche più realistica, se consideriamo il grado di sostituibilità tra carbone e gas, quest’ultimo consentirebbe un notevole miglioramento della sostenibilità, a patto che vengano definiti vincoli chiari e rigorosi.

Anche a tal riguardo c’è stato un giro di volta a favore di una maggiore flessibilità.
Se in prima istanza si ponevano obiettivi chiari di breve e medio periodo (con una quota di gas low-carbon da miscelare al gas fossile pari ad almeno il 30% entro il 2026 e al 55% entro il 2030), ora resta in piedi solo l’obiettivo di lungo termine: il 100% di gas low-carbon entro il 2035. Inoltre, si lascia una porta aperta alle centrali non efficienti. Anche qui, in prima battuta si era previsto che il nuovo impianto dovesse rimpiazzare un impianto vecchio e più inquinante, così da abbattere di almeno il 55% il tasso emissivo per kilowattora (kWh) di output.

Nel provvedimento definitivo si legge invece che il taglio di intensità emissiva del 55% va calcolato sull’intera durata di vita della centrale. Tuttavia, restano stringenti le condizioni previste per la creazione di nuovi impianti a gas: per le centrali che ottengono un permesso di costruzione entro il 2030, e solo a condizione di sostituire gli impianti molto inquinanti, il limite emissivo è fissato a 230 grammi di CO2 per kilowattora e, dopo questo periodo, il limite si abbassa a 100 grammi. Una soglia irraggiungibile con le tecnologie attuali senza l’integrazione di procedimenti di cattura e sequestro del carbonio. Oppure con generazione di idrogeno mediante elettrolisi o fotocatalizzatori.

È vero che la tassonomia non nasce come vincolo, ma solo come spartiacque tra ciò che è sostenibile e ciò che non lo è, e dunque eliminare il gas dalla tassonomia non vieta a nessuno di costruire una centrale di gas. Ma è altrettanto vero che dalla tassonomia dipenderà la classificazione di un’impresa come ESG (Environmental, Social and Governance) o meno, e da qui una serie di conseguenze in termini di capacità di attrarre investimenti (da cui deriva l’acceso dibattito degli ultimi mesi). È insomma uno strumento volontario per la trasparenza nel settore della finanza sostenibile e non un mezzo di politica energetica. Né serve a vietare gli investimenti, ma proprio per questo si potrebbe dire che non vi era alcun motivo di inserire gas e nucleare in tassonomia, lanciando al pubblico un messaggio sbagliato in merito alla loro sostenibilità.

Sul fronte nucleare, le pressioni della Francia hanno certamente giocato un ruolo chiave. Il Paese ha sempre premuto per il suo ingresso nella tassonomia e non è difficile immaginare perché: buona parte del fabbisogno energetico francese è coperta dell’energia atomica. Alla Francia, poi, si sono uniti in coro i Paesi dell’Est Europa: Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Romania.

IL FRONTE AMBIENTALISTA

Com’era prevedibile, le associazioni ambientaliste non l’hanno presa bene. Parlano di clamorosa operazione di greenwashing (termine poco edificante col quale si appellano i tentativi di mostrarsi pubblicamente attenti, sensibili e attivamente impegnati in questioni ambientali, più di quanto una realtà lo sia effettivamente).

Trovano inaccettabile seguire la strada del gas e del nucleare e puntano il dito contro la Commissione europea che avrebbe, a parer loro, ceduto al pressing di alcuni Paesi e messo a rischio i passi sin qui compiuti, tra cui l’obiettivo zero emissioni che l’Ue si è proposta di raggiungere entro il 2050, sollevando anche qualche dubbio di incompatibilità con il regolamento sulla tassonomia.

La Commissione, dal canto suo, ha descritto l’atto delegato come “un ponte verso un sistema energetico verde basato su fonti di energia rinnovabile“, sottolineando, piuttosto come la sua funzione sia quella di “guidare gli investimenti privati verso le attività necessarie per raggiungere la neutralità climatica, intensificando la transizione e rafforzando la trasparenza”.

Insomma, ha sottolineato che quelle contenute nella tassonomia sono solo indicazioni e neppure vincolanti, che la stessa non impegna fondi e neppure impedisce che alcun settore economico riceva capitali. Un parere, quello di Bruxelles, che comunque tiene conto della consapevolezza che le fonti rinnovabili non potranno da sole rispondere alla crescente domanda di elettricità a causa della loro non programmabilità. Da qui la necessità di incoraggiare, sebbene solo in via transitoria, l’investimento in una generazione elettrica stabile. Restiamo in attesa di Consiglio e Parlamento, chiamati a pronunciarsi su quest’ultima versione dell’atto delegato entro i prossimi 6 mesi.

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