Antibiotico resistenza, ecco la situazione in Italia

Approfondimento
Maria Vittoria Di Sangro
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Entro il 2050 si prevedono 10 milioni di morti l’anno per infezioni antibiotico resistenti nel mondo. Secondo l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), complice la pandemia, l’utilizzo degli antibiotici nel 2020 in Italia ha subito un calo netto ma siamo ancora lontani dagli obiettivi dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). L’antibiotico resistenza è un fenomeno naturale di adattamento dei microrganismi, ma l’accelerazione che ha subito negli ultimi anni rappresenta una forte minaccia per la salute pubblica e per la sostenibilità dei nostri sistemi sanitari. È necessario intervenire per rallentarne la corsa.

Con il termine antibiotico-resistenza si intende la capacità di un batterio di resistere all’azione di uno o più farmaci e quindi di sopravvivere e moltiplicarsi anche in loro presenza. Come sappiamo gli antibiotici sono una risorsa importantissima per la salute. Nel tempo hanno contribuito in modo determinante a impedire la diffusione delle infezioni batteriche e a ridurne le complicazioni gravi. Hanno reso curabili patologie infettive che in precedenza erano difficilmente trattabili. Il fatto che i batteri diventino resistenti a un antibiotico è un naturale processo evolutivo, ma questo fenomeno è accelerato e aggravato da un uso eccessivo e spesso inappropriato di questi farmaci. Ogni batterio che sopravvive a una cura antibiotica è più resistente alle cure successive, può moltiplicarsi e trasferire la propria resistenza ad altri batteri.

Attualmente 700.000 persone all’anno muoiono a causa di malattie resistenti ai farmaci. Come anticipato, la Review on Antimicrobial Resistance ha stimato che nel mondo, entro il 2050, le infezioni batteriche causeranno 10 milioni di morti all’anno. I decessi per infezioni batteriche supereranno così quelli per tumori (8,2 milioni l’anno), diabete (1,5 milioni) o incedenti stradali (1,2 milioni) e diventeranno la prima causa di morte. Si prevede, inoltre, che i danni all’economia derivanti da questo fenomeno saranno di magnitudo simile alla crisi finanziaria del 2008.

Come possiamo vedere nel grafico, l’Italia è uno dei Paesi in cui l’antibiotico resistenza è maggiormente diffusa. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), la proporzione di infezioni antibiotico resistenti nel nostro Paese è di molto superiore alla media degli altri Paesi Ocse, che si attesta al 17%).

Fonte: OECD

Per fronteggiare un’emergenza con risvolti potenzialmente catastrofici, serve un impegno trasversale. La ricerca contribuirà sviluppando nuovi antibiotici ma questo non è sufficiente.

Nel 2018 è stato adottato il Piano nazionale per il contrasto all’antibiotico resistenza (Pncar), che senz’altro rappresenta un passo avanti. Tuttavia, la definizione di obiettivi rimane fine a se stessa se non vengono previsti controlli o sanzioni per le aziende sanitarie che non raggiungono le soglie minime.

La medicina generale rappresenta il fulcro per il monitoraggio del consumo di questi farmaci e per il miglioramento dell’appropriatezza prescrittiva. Basti pensare che in Italia l’80% degli antibiotici viene prescritto dai medici di famiglia.

Per aiutare i governi a contenere la crescente resistenza, l’Oms ha lanciato la campagna “AWaRe”. Per l’occasione è stato messo a disposizione uno strumento di classificazione di tutti i principi attivi antibiotici. I tre gruppi individuati dall’organizzazione sono stati denominati “Access”, “Watch” e “Reserve”. L’utilizzo di questo metodo è molto semplice: gli antibiotici “Access” devono essere la prima scelta per le infezioni comuni e sono tutti a spettro ristretto, quelli “Watch” possono essere utilizzati dietro raccomandazioni specifiche e per casi particolari e, infine, i “Reserve” devono essere prescritti con estrema parsimonia e come ultima risorsa per i casi estremamente gravi. La campagna AWaRe propone di aumentare i consumi degli antibiotici “Access” almeno fino al 60% del totale.

Recentemente, l’Aifa ha pubblicato il report annuale sull’utilizzo degli antibiotici in Italia. Tra le altre cose, lo studio confronta i consumi ospedalieri tra i Paesi europei. E l’Italia non brilla per perfomance: usiamo solamente il 38% di antibiotici Access. La Danimarca e la Norvegia, invece, superano la soglia del 60% suggerita dall’Ooms.

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Fonte: AIFA

I dati del 2020 contenuti nel Report firmato Aifa evidenziano una diminuzione nel consumo di antibiotici rispetto al 2019. Questo cambiamento è dovuto in buona parte alle misure di prevenzione messe in atto durante la pandemia. Le precauzioni adottate, come l’uso della mascherina e il distanziamento sociale, hanno avuto un effetto di riduzione della frequenza delle comuni infezioni batteriche, ma anche di quelle causate dai virus. Il calo nei consumi di antibiotici nel 2020 è stato pari al 18,2%.

Nonostante questi dati, l’appropriatezza d’uso è peggiorata. L’indicatore che misura il rapporto tra il consumo di antibiotici ad ampio spettro (appartenenti quindi alla categoria “Watch“) rispetto al consumo di antibiotici a spettro ristretto (Access) risulta tanto più elevato quanto più i consumi di molecole ad ampio spettro superano quelli delle molecole a spettro ristretto. La media europea del rapporto è pari a 3,5 e l’Italia è uno dei Paesi con il valore più elevato, proprio a indicare una marcata predilezione nel nostro Paese per le molecole ad ampio spettro (quelle che aumentano la resistenza agli antibiotici). Questo indicatore mostra inoltre per l’Italia un peggioramento nel 2020 rispetto al 2019, passando dall’11 al 12,3.

A livello regionale i dati relativi alla spesa (sia convenzionata che degli acquisti diretti) confermano questo trend. Le regioni con una performance migliore sono il Friuli Venezia Giulia e le province autonome di Trento e Bolzano, che si attestano intorno al 30% di antibiotici “Access“. Si tratta comunque di una soglia molto bassa.

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Fonte: AIFA

Sul peggioramento degli indicatori di appropriatezza prescrittiva ha sicuramente inciso la pandemia. I medici hanno avuto meno possibilità di visitare fisicamente i propri assistiti e le prescrizioni sono spesso avvenute sulla base di consulti telematici.

L’andamento degli indicatori nel 2020 sottolinea la necessità di interventi specifici al fine di ridurre l’uso inappropriato degli antibiotici, che rimane ancora superiore al 25% per quasi tutte le condizioni analizzate nel report (cioè influenza, raffreddore comune, laringotracheite, faringite, tonsillite e cistite non complicata).

Come possiamo modificare queste tendenze? Gli enti regolatori dovrebbero sicuramente contemplare la possibilità di incentivare chi investe nella ricerca di nuove molecole. Si tratta di studi costosi e che dal punto di vista aziendale possono non essere altamente remunerativi, anche dal momento che gli antibiotici sono farmaci che si usano per un lasso di tempo breve rispetto, ad esempio, ai farmaci per le malattie croniche.

In secondo luogo, realizzare antibiotici che vadano a colpire batteri multiresistenti è difficile. Spesso chi ne è affetto presenta delle comorbosità e questa caratteristica rende anche molto più difficile l’inserimento dei pazienti nei trial clinici. Inoltre, parte della soluzione risiede nelle mani di ogni cittadino, che deve usare gli antibiotici con grande attenzione. Per anni sono stati impiegati con grande frequenza, ma bisogna tenere a mente che ogni antibiotico non interferisce solo con un agente patogeno bensì con tutto l’organismo del paziente. Una campagna di educazione sanitaria all’antibiotico resistenza è più che necessaria.

Serve una forte responsabilizzazione dei prescrittori e una sensibilizzazione trasversale che allontani i pazienti da abitudini come l’autosomministrazione dei farmaci. Il contrasto all’antibiotico resistenza è dunque una partita di cultura sanitaria, di qualità scientifica ma anche di dovere civico. Questa minaccia è ormai nota da tempo e, ben conoscendo l’importanza di azioni tempestive quando si tratta di salute pubblica, non possiamo farci trovare impreparati.

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